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La valle dei transfert dispersi

LETTERA APERTA DI ANTONELLO CORREALE SUL FUTURO DEI SERVIZI PUBBLICI DELLA SALUTE MENTALE.

Caro Bollorino,

ho pensato di scriverti questa lettera, nella speranza, se lo riterrai opportuno, che tu possa renderla disponibile per i lettori di POL.IT. In essa sono contenuti alcuni miei pensieri sul lavoro nei Servizi pubblici di Salute Mentale, che spero possano aiutare il dibattito e la riflessione sul futuro possibile di questi servizi.

Il tema che mi sta più a cuore riguarda il rapporto personale tra curante e paziente. La mia impressione è che questo rapporto — che dovrebbe essere caratterizzato da una forte specificità, legata al fatto che il paziente riconosca in quel rapporto con una certa particolare persona — con quel nome, quella faccia, quelle caratteristiche psichiche e somatiche — qualcosa di specifico e fondamentale, non sia sufficientemente al centro dell’attenzione.

I rapporti del paziente cogli altri curanti e del curante coi colleghi, dovrebbero tenere conto che nel piccolo gruppo di cura impegnato nella terapia, ad esempio un medico, uno psicologo, un’assistente sociale, un infermiere — esiste un rapporto speciale, intimo, tra uno di loro e il paziente e articolare il lavoro, tenendo conto di questo fatto fondamentale.

Succede invece che l’ipertrofia del concetto di rete possa comportare un potente spostamento di attenzione dal rapporto personale al servizio nel suo complesso, e che i nodi della rete, spesso mal collegati tra loro, possano assumere un carattere neutrale e disaffettivizzato, così che l’intera terapia si sposti su un piano di anonimato. Ne può derivare che molti interventi — fatti peraltro spesso con impegno e dispendio di tempo — avvengano per così dire senza un contenitore umano, ma solo con un contenitore "istituzionale", che, in assenza del contenitore umano — può diventare algido e facilmente preda di meccanismi difensivi o comunque iperagiti.

Potrei formulare così la mia domanda: che fine fa il transfert nelle istituzioni psichiatriche? E se il transfert fa una qualche fine, in che cosa si trasforma? Non può accadere che le istituzioni diventino dei luoghi troppo ampi, in cui si aggirano, in forma degradata, dei transfert irrisolti, diventati fantasmi persecutori e depressivi?

Vorrei proporti quindi un breve contributo su questo punto, cui vorrei dare un titolo, che riconosco forse come esageratamente pittoresco, ma che mi piace, perché rende l’idea di ciò che voglio dire, anche se in forma un po’ troppo "romantica".

Vorrei chiamare questo breve contributo:

La valle dei transfert dispersi

Come tutti sanno, il concetto di transfert nasce colla psicoanalisi, ma interessa un insieme di fenomeni, che vanno molto oltre il puro e semplice ambito dell’incontro psicoanalitico.

Tradizionalmente, si intende per transfert appunto il trasferimento sulla figura del curante dell’immagine interiore di figure significative della storia del paziente.

Ma accanto a questo significato originario, se ne è andato sempre più aggiungendo un altro. Il transfert viene sempre più concepito come una potente mobilitazione di fantasie, energie, e pensieri messi in atto dall’incontro di una persona sofferente con un’altra, che si ritiene competente per alleviare e rendere più "umana" quella sofferenza.

Nel transfert, quindi, come diceva Freud e, come successivamente hanno ripreso con grande vigore altri, come Winnicott e Lacan, si mobilita un desiderio, una forza, una speranza, una spinta, una pulsione, insomma qualcosa che investe il curante e che attiva in entrambi i membri dell’incontro paure, speranze, desideri, sospetti, rabbia, erotizzazione. Ma, più di tutto, speranze e paure.

Sono attrezzati i servizi a ricevere questa mobilitazione di affetti e di idee? Io ho l’impressione che non sempre lo siano, per due motivi principali.

Il primo motivo concerne un’attitudine riduzionistica. In questo caso, il curante vive il transfert come un impulso vorace e avido, come un’ansia di impossessamento e mobilita difese dirette a limitare e circoscrivere quanto accade. Ma se è giusto cercare un contenimento possibile nella realtà dell’incontro, non è invece auspicabile che questo "contenimento" diventi una riduzione, una banalizzazione di ciò che prove il paziente, come se si volesse esorcizzare una fata o una strega, dicendo che è una normale ragazza come tutte le altre. Il curante deve essere molto attento a controllare gli effetti pericolosi del transfert — invidia, competizione, erotizzazione indebita, aggressività maligna — ma spesso, per fare ciò, butta via, come si dice, il bambino coll’acqua sporca e l’incontro corre il rischio di banalizzarsi e di appiattirsi.

Il secondo concerne invece una specie di ipertrofia di concetto di setting. Dobbiamo tutti essere grati a coloro che portarono la psicoterapia nei servizi. Questi operatori valorizzano il rapporto e sono così di esempio a tutti gli altri operatori, anche non psicoterapeuti.

Ma passa talvolta l’idea che non ci sia transfert senza setting e che solo il setting possa permettere di attivare e valorizzare un transfert.

Il transfert, al contrario, va molto oltre il setting e, d’altro canto, il setting non è il solo modo per affrontare e lavorarci. Usare il setting in modo eccessivo, come unico strumento di lavoro per lo studio del rapporto, può portare a un uso difensivo del setting stesso, e, in certi casi, controllante e distanziante.

È doveroso aggiungere che nei servizi, molti operatori, fanno un buon uso del transfert, sia dentro che fuori delle psicoterapie, ma questo non toglie che il pericolo che ho indicato sia molto presente.

D’altra parte, alcune categorie professionali - assistenti sociali e infermieri ad esempio — fanno spesso un uso del rapporto, diretto, "umano", per così dire "naturale", come se implicitamente, ci credessero di più e ci facessero un maggiore affidamento. Non sottovaluto i pericoli di questa modalità, ma penso che dobbiamo indirizzare nel miglior modo possibile questo atteggiamento di base per renderlo sempre di più limpido e consapevole e non all’oscuro delle sue componenti di potenziale rischiosità.

Che fine fanno, dunque, questi transfert, partiti e mai arrivati, questi messaggi che nascono nell’incontro e finiscono in uno spazio troppo ampio e dilatato? Il gruppo dei curanti ha la compattezza e la pazienza di contenerli come gruppo o le differenze individuali, le specializzazioni, l’accentuarsi delle funzioni specifiche, gli incarichi troppo individualizzati, minano l’integrità del gruppo, ridotto a pura somma di funzioni?

La recente tendenza a ipervalorizzare gli incarichi specifici e i ruoli professionali distinti, determina spesso una forte limitazione dello spazio di accoglimento, non solo materiale ma psichico, del paziente, colla conseguenza che la dimensione transferale di cui stiamo parlando, tende a passare in sottofondo e a venire proiettata all’esterno. Insomma, la settorializzazione dei compiti tende ad essere inversamente proporzionale alla valorizzazione del transfert.

Ecco perché il servizio diventa la valle dei transfert dispersi. L’investimento partito e mai arrivato sembra aggirarsi per il gruppo dei curanti come il famoso personaggio in cerca di autore o come un sentimento e un impulso che non trova un luogo in cui albergare. E il gruppo, come dicevo all’inizio, troppo preso dall’espletare la sua "somma" di funzioni, spesso in un clima di competizione, sospetto e invidia, non riesce sempre a costituire un luogo di accoglimento, né può riuscirci, se non c’è un contenitore "umano" che faccia da tramite tra paziente ed équipe.

Il transfert disperso può diventare così un transfert esplosivo: acting, fughe, resistenze alla terapia, invadenze, criminalizzazioni, rabbie, esasperazioni, litigi, esagerazioni, stanchezze.

Il transfert disperso, infatti, tende ad attivare nel gruppo un assunto di base, spesso di attacco-fuga, impregnato di angosce paranoiche, suddivise tra paziente e colleghi, talvolta di accoppiamento, in cui il gruppo si ritira in un aristocratico, idealizzante rapporto con se stesso, passando troppaparte del suo tempo a pensare alla propria organizzazione, piuttosto che al rapporto coi pazienti.

È possibile evitare tutto questo? Credo che solo una formazione diretta a cogliere tutta la complessità e la ricchezza del fenomeno del transfert, a tutti i livelli professionali e in tutte le pieghe dell’attività istituzionale, possa ovviare a questo rischio. E una leadership capace di dare l’esempio di questo interesse, che si applichi in prima persona all’esperienza di questa parte così essenziale del nostro lavoro e non si limiti a una ben funzionante organizzazione manageriale.

Soltanto un leader che non sia soltanto manager, ma che mostra con i suoi atti la fiducia in questa dimensione, che "si sporchi", insomma, "le mani" coi pazienti, può favorire una formazione adeguata in questo senso.

Perché la "ben funzionante organizzazione manageriale", se non prende in considerazione i fenomeni transferali, rischia di diventare una incontrollabile produttrice di fantasmi.

Con grande stima e gratitudine

Antonello Correale

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FRANCESCO BOLLORINO

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