IX GIORNATE
PSICHIATRICHE ASCOLANE "PARANOIA E DINTORNI" IL CONGRESSO ON LINE
SECONDA GIORNATA - GIOVEDI'
15 MAGGIO 2008
I REPORT DALLE SALE CONGRESSUALI
La prima giornata ufficiale del Congresso dopo i saluti di rito delle autorità locali si apre con una sessione moderata da Mario Rossi Monti, discussa da Corrado Pontalti e che ha visto protagonisti come relatori Bruno Callieri, Romolo Rossi e Arnaldo Ballerini.
Callieri introduce l'argomento ricordando il primo congresso mondiale di psichiatria a cui partecipò a Parigi nel 1950 e di come il tema del delirio fosse centrale allora come oggi nel lavoro dello psichiatra.
La paranoia ha sempre pervaso l'animo umano che oscilla costantemente tra minacce e paure che finiscono per generarla.
La paranoia ha dimensione personali, gruppali e sociali in uan modulazione molto variabile a seconda dei contesti.
Al centro dell'osservazione psichiatrica vi è l'incontro con l'individuo malato, il paranoico delirante; il destino di tale incontro è incerto, vi può essere lo scacco, la sconfitta.
Il delirante deve pasasre dall'essere considerato "alieno" all'essere consideratao "altro da noi".
Affrontare la paranoia significa per lo psichiatra affrontare anche le proprie ombre, in una dialettica in cui l'alterità vuol dire vicinannza molto più marcata di qunato può appire ad una osservazione superficiale del rapporto medico paziente.
Dal 1950 ad oggi gli studi sulal paranoia si sono sviluppati soprattutto nel collegare il delirio all'affettività e nella declinazione sociale e gruppale.
Nel suo intervento Romolo Rossi esordisce affermando che "la paranoia non esiste più" come dimensione nosologica moderna.
Sei anni fa era intervenuto ad Ascoli parlando del delirio e portando l'esempio dell'"ENRICO IV" di Luigi Pirandello mirabile rappresentazione della paranoia e del "desiderio" del paranoico di "realizzare" il suo delirio.
Il delirio è fatto di "narrazione", di una "costruzione difensiva" nei confronti di uan realtà vissuta come inacettabile e come "modalità possibile" di relazione all'interno di uan struttura narcisistica di personalità.
Il delirio può avere un funzionamento automatico e astorico su base presumibilmente organica.
Il delirio può avere un funzionamento derivante da premesse psicologiche e relazionali e può discendere da stati affettivi autonomi.
Il delirio va dal mentale al realizzato.
Si passa dalla modificazione del mondo interno, passando per uan modificazione della coscienza del mondo, fino alla manipolazione della relatà come nell'ENRICO IV.
Lo scopo della vita per molti è "delirare".
Il delirio diventa tale in una proporzione inversa alla percentuale di condivisione dei suoi contenuti da parte del gruppo sociale.
Dal punto di vista psicoanalitico secondo lo PSYCHODYNAMIC DIAGNOSTIC MANUAL si privilegia nell'interpretazione della genesi del delirio la dimensione personale antropofenomenologica.
Arnaldo Ballerini Forza e fragilità: la paranoia di amore
Nella sua relazione sulla paranoia il Professor Ballerini porta alcune citazioni letterarie inerenti l'argomento ed alla fine un caso clinico.
Dal suo punto di vista, il concetto di paranoia svela tutta la sua ambiguità proprio nei confronti del concetto di delirio, nel quale sembra essere assieme un tipo ideale ed una falsificazione.
Kraus mette in rilievo come la peculiare struttura dei deliri non primari sia costituita da un determinanto stile cognitivo-emotivo definito "intolleranza all'ambiguità".
Il poeta Keats parlando di "Capacità negativa" scrive: "quella capacità che un uomo possiede se sa perseverare nelle incertezze, attraverso i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare ad un'agitata ricerca dei fatti e delle ragioni".
La paranoia sembra presentare apparentemente facce antitetiche (oscilla fra forza e fragilità) il delirio d'amore ce ne offre un esempio.
Viene dunque descritto il caso clinico di una signora benestante di circa sessantanni che si presenta nel suo studio lamentando una sintomatologia psicosomatica. Lei è laureata, è sposata con un' importate persona, ha un senso di spiccata doverosità, scrupolosità (a tratti francamente ossessiva), ma al di là della compostezza ha una tendenza allo stato depressivo melanconico.
Essa vive in un complesso delirante, caratterizzato da tessere che nell'insieme formano un mosaico (percezioni deliranti). In lei i convincimenti deliranti si sono accentuti con gli anni e la distorsione che ciò comporta dal punto di vista cognitivo è importante.
In questo caso il professore ha assistito al passaggio da un romanzo con trama d'amore ad uno con trama persecutoria.
A tal proposito possiamo dire che il delirio di essere amato assume un aspetto persecutorio passando per tre stadi: speranza, sdegno, persecuzione.
Parlando di DELIRIO D'AMORE il professore inoltre ritiene che quest'affermazione sia una contraddizione in termine: infatti, se è un modo di essere nell'amore non è delirio; se è un modo di essere nel delirio non è amore.
Una persona con deliri sembra essere la persona che ha perduto la proprietà delle proprie idee.
Nella normalità noi viviamo in equilibrio tra modalità attiva e passiva: nel delirio è prevalente la passiva.
Nell' erotomania inoltre la rivelazione non riguarda coscientemente i propri contenuti interni, come in una conversione religiose o nell'innamoramento, e se aspetti del Sè sono rivelati lo sono oscuramente, dietro le quinte, mentre al proscenio vi è uno stravolgimento dei significati della realtà esterna.
Quasi alla fine della relazione lo psichiatra si rivolge a noi chiedendoci: " potremmo parlare invece che di delirio d'amore, delirio di desiderio d'amore?"
Infine potremmo dire che l''innamoramento va distinto dall'amore. L'amore può essere una sua prosecuzione se avverrà la reciprocità di essere assieme. L'amore mette in gioco l'identità del Sè.
Dott.ssa V. Vinciguerra
Vittorio Volterra Pazzi d'amore: l'illusione delirante di essere amati
Il professore inizia la relazione con alcuni cenni storici. Ci mostra una diapositiva in cui appare come già nel 1838 si parlava di erotomania, per poi arrivare ai primi del novecento con De Clèrambeat.
Il delirio erotomanico interessa prevalentemente il sesso femminile, persone altolocate mentre le vittime sono solitamente attori, cantanti, politici...
Inizialmente si ha una tenuità degli indizi, che porta i parenti di questi soggetti a dubitare più o meno della veridicità dei loro pensieri.
L'inizio sembra coincidere con un'idea prevalente insorta in seguito ad un accadimento casuale. Secondo Tanzi il paranoico è una persona che non guarisce anche se allontanato, anzi in alcuni casi arriva al suicidio.
L'erotomania può essere classificata come episodica o permanente.
Secondo Gabbard la proiezione e l'identificazione proiettiva sono le modalità con cui l'erotomane controlla l'altro legandolo in relazioni altamente patologiche.
Questo bisogno probabilmente deriva da un forte deficit dell'autostima e dal bisogno di reprimere un sottostante sentimento ostile del soggetto stesso.
Mettendo a confronto la gelosia e l'erotomania, possiamo dire che la gelosia riguarda la paura di perdere l'oggetto amato di propria "appartenenza", mentre l'erotomania concerne la convinzione di essere amati da una persona indipendentemente dal fatto che sia di un altro o meno.
Per quanto riguarda il punto di vista medico-legale bisogna considerare alcune cose: da una parte, la persecuzione e l'esaltazione dell'erotomane; dall'altra la reazione difensiva ed aggressiva dei perseguitati.
Bisogna comunque tenere in considerazione che tutto ciò che riguarda l'erotismo ed il comportamento sessuale è condizionato, in termini di norma e devianza, da riferimenti culturali, sociali e medici.
Un'ultima considerazione riguarda il perchè si parla tanto dell'erotomania; la risposta sembrerebbe risalire al diciannovesimo secolo ed in particolare ad un passaggio avvenuto in quel periodo dal divertimento alla melanconia: "una passione felice non può essere sincera. Tutto è bene quello che finisce male." Si parla di erotomania quando l'erotismo diventa il perno intorno al quale ruota tutta la vita, un valore assoluto per cui si sacrificano amicizie, relazioni familiari, lavoro e si è vittima d'impulsi sui quali si perde ogni controllo critico.
La relazione viene conclusa con una citazione di Platone "Eros è perennemente affamato, altro che stupendo e vellutato come la maggioranza pensa... è sempre al centro fra mente aperta ed oscura.
Dott.ssa V. Vinciguerra
Giancarlo Nivoli Paranoia e comportamento violento sulla persona.
Trascrivere l'intervento del professore non è assolutamente facile, sia per la sua l'interpretatività, che non può essere riprodotta a parole, sia per il fatto che ha portato quasi esclusivamente casi clinici.
Nella sua introduzione parla di una psichiatria 2+1, dove due sta per lo psichiatra ed il paziente mentre l'uno riguarda lo psichiatra che dovrebbe sdoppiarsi e valutare oltre al paziente anche se stesso.
A riguardo del paziente paranoico sostiene che questo prima di uccidere avverte chi gli sta attorno, il tempo della sua esecuzione per "legittima difesa" è lento e progressivo.
Alcuni punti fondamentali del paziente paranoico sono: 1) La rinuncia a chiedere aiuto. 2) La delusione nei confronti delle leggi. 3) La realtà che delegittima...
Dott.ssa V. Vinciguerra
L'intervento di G. Stanghellini, dal titolo “Edipo paranoico”, si ricongiunge a quello di Calleri Ballerini e Ferro: in una formula, la paranoia non è un disturbo del noos, ma del pathos. Che cos'è il pathos? Potremmo dire le emozioni, gli affetti, gli umori: quindi la paranoia è un deliroide olotimico (ricordando le parole di Calmieri: un'ideazione mossa da un'onda timica originaria e inarrestabile). Si tratta davvero di un disturbo olotimico, cioè di un modo di pensare che deriva da una passione? O possiamo porci una domanda più originale e radicale, dopo un secolo di fenomenologia francese: cosa ci rende capaci di essere esseri che sentono le proprie emozioni come proprie, e che ci rivela il nostro essere nel mondo, attribuire significati, essere situati in una particolare “tonalità di umore”? Consideriamo l'Edipo, e un modo di narrarlo non psicoanalitico, ma più marginale, non filologicamente scorretto però.
In scena vi è il conflitto tra diversi modi di conoscere se stessi e rapportarsi al tema della conoscenza di sé. Edipo senza complessi: un uomo che conduce un'inchiesta scientifica e giudiziaria attorno alla propria identità ( secondo la versione di J.P. Vernant): dunque il tema dell'identità e della ricerca del proprio sé autentico. Per tragica ironia, oltre che colui che cerca, egli scopre di essere anche colui che è cercato. Il sé che cerca ha alcune caratteristiche: è un sé lontano (fa un viaggio: lontananza spaziale), è remoto nel tempo (l'interrogazione non verte sul presente, sul qui e ora, ma sull'alfa e omega, su origine e destino), è inaccessibile (le risposte dell'oracolo e le frasi di Tiresia sono gravi, difficili ed impenetrabili): pertanto la metafora è che il sé è profondo ed appunto inaccessibile (Edipo tiranno).
Questo tipo di ricerca avvicina la ricerca edipica ad altre tre paradigmatiche ricerche greche:
1) quella Eraclitea
2) quella Socratica (nell'Alcibiade): conoscenza di sé come via regia alla cura di sé
3) il motto Delfico “conosci te stesso”
1 - Eraclito e il t(r)uffatore (dal noto affresco)
La vulgata della lezione eraclitea si riassume in alcuni frammenti: ho indagato me stesso; non bisogna comportarsi come figli dei padri (non fidarti di quello che proviene dalla cultura originaria); la natura ama nascondersi (scava molta terra); il discorso dell'anima è profondo ed i confini sono insondabili; l'armonia invisibile è migliore di quella visibile: lontano vs prossimo, inaccessibile vs evidente, remoto vs presente.
2 - Socrate Platonico
Foucault ne fa una lettura spietata (una “carneficina”): Socrate subordina la cura di sé alla conoscenza di sé, ma conoscere se stessi è aver cura di sé. Qui la cura di sé è la riflessione del sé sulle sue proprietà superiori e divine: l'occhio si rivolge lontano, ad un “elemento luminoso”, il dio. Ma chi è dio? Senz'altro non è il volto dell'altro, di levinasiana memoria.
3 - Conosci te stesso
Si tratta di qualcosa di lontano, remoto, inaccessibile. L'etos della cura di sé è orientato verso l'introspezione attraverso mezzi mentali, cognitivi. Tale etica riflessiva sottovaluta la natura incarnata e situata del sé ( soprattutto attraverso la lezione della filosofia stoica). Forse questo è all'origine delle letture odierne del mito dell'incarnazione, e del disprezzo della carne.
Se volessimo, assumendocene i rischi, dicotomizzare, potremmo dire che disponiamo di due tecniche per accedere al sé: una è la tecnica introspettiva, la ricerca cognitiva e mentale, razionale, del proprio sé “absconditus”, un sé che cerca ed è cercato (una scissione del proprio sé, che è un paradosso: per trovarmi mi devo separare). Si possono portare come esempi le varie tipologie di disturbi di personalità, quando opero una duplicazione del sé passando dal piano della storia personale a quello della separazione e duplicazione.
Un'altra tecnica è invece costituita dall'intimità con se stessi, il cui presupposto è la nostra possibilità di sentire le nostre emozioni, presupposto ontologico su cui si articola un'etica della cura del sé. Si tratta di conoscere noi stessi tramite percezioni e tematizzazioni delle nostre emozioni, percepite come nostre: scoprire il nostro modo di “essere nel mondo”: quello che sfugge a Edipo. Si potrebbe quasi definire Edipo “alessitimico”, nel senso etimologico di colui che non riesce a coniugare logos con timos: non si accorge di quello che sta facendo (Dov'è quando uccide il padre e va a letto con la madre?). Non coniuga la tematizzazione del proprio essere al mondo con la dimensione emotiva. (Il verbo che usa Sofocle per il sentire di Edipo è “nosei” , che significa sia sentire che essere malato: dunque sentire di essere malato)
Come in un'esperienza di rivelazione, in cui vi è l'incapacità di tematizzare lo sfondo “patico” da cui deriva una tendenza: l'impossibilità di sentire come proprio il proprio pathos.
Si può parlare di Epistemologia Edipica, seguendo il saggio di Vegetti del 1983 “Edipo senza complessi”, in cui egli traccia le coordinate epistemologiche della ricerca edipica: la razionalità, l'essere costituita da segni e prove, il giungere ad una scoperta, in opposizione allo svelamento. Inoltre Edipo è il primo medico della storia: è il paradigma medico, anzi biomedico: il paradigma di una conoscenza di sé basata sulla razionalità, costituita da segni.
Secondo M. Rossi Monti, ne “La conoscenza totale” la conoscenza dei nostri pazienti paranoici è assai prossima a come uno scienziato costruisce un paradigma scientifico, e noi aggiungiamo: un paradigma del nostro sé.
Più Edipo si accanisce nella ricerca di sé, più si allontana da sé, e scoprirà di essere lui stesso quello che cerca ed è cercato: sé soggetto ed oggetto, una scissione che si riunisce.
La forma edipica di sapere razionale su se stesso confligge nel nodo più radicale con la familiarità e l'intimità con sé.
In conclusione: assistiamo ad un cortocircuito tra vie patiche e vie noetiche della ricerca di sé (distanza/prossimità, profondità/superficie, passato/presente), ed abbiamo due epistemologie del sé: una conoscenza riflessiva e razionale rispetto ad una familiarità ed intimità con sé, con il corpo emozionato.
Si prosegue con l'intervento di M. Alessandrini dal titolo “ E. Munch Il grido dell'autocura”, sul rapporto tra paranoia e creatività artistica. Viene esaminato il pensiero visivo di Munch ed in parallelo i suoi diari, che mostrano come Munch sia vissuto in un mondo costantemente in bilico su un abisso, ed abbia un vissuto simile ad un sé emorragico, un'ipersensibilità emotiva dovuta a vissuti esistenziali simbiotici mai risolti.
Un edipo precoce, pregenitale e non ben compiuto, un vissuto emorragico, uno strema of consciousness , un onirismo che trasuda di dolore e sangue costantemente.
Lo studio dei suoi diari propone il tema della memoria come ricerca di infinito, ed in essi si notano le oscillazioni tra questo sé emorragico e non risolto rispetto alle figure femminili della sua vita (la madre, le sorelle): Munch ha una famiglia asfissiante, ed un padre probabilmente bipolare con frequenti crisi maniacali: non può quindi arginare l'ipersensibilità emotiva ed il proprio vissuto di fragilità con quello che Lacan chiama “il nome del padre”.
Nel dipinto “Incontro nello spazio” osserviamo il legame simbiotico ed il tema della ricerca infinita nella memoria: Munch scavava costantemente in sé, nella sua memoria implicita, e ne “La bambina malata” vediamo che alcune parti sono grattate, scavate: come se egli scavasse in qualcosa che non ha parola. E' sempre un lavoro sul crinale, precario, un farsi inghiottire, non trovare una definizione, un limite, un “nome del padre” (una legge del simbolico”.
In “Disperazione” si nota una linea curva, dolce, presa dall'art nouveau, quasi a lenire ed ammorbidire quel vissuto emorragico e doloroso: un modo per dare forma ad un vissuto senza forma, per renderlo “altro da sé” e curarlo.
Si trova anche in Munch un vissuto melanconico, la sensazione di aver perduto qualcosa che c'è stato e non c'è stato. Munch non parte dalla pittura, ma i primi vissuti li traspone sul proprio diario, che in realtà è già, nell'aspetto, pittura: la scrittura come astrazione, la grana del foglio, le lettere in diversi caratteri e colori. Anche il celebre “l'urlo” è nato prima come pagina del diario, e come se Munch cercasse una “reverie materna” nel corso degli anni egli ci ritorna diverse volte in diverse forme (pittura, scrittura, incisione), sempre con un maggiore controllo.
Sappiamo che Munch ha lasciato oltre 1100 dipinti in pessime condizioni: egli faceva “la cura dei cavalli” ai suoi quadri: li esponeva all'aperto e lì lavorava. Si trattava di un modo di curarli nel senso che la “madre natura” così facendo in qualche modo li origina, agisce sulla loro materia, li cura, li distacca.
Nell'opera “il sole” lo vediamo trasformare in protezione “aperta” la chiusura autistica.
Attraverso i quadri possiamo analizzare i suoi rapporti con le donne: in “Vampiro” e in “Madonna” si va al di là del principio del piacere: procreare arte; in “separazione” e “Donne in ospedale” il tema del contatto-distacco; in “La danza della vita”, che appare più come una danza della morte, la depressione come causa o conseguenza dell'essere paranoico. In questo percorrere se stesso nell'immaginario, Munch con “Autoritratto all'inferno” e “L'insonne” è alla ricerca dell'identità, e diventa sempre più spettrale in “Notte a St.Cloud” e “La madre morta e la bambina”.
In lui l'arte ha comunque funzionato come argine: ha portato a livello preverbale un contatto con un edipo difficile, che non riusciva ad ammettere, ma, come diceva, stava “sempre sul crinale di quell'abisso”, senza cadere.
Dott.ssa M. Fenocchio
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