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Dipendenze patologiche e maltrattamento infantile di Mariagnese Cheli (1) e Sara Giacopuzzi (2)

1 - Psicologa e psicoterapeuta, Centro Specialistico Provinciale contro il maltrattamento all’Infanzia "Il Faro" Azienda USL di Bologna. email marianese.cheli@ausl.bologna.it

2 - Assistente Sociale de Il Faro, Comune di Bologna

 

 

Riassunto

Crescere in una famiglia tossicodipendente e/o alcolista espone il figlio ad una condizione di

rischio evolutivo che può costituirsi come vera e propria esperienza sfavorevole infantile poiché costringe il bambino a adattarsi ad un ambiente insicuro e mutevole, a volte malevolente, a causa della violenza nelle relazioni intime, in assenza di fattori protettivi compensativi. La ricerca più aggiornata è ora in grado di dimostrare la stretta correlazione esistente tra dipendenza da sostanze, maltrattamenti intrafamiliari e deficit della funzione genitoriale.

Summary

Growing up in a drug addicted and/or alcoholic family exposes the child to developmental risk condition and an actual adverse childhood experience which forces the child to adapt to an as uncertain and changeable environment perceived, sometimes unfavourable because of violence in intimate relationships, in the absence of protective factors. The latest research is now able to demonstrate a very closed correlation between addiction, child maltreatment and lack of parenting.

Key words

Complex child abuse, attachment, intimate family violence, child development risks in families addicts.

Perché è dannoso crescere in famiglie tossicodipendenti e/o alcoliste

La letteratura rileva una stretta interdipendenza tra abuso di sostanze e maltrattamento e ne sottolinea gli effetti dannosi nella funzione di parenting. Alcool e droghe "intossicano" le relazioni intrafamiliari fino a far aumentare da quattro a dieci volte, per il figlio, il rischio di subire maltrattamenti, sviluppare in età adulta comportamenti devianti, tossicodipendenti (Di Blasio 2005), e più in generale problematiche di natura psichiatrica molto diverse tra loro (Cancrini, La Rosa, 1991).

La consuetudine ad abusare di droghe e/o alcool implica di per sé una generale discontinuità nella relazione di cura (dall’eccesso a scopo compensativo, all’adeguatezza, alla trascuratezza fino alla violenza) e nella corrispondente rappresentazione genitoriale interna del figlio che sperimenta il repentino "trasformarsi" del suo care giver, con la conseguente mortificazione del primario bisogno di continuità e prevedibilità del mondo esterno, del processo di regolazione affettiva diadica. In sostanza, viene meno la possibilità di fare affidamento su una base sicura (Bowlby 1989). L’attaccamento, in quanto nutrimento del sé, è un bisogno primario come ricevere cibo e igiene. La relazione che il bambino instaura con i suoi genitori diviene lo schema che gli consente di interpretare, significare e prevedere il mondo esterno e che guiderà i suoi comportamenti. Sia nei figli di genitori con problemi di dipendenza sia nei genitori stessi la ricerca evidenzia una sorta di tendenza alla "trasmissione transgenerazionale" di modelli di attaccamento ambivalenti, disorganizzati con conseguenti e palesi disturbi di organizzazione del Sé (Fava Vizziello, Leo, & Simonelli 1997. Crittenden, P.M., 1988. Ammaniti, M., Pazzagli, C., Speranza, A.M. & Vimercati Sanseverino L., 1997. Bowlby, J., 1973.).

La nulla o scarsa responsività genitoriale prefigura una condizione generale di trascuratezza (fisica, affettiva), spesso affrontata dal bambino con un ribaltamento di ruolo, un’inversione generazionale che lo precipita in una posizione protettiva e adultomorfa verso il genitore percepito come inaffidabile, bisognoso, fragile, richiedente anche la complicità del figlio. Il bambino apprende precocemente che non può fidarsi completamente del mondo adulto, coltiva vissuti di rabbia per non sentirsi sufficientemente protetto. Il successivo confronto con il mondo esterno, tramite la scuola, è alla base dello svilupparsi di sentimenti di vergogna, impotenza, stigmatizzazione, spesso celati dal bambino a causa del suo sentirsi diverso dagli altri coetanei. Ne può derivare una condizione di isolamento chiusura, ritiro sociale, senso di inadeguatezza personale. Vissuti che intaccano profondamente l’immagine di sé e che possono ripercuotersi negativamente sulla performance scolastica, esitando in deficit dell’attenzione e dell’apprendimento. La necessità di concentrare l’energia vitale nel controllo del proprio ambiente e la bassa autostima in genere riducono l’investimento sulle funzioni cognitive che nel tempo si strutturano in deficit stabili.

Le conseguenze sulla crescita divengono ancor più dannose quando tossicodipendenza e alcolismo si prefigurano inequivocabilmente come generale condizione di pregiudizio (Si definisce "situazione di pregiudizio" una qualunque situazione in cui il minore mutua, dal contesto familiare o extrafamiliare in cui è calato, uno stato di sofferenza, disagio o carenza che può incidere negativamente sulle sue potenzialità di crescita e di sviluppo. I Servizi Sociali operano prevalentemente nell’ambito della tutela: prestazioni prevalentemente non richieste fornite all’interno di una cornice giudiziaria limitante l’esercizio della potestà genitoriale nei casi di grave incapacità ad assolvere i compiti di cura (L.Fruggeri, 1997) ) per il bambino, costretto a dolorose separazioni dal proprio abituale ambiente di vita, a faticosi adattamenti a nuovi contesti di riferimento forieri di profondi sentimenti di incertezza verso il proprio futuro.

Violenza intrafamiliare e abuso di sostanze

Esiste una stretta correlazione tra alcolismo e violenza intrafamiliare. L’OMS considera il consumo di alcol un fattore di rischio prevalente per la violenza nelle relazioni intime, trasversale a tutte le classi socio-economiche (OMS, 2002, Caravelli, Cosimi e Mazzone, 2009). Il 60% di violenza domestica si verifica quando il perpetratore è sotto l’influenza di alcol e/o droghe (Dube e All, 2001, Di Blasio, 2005). Il rischio aumenta da quattro a dieci volte divenendo un prerequisito per la violenza extrafamiliare, spesso determinata dal fatto che il bambino ricerca fuori dal proprio abituale ambiente il soddisfacimento dei suoi bisogni. La violenza domestica nei primi sei mesi di vita è un predittore che arriva a triplicare il rischio di maltrattamento fisico e a raddoppiare quello psicologico e di trascuratezza (Mc Guigan e Pratt (2001).

Assistere alla violenza domestica nell’ambiente primario di vita costituisce un’esperienza infantile assai sfavorevole e si pone al primo posto come grave fattore di rischio evolutivo Vivere nella paura, molte volte nel terrore per l’incolumità di un care giver, provoca conseguenze psichiche e fisiche piuttosto rilevanti e a volte devastanti. Numerosi studi (per una rassegna esaustiva cfr Di Blasio, 2005) sottolineano la pervasività della sintomatologia e le conseguenze post traumatiche (Hermann, 2005, Luberti e Pedrocco Biancardi, 2005). I danneggiamenti investono ampie aree dello sviluppo (Montecchi, 2005):

Area del comportamento: aggressività, bullismo, crudeltà, iperattività, acting-out, antisocialità, ipervigilanza, ritiro sociale, vittima di bullismo (la ricerca evidenzia sempre più l’interdipendenza tra bullismo, esposizione alla vittimizzazione e violenza assistita - Baldry A.C, 2003. Ardino M.V. 2009-).

Area delle emozioni: paura, ansia, rabbia, tristezza, impotenza, vergogna.

Area cognitiva: scarso rendimento scolastico, ritardo nello sviluppo.

Area fisica: sintomi psicosomatici, disturbi del sonno, dell’alimentazione, inadeguato sviluppo psicomotorio.

Quali esiti dei necessari meccanismi difensivi che il bambino è costretto ad attivare in modo rigido per adattarsi ed eludere la sofferenza dettata dalla violenza e dalla imprevedibilità del proprio ambiente di vita ? (Montecchi, 2005). I meccanismi difensivi ricorrenti nell’osservazione clinica sono il distanziamento affettivo, l’alleanza e/o identificazione con un genitore contro l’altro, la sterilizzazione delle emozioni fino a giungere alla dissociazione. Il bambino è costretto ad annullare e/o distorcere la percezione dei propri sentimenti dolorosi poiché è intrappolato in un doppio legame irrisolvibile: non ricevere protezione dal garante della sua stessa sopravvivenza.

La violenza assistita agisce sul soggetto in età evolutiva come trauma cumulativo complesso, dando origine a quadri clinici compatibili con le forme più severe del Disturbo post-traumatico da stress secondo la definizione della Herman (2005). Pensiamo ad un bambino di 5 anni che attende il padre alcolista per vedere, da come entra in casa, cosa succederà… E’ naturale che la sua prima reazione verterà sul come sottrarsi alla situazione penosa o come attrezzarsi per affrontarla: fuggire o combattere? Questo è il dilemma! I bambini testimoni di violenza domestica subiscono un danno nelle loro capacità sociali che può esitare in fobia scolastica e/o sociale.

Debora è una bambina di 9 anni in diagnosi presso il "Il Faro" di Bologna

Il Centro Specialistico contro i maltrattamenti all’infanzia è composto da una équipe multidisciplinare formata da professionisti dei servizi pubblici che dedicano alcune ore settimanali al progetto: un neuropsichiatra infantile, tre psicologi, un pediatra, un ginecologo, due assistenti sociali, un educatore ed un consulente giuridico. Le attività sono principalmente finalizzate a sostenere ed affiancare il lavoro dei servizi sociali e sanitari offrendo consulenza, attività clinica, formativa e di ricerca. Il Centro svolge le proprie attività grazie ad un’apposita convenzione che coinvolge la Provincia e il Comune di Bologna, il Policlinico S.Orsola-Malpighi, le Aziende Sanitarie Locali di Bologna e di Imola, le ASP della provincia, il Servizio Sociale Minori del Dipartimento di Giustizia Minorile, i Comuni Capofila dei Piani di Zona della Provincia.

Il padre, alcolista, è attualmente agli arresti per aver abusato sessualmente di Maria, sorella maggiore di Debora nata dal precedente matrimonio della moglie. La ragazza ha confidato l’abuso ad un centro antiviolenza e non alla madre, percepita come debole e depressa, a sua volta vittima di violenza. A Debora, al contrario, "non è mai stato toccato nemmeno un capello". Una verifica con le insegnanti e con il pediatra ha fatto emergere una situazione di apparente normalità della bambina: Debora ha un buon rendimento scolastico, un ottimo adattamento sociale, è adeguatamente accudita, "tranquilla ed ubbidiente", elementi caratteristici della resilienza della bambina ma anche del suo iper-adattamento. Nel corso dell’indagine psicodiagnostica emergerà il suo profondo vissuto di solitudine e di inadeguatezza "Maria è gelosa di me perché il papà mi vuole più bene, la mamma spesso è triste forse è anche lei gelosa", abbia precocemente sviluppato l’idea di dover essere a tutti i costi una brava bambina "quando dico al mio papà che sono brava a scuola è contento" (tