domenica 4 aprile 2004
Luomo che restituì la parola ai matti: Franco Basaglia

E' in libreria da marzo il libro di Nico Pitrelli (Editori Riuniti) sul tema della comunicazione e la fine dei manicomi
Nico Pitrelli, trentenne, è un fisico e giornalista scientifico, lavora alla Sissa di Trieste ed è responsabile del master in comunicazione della scienza.
qui di seguito una breve recensione di Beppe Dell'Acqua
Tempo fa, era il giugno 2002, in unaffollatissima sala della Stazione Marittima di Trieste, si stava presentando il libro Franco Basaglia di Colucci e Di Vittorio. A un certo punto, dal pubblico si alza un giovane che chiede la parola. Conclude il suo intervento dicendo:
avrei voluto dire solo questo: a noi giovani oggi, manca un Basaglia.
Questo giovane era Nico Pitrelli, fisico, giornalista e studioso della comunicazione scientifica.
Mi sono chiesto che cosè che fa dire a un giovane, per giunta laureato in fisica: Ci manca un Basaglia. E, inevitabilmente, sono tornato indietro di molti anni, quando, io stesso studente di medicina e allora più giovane di Nico, avvertii, assieme a tanti miei colleghi, di aver bisogno di un Basaglia. Un richiamo irresistibile, perché in quel richiamo cera un esplicito invito a cambiare.
Io ho conosciuto Basaglia quando la sua esperienza a Gorizia era già finita; lavorava da qualche anno a Colorno ed era nellaria linizio dellavventura triestina. Era la primavera del 1971. Siamo andati a trovarlo, io e alcuni amici, tutti laureandi in medicina allUniversità di Napoli. Negli anni caldi, avevamo letto Listituzione negata.
Stavamo già ereditando dal 68 interrogativi e dubbi sul lavoro che ci apprestavamo a intraprendere: il rapporto tra professione e potere, il ruolo del medico, la dissociazione tra professione e impegno politico.
Ora, a distanza di 30 anni, Nico Pitrelli, che allora non era ancora nato, riscopre il bisogno di raccontarci Basaglia. E limportanza che Basaglia attribuì alla comunicazione che lo affascina. Restituire, come dice il titolo del libro, la parola ai matti.
LOspedale Psichiatrico (e la psichiatria) così come nasce costruisce separazione, frantuma ogni possibilità di comunicazione: le mura del manicomio chiudono un discorso. Da quel momento in poi la gelida e impersonale ragione avrà sempre più il sopravvento sulla follia e imporrà la sua rigorosa pulizia. Il discorso diventa sempre più asettico, i manicomi sempre più freddi. Il modo di comunicare intorno alla follia, alle persone che ne soffrono, è ancora oggi contaminato da questa nascita. E su questa questione che Nico intende indagare: la comunicazione della scienza psichiatrica per farsi pretende troppo spesso la negazione della persona.
Se si leggono i lavori scientifici della psichiatria di oggi si coglie la scomparsa delle persone e con esse dei luoghi, delle relazioni, delle storie. Della sofferenza, delle urla, dellopposizione muta e sorda. Degli ambienti miseri, sporchi, vuoti. Delle porte chiuse, delle persone legate, dei corpi violati. Tutto viene restituito da un linguaggio asettico dove la singolarità scompare e ogni cosa viene riportata a patologia, a medie, numeri, scale. Anche i giornali, le radio, le televisioni molto raramente, nel comunicare, si liberano da queste premesse.
Per aprire il campo della comunicazione Basaglia deve interrogarsi sulla natura della la psichiatria e nel tentare di rispondervi metterà a nudo linconsistenza di quel paradigma scientifico. Da qui il graduale abbattimento delle barriere, prima allinterno del manicomio e poi verso lesterno, costituisce lavvio di nuove pratiche in salute mentale e di uninedita lotta politica. E una radicale riconsiderazione dellimportanza della comunicazione.
Così lesperienza basagliana viene narrata passando attraverso le aperture, i passaggi comunicativi, i grandi teatrali svelamenti della violenza del manicomio e della psichiatria: da Morire di Classe di Carla Celati e Gianni Berengo Gardin, ai Giardini di Abele di Sergio Zavoli, a Marco Cavallo di Vittorio Basaglia e Giuliano Scabia e al suo Cantastorie sul Teatro Vagante, ai Matti da Slegare di Bellocchio, Agosti, Petraglia e Rulli , al Reseau Internazionale di Alternativa alla Psichiatria del 77 e la clamorosa contestazione degli autonomi padovani. .
I giovani delletà di Nico sanno poco di tutto questo e poco si interrogano di conseguenza. E, tuttavia, chiedono di sapere, hanno voglia di ascoltare queste storie recenti e dimenticate. In questo senso il libro di Nico è utilissimo. Ed è tanto più prezioso se si pensa che nel corso degli ultimi 20 anni si è determinata una dissociazione sempre più profonda tra quei grandi cambiamenti e le pratiche che da questi avrebbero dovuto conseguire. Fino a corrodere, offuscare e appiattire tutta la potenzialità di quei cambiamenti; fino a perderne le tracce. Ritornando a Basaglia, Nico ha cercato di offrire ai suoi coetanei e a molti altri uno strumento di lavoro. Sta dicendo che ci manca uno sguardo rigoroso, critico, eccentrico, trasversale. Oggi la spinta allomologazione sembra inarrestabile e nulla riesce a mettere veramente in discussione lo stato delle cose. A costruire percorsi antagonisti esercitando con rigore e originalità il proprio lavoro. E difficile trovare uno spiraglio, uno sguardo singolare, una posizione dislocata per contrapporsi. Per prendere parte. Per pensare che limpossibile diventi possibile.
Continuo a temere che quanto è stato costruito possa venire distrutto, che tutto il sapere accumulato vada dissipato, che la memoria di questa vicenda, di cui io penso non bisogna perdere nulla, vada invece dispersa. Questo libro contribuisce a ordinare memorie e a costruire conoscenza. E un po mi rassicura.
Peppe DellAcqua
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Carlo Gozio, psichiatra e psicoterapeuta, lavora a Brescia ed è responsabile del Centro Residenziale Terapeutico e del Centro Diurno degli Spedali Civili di Brescia.
Cura per conto dell'Associazione Laura Saiani Consolati il sito www.psichiatriabrescia.it.
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