logo pagina
logo pagina
logo pagina
logo pagina
logo pagina
logo pagina
logo pagina
logo pagina
logo pagina

CONTENZIONE IN PSICHIATRIA. RESOCONTO DI UN CONVEGNO.

di Luigi Benevelli

Le più recenti rilevazioni statistiche nazionali hanno messo il luce che in più dell’ 85% dei servizi psichiatrici ospedalieri italiani (SPDC e cliniche psichiatriche) si ricorre all'uso della contenzione meccanica e si tengono le porte chiuse, pratiche che violano i diritti e la dignità dei pazienti. In Italia vi sono però Spdc che tengono le porte aperte e non legano le persone; essi si sono costituiti nel 2006 nell’associazione CLUB S.P.D.C. APERTI NO RESTRAINT che ha tenuto il 6 giugno a Mantova il suo terzo incontro nazionale dedicato al LAVORO DEGLI INFERMIERI NEGLI SPDC PORTE APERTE.

vedi locandina

L’incontro che ha visto la partecipazione di più di 200 persone, in gran parte infermieri professionali, è stato l’occasione per riflettere sull’importanza del lavoro infermieristico rispetto all’operare senza praticare restrizioni. Il confronto delle esperienze e la discussione, che hanno visto protagonisti anche operatori che stanno ragionando per superare le pratiche di contenimento ancora in uso nei propri servizi, si sono posti l’obiettivo di dare un contributo al nuovo Codice Deontologico dell’Infermiere Professionale in fase di elaborazione.

Al riguardo va ricordato che il Codice Deontologico del 1999, interveniva sulla questione all’art. 4.10: «L’infermiere si adopera affinché il ricorso alla contenzione fisica e farmacologia sia evento straordinario e motivato, e non metodica abituale di accadimento. Considera la contenzione una scelta condivisibile quando si configuri l’interesse della persona e inaccettabile quando sia una implicita risposta alle necessità istituzionali». Quel testo è in revisione da parte della Federazione dei Collegi IPASVI e la redazione del 12 febbraio 2008, all’art.30 recita: «L’infermiere si adopera affinché il ricorso alla contenzione sia evento straordinario, motivato da prescrizione terapeutica o da documentate valutazioni assistenziali». Questo dimostra quanto siano ancora radicati e diffusi gli orientamenti tesi a giustificare limitazioni, anche dure, della libertà delle persone per ragioni di cura.

I gruppi di operatori infermieri e medici che hanno imparato a fare a meno di legare i pazienti hanno dovuto superare resistenze e pregiudizi e trovare risposte a interrogativi quali: «Come si fa se un paziente col TSO vuole scappare? Chi ci insegna? Di chi è la colpa se succede qualcosa? E se il paziente è aggressivo e violento? E se è proprio il paziente stesso che vuole essere legato? Non è che finiremo per usare psicofarmaci in modo eccessivo? Aumenteranno gli infortuni degli infermieri?». E solo attraverso il confronto e la condivisione di motivazioni specifiche all’interno del gruppo di operatori sono riusciti a realizzare il cambiamento degli stili di assistenza: nessuno ha avuto la bacchetta magica, né ci sono stati eroi tra gli infermieri o i medici, ma questa possibilità è stata raggiunta attraverso una pratica pazientemente costruita giorno per giorno. Così, insieme ai pazienti anche gli operatori hanno smesso di essere legati e la nuova condizione ha permesso loro di aprirsi verso l’esterno, di coinvolgere con sempre maggiore convinzione agenzie quali l’ospedale, il 118, le forze dell’ordine, in particolare gli agenti di Polizia locale. In più di un’occasione si è rivelata decisiva la sinergia con le istituzioni, coi familiari, coi volontari e con figure significative come il parroco o il sindacalista della fabbrica passando da legami di corda a più efficaci e solidi legami di relazione che facilitano l’alleanza terapeutica.

Il lavoro secondo modalità no-restraint ha portato a utilizzare tecniche di riduzione dell’aggressività, ma anche a individuare quegli aspetti istituzionali (ambientali e organizzativi) che sono essi stessi causa di controagiti aggressivi da parte del paziente. Il lavoro di definizione e di perfezionamento delle prassi adottate è comunque in divenire soprattutto rispetto alla teorizzazione delle stesse, aperto ai contributi di altre esperienze, senza smettere di interrogarsi sul senso di quanto si sta facendo.

L’incontro è stato anche occasione di incontro con le autrici e l’autore di tre libri usciti di recente che trattano della dolorosa questione delle contenzioni largamente in uso nella pratiche assistenziali e delle quali molti psichiatri hanno discusso, sin dagli esordi della psichiatria manicomiale. La novità di Mantova è stata che due di questi libri sono stati scritti da infermiere e infermieri professionali ed uno da una persona che è stata utente e ospite in tempi assai vicini di Spdc del civilissimo Nord.

I libri trattano l’argomento in modi diversi e da punti di vista diversi:

  • In Assistenza e diritti (Carocci editore, Roma, 2007), un testo a più voci, fra cui molto importante quello di Francesco Maisto, Maila Mislej e Livia Bicego denunciano la violazione del diritto alla libertà di movimento degli anziani accolti nelle RSA e introducono il tema del nursing abilitante, una locuzione questa assai suggestiva perché porta a riflettere su quanto le pratiche assistenziali correnti possano essere di danno alla persona, antiterapeutiche e disabilitanti. L’assunto principale è che legare una persona è una cosa illecita e non può costituire un atto sanitario.
  • Mario Schiavon (La contenzione, Roma, 2006) tratta pressoché esclusivamente della contenzione in psichiatria, ricostruendo le discussioni sul merito nel corso di un secolo in Italia e nei paesi anglosassoni. Egli si concentra sulla ricerca di un possibile giusto equilibrio fra diritto alla salute, libertà e dignità della persona, lasciando intendere che possono esserci situazioni, sia pure estreme, in cui sarebbe necessario legare una persona. Egli è quindi meno convinto di un no all’uso comunque e sempre della contenzione e tratta quindi ovviamente dei protocolli che prescrivono come “legare bene”.
  • Alice Banfi (Tanto scappo lo stesso Stampa Alternativa, Viterbo, 2008) invece, nel racconto delle drammatiche e squallide esperienze da lei vissute personalmente nel corso di numerosi e lunghi ricoveri in Spdc, documenta con grande efficacia i vissuti angoscianti di chi subisce l’aggressione fisica e la contenzione meccanica. Ma Alice dice e documenta anche che dove si lega, il legare è deciso dagli infermieri sulla base di pratiche e culture professionali locali condivise o tollerate dai medici; che non tutti gli infermieri sono uguali, non tutte le squadre si comportano verso i pazienti loro affidati allo stesso modo in situazioni simili, anche indipendentemente dallo “stile” dei singoli medici, a loro volta diversi fra di loro.

L’incontro si è concluso con la proposta che nel nuovo Codice Deontologico dell’infermiere sia inserito il seguente articolo: « La contenzione fisica e farmacologia non costituisce mai un atto terapeutico o una pratica assistenziale. E’ documentato che attraverso pratiche uniformi, consolidate e dispositivi organizzativi-assistenziali è possibile eliminare l’uso della contenzione. E con tal fine il ruolo dell’infermiere è centrale».


Luigi Benevelli

La rubrica realizzata in collaborazione con
Associazione Laura Saiani Consolati - BRESCIA

http://www.psichiatriabrescia.it


COLLABORAZIONI

Poche sezioni della rivista più del NOTIZIARIO possono trarre vantaggio dalla collaborazione attiva dei lettori di POL.it.  Vi invitiamo caldamente a farci pervenire notizie ed informazioni che riteneste utile diffondereo farconoscere agli altri lettori. Carlo Gozio che cura questa rubrica sarà lieto di inserire le notizie che gli farete pervenire via email.

     
  Scrivi a Carlo Gozio

Carlo Gozio, psichiatra e psicoterapeuta, lavora a Brescia ed è responsabile del Centro Residenziale Terapeutico e del Centro Diurno degli Spedali Civili di Brescia.
Cura per conto dell'Associazione Laura Saiani Consolati il sito www.psichiatriabrescia.it. e le News Territorio di Pol.it

spazio bianco
RED CRAB DESIGN

Priory lodge LTD
spazio bianco