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IX GIORNATE PSICHIATRICHE ASCOLANE

"PARANOIA E DINTORNI"

IL CONGRESSO ON LINE
QUARTA GIORNATA - SABATO 17 MAGGIO 2008
I REPORT DALLE SALE CONGRESSUALI

M. Procacci: Il disturbo paranoide di personalità: modello clinico e trattamento cognitivo.


Disturbo Paranoide di Personalità.
Parlando di questo disturbo, possiamo soffermarci sulle problematiche che spesso il clinico incontra nel diagnosticarlo.
Le difficoltà riguardano la non facile rilevazione ed il discernimento da altri disturbi deliranti.
Il trattamento terapeutico risulta spesso inefficace, il farmaco si trasforma in un controllo di gestione, in cui diventa simpatico capire chi gestisce e da chi è gestito. Trattare con questo tipo di pazienti implica il rischio di essere inclusi nelle loro tematiche deliranti che diventano uno strumento relazionale di controllo.
Nel 1918 Kretschmer aveva descritto una forma di personalità, caratterizzata da idee paranoidee; questa, doveva essere distinta dai disturbi con deliri, in quanto la differenza con quest’ ultimi era un assenza di decorso deteriorante.
"In questi tipi di pazienti il medico notò come sensazioni penose e di ingiustizia venivano ricordate inalterate per anni, senza né essere espresse né dimenticate in alcun modo".
Per quel che riguarda il delirio persecutorio possiamo dire che è una falsa credenza ed i suoi contenuti possono variare.
I contenuti del delirio paranoideo sono soggettivi ma vi sono alcuni temi più frequenti; ad esempio negli egiziani i temi persecutori riguardano la scienza, la storia, se si tratta di persone colte, la religione nelle persone più povere. Nei coreani argomenti di violenza sessuale, nei cinese frequentemente tradimenti e vampiri.
Uno studio del 2006 di Corcoran et al ha messo a confronto tre tipologie di persone: pazienti affetti da paranoia, da depressione e sani confrontando i racconti del loro passato. I paranoici avevano la tendenza a leggere o ad essere colpiti dagli eventi che riguardavano il futuro come una minaccia, avevano inoltre la tendenza ad attribuire delle valutazioni negative di sé. Nei paranoici a differenza dei depressi vi era la tendenza a ricordare preferibilmente eventi associati a percezioni minacciose.
Possiamo dunque parlare di personalità paranoide? Millon nel 1981 sosteneva che il disturbo paranoide fosse una variante ed una sovrapposizione.
Nella personalità paranoide ritroviamo un aspetto cognitivo, la sospettosità, un aspetto di temperamento, l’irrascibilità, ed un aspetto difensivo.
In questo tipo di paziente vi è un’immagine di inadeguatezza del sé, con mancanza di stima; ciò potrebbe spiegare il perché il paziente proietta ed attribuisce al mondo esterno qualcosa di sé e solo quando si rende conto dell’inesistenza del sé ha la tendenza al suicidio.
Nell’ambito del cognitivismo si è cercato di analizzare il problema giungendo al trauma ed alla vittimizzazione. Un modello integrato della personalità paranoide presenta tre aspetti che nel loro insieme costituisco un modello esplicativo: stati mentali specifici, deficit meta-cognitivi, cicli interpersonali.
La minaccia è praticamente sempre presente nelle relazione del paziente, come pure l’aggressività: egli percepisce in modo ingiusto il mondo, è isolato socialmente ed ha uno stato mentale di astenia.
Disfunzione meta-cognitiva 1) malfunzionamento del decentramento: pensare male è peccato però quanto ci si azzecca, (G. Andreotti), è una prospettiva egocentrica ma è di per se però sinonimo di patologia. E’ comunque presente un decentramento. 2) malfunzionamento nella differenzazione: si riferisce alla capacità di discriminare i propri stati interni e di distinguere tra le proprie rappresentazioni interne e la realtà esterna.

Dott.ssa V. Vinciguerra

L’intervento di F.M. Ferro, dal titolo "Il concetto di paranoia" si apre con alcune immagini del pittore contemporaneo marchigiano Osvaldo Licini, la cui serie degli anni ’50 ruota intorno ad una frase di forte tradizione leopardiana: "E’ la luna nostra bella garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco (Amalasunta Luna).. Evoca una serie di metafore: il fondo indaco: senza tempo, così come i fondi oro dei polittici di Crivelli, o i fondi di G. Valeriano, su cui campeggia la figura di "Ama-l’assunta", che è una figura complessa: è la vergine (immagine idealizzata del femminile), ma, con il suo filo rosso sangue, è Amalasunta regina dei Goti. La doppia identità della luna, ferma e lontana nella sua indifferenza, rimanda a due percorsi, che Licini esemplificherà nelle immagini degli angeli ribelli, caduti, che poi rappresentano la follia, lo scollamento dell’immagine. Anche noi qui, come l’artista, esaminiamo due figure e due possibili percorsi: la figura della paranoia, del percorso della paranoia, che definisce una nuova possibilità di investimento del desiderio del soggetto, ed un percorso più destrutturato, quello del delirio (schizofrenico, ma meglio sarebbe scioglierlo dal legame di necessità della schizofrenia.
Partendo dalla riflessione di Thierry-Laurent abbiamo due linee di osservazione clinica, una coerente al metodo della clinica di Foucault: l’osservazione nitida e precisa di elementi riscontrati poi da tutti i clinici che ci succederanno, ed il problema di una totale e continua ridefinizione della storia di questi elementi (la visione scientifica delle varie fasi della storia, la continua rilettura degli elementi di semeiologia in psicopatologia a seconda di come lo psichiatra ed il suo paziente sono immersi non solo in una relazione, ma in una storia.
Dalla psicopatologia centrata sull’elemento passione (Esquirol ed il mondo post-rivoluzionario caratterizzato da passioni estreme) c’è il viraggio verso un’attenzione ai contenuti intellettivi della esistenza , ad una metodica analisi scientifica da parte della medicina positiva (si vede soprattutto nella medicina francese e tedesca): la sofferenza mentale come "turbamento dell’anima" (dalla filosofia romantica) che diventa "malattia", ancorata alla fisicità del soggetto e della storia.
Si prende come esempio A. Schitzler, medico e scrittore, forse l’unico scrittore invidiato da Freud per le sue descrizioni così "immediate" delle psicopatologie, ed il suo racconto "Fuga nelle tenebre", traduzione in racconto di un caso clinico su paranoia e delirio, che narra di un funzionario dell’impero asburgico e della sua sofferenza psichica, caratterizzata da elementi interpretativi crescenti, fino al precipitare in una fuga da se stesso, nella neve e nei rovi, fino all’incontro fatale con il fratello, neurologo. Il racconto evoca la grande trattazione del delirio che abbiamo in Pirandello, con una differenza: in quest’ultimo vi era un’immersione globale nel delirio della moglie, ed egli non riusciva a mantenere la distanza dalla trama paranoidea che lo avvolgeva, diventando un personaggio della scena che egli stesso mette a punto, limite o forse grandezza dello scrittore siciliano.
Viene citato inoltre Kubin, con "La città di perla", metafora della costruzione paranoidea", e Kafka, che ne "Le metamorfosi" porta sulla scena un problema (già sollevato da Petrella), che potremmo definire "lo sparo di Sarajeevo": la prima guerra mondiale inizia con lo sparo sull’arciduca e per uno storico significa che si deve ricostruire un prima; dopo c’è la guerra, che per la sua grandezza mette in posizione obsoleta lo sparo. Così nei nostri pazienti spesso noi vediamo la guerra, però lo sparo è in qualche modo come la scena delle metamorfosi kafkiane, o la rivelazione in Schitzler "che una palpebra si è leggermente abbassata": c’è sempre nei testi da noi ricostruiti dei nostri pazienti questo punto di snodo, di coagulazione, di precipitazione: importante crocevia del percorso, poiché dietro di esso c’è tutta una storia.
M. Rossi Monti ammonisce di fare attenzione, perché questo carattere di immediatezza ha una storia che si muove per nessi causali, ha un suo margine di vero. Viene in mente la storia di Robert Valser che, già scrittore notissimo, arriva all’ospedale di Apperlzer (vicino alla clinica di Binswanger e dove per breve tempo aveva lavorato Rorschack) e pretende di essere ricoverato, perché la sua vita è stata come "discontinuata" da una serie di allucinazioni verbali, un dialogo eterogeneo alla sua biografia, che tace solo quando egli scrive (ed egli scriverà pochissimo nei venticinque anni di permanenza nella clinica, occupato da questo dialogo). Questo elemento che ha fatto irruzione nella sua storia si è introdotto come un elemento astorico, che appartiene alla dimensione del senza-tempo. Valser oltre che parlare con le voci compie un percorso quotidiano, una fuga (come il personaggio di Schnitzler) attraverso la passeggiata (sarà chiamata poi la "Valserpromenade")che fa tutte le mattine per venticinque anni, con cappello e ombrello, con ogni tempo, come a descrivere un percorso senza parole, percorso che definisce quotidianamente un confine minacciato, finché un giorno di Natale rimane nella neve, come morto, con cappello e ombrello a fianco. In questo ossessivo ripetersi di percorsi Valser ci dice forse che l’area di linguaggio interno, in questo laboratorio dell’anima dove si delinea l’elemento allucinatorio ma forse anche di ripensamento della storia (è di quegli anni l’avvento del nazismo), si associa ad un altro elemento di contiguità: il disturbo dell’area semantica è contiguo a momenti in cui forgiamo i modelli interpretativi ed essenziali che segneranno il declinarsi della nostra relazione con l’altro?
Si tratta di un quesito molto forte sollecitato dalla psicopatologia dei nostri giorni, sono gli interrogativi su cosa accade nella preistoria del sé, su cosa può incrinare qualcuno verso un percorso di accensione della passionalità.
E’ una sfida che si sta raccogliendo, e porta sempre più vicino ai moti primi dei desideri e del costruirsi del soggetto.
E la luna ci guarda beffarda e crudele, ma è l’unica luce che può orientarci in quel percorso di ombre e luci in cui si declina la nostra storia e la storia dei nostri pazienti.

Si prosegue con l’intervento di C. Maci dal titolo "Paranoia — patico e noetico".
Si osserva innanzitutto che l’oscuramento della paranoia è già in principio etimologico: il termine può significare sia "fuori la mente" che "fuori dal curare", e di tale ambivalenza di lettura già si parlava a Berlino nel 1892, e a Parigi nel 1950. Proprio dal convegno di Parigi è nata una via anglosassone che ha riportato solo il termine "paranoide" al linguaggio clinico, e il resto al linguaggio della gente comune ( a cui si riferisce E.Borgna parlando di deragliamento sociolinguistico).
In passato il paranoico se entrava in manicomio trovava un luogo per nascondersi, ed ancora oggi si nasconde: arriva solo un poco per volta agli ospedali o ai giudici. A volte d’altro canto la paranoia è assunta a diagnosi di copertura per chi si oppone ad un regime (pensiamo a Violet Gibson, attentatrice a Mussolini), tralasciando completamente l’osservazione psicopatologica.
I paranoici prendono spesso i panni dei querulomanici, e sono bravissimi a cogliere le carenze dei servizi e degli ospedali.
D. Cargnello ricorda che ben pochi altri termini psichiatrici hanno subito così tanti cambiamenti di significato.
Il rapporto complesso tra patico e noetico viene introdotto con riferimento al romanzo "La sposa liberata" di A. Yeoshua. Nel paranoico si ha uno scompenso per uno scarto tra un livello patico e poetico, tra una ferita affettiva ed un’azione vendicativa-riparatrice che non può che essere grandiosa, tra un diritto offeso e un diritto da far valere, tra pathos ed eidos, passione e ragione.
Una ferita affettiva che ripropone verosimilmente antiche ferite. La distorsione della percezione da parte della grandiosità del sé inoltre è un meccanismo centrale nel paranoico: la grandiosità narcisistica consiste nel divorzio delle conseguenze dalle azioni: egli non riesce ad immedesimarsi nell’altro. La grandiosità del sé, trasversale spesso ai vari temi deliranti del paranoico, si sviluppa lentamente, insidiosamente, e con una certa logica espansiva.
Il sé grandioso trae energia continua dall’esigenza di non soccombere di fronte all’altro, a quello sguardo troppo invadente ed indiscreto, a quel mondo esterno sempre troppo straniero, che non si comprende e sfugge sempre più ai tentativi di avvicinamento.
Centrale sembra essere comunque la mancanza di fiducia in se stessi, che può prendere nel paranoico anche la via del sentirsi biasimato dagli altri. Il paranoico ricerca una validazione cognitiva, noetica, mentre è costretto emotivamente a riportarsi verso il proprio fondo esistentivo, affettivo, patico, talvolta "patetico". Crede che cercare tutti i significati possa portarlo ad avere il senso delle cose, il suo senso nel mondo.
Il senso marca il carattere patico della soggettività, l’esistere come coinvolgimento dell’uomo nella vita del mondo, a sua volta coinvolto nella vita dell’uomo, originaria unità interno-esterno.
Si può vedere la paranoia ed il pensiero paranoide come aree di confine importanti, che possono spiegare peculiari modi di funzionare della mente umana.
La paranoia infine come spazio articolato nei suoi aspetti antitetici, quasi come un disorganizzatore nosografico, area particolarmente complessa ed originale tra psicopatologia e norma, ma anche sufficientemente distinta da aree cliniche prossimali, da mondi vissuti come vicini ma "altri".
Il volto della paranoia è dove passione e ragione coabitano perturbate, dove patico e poetico vivono di un loro rapporto patogenetico.
Dott.ssa Monica Fenocchio

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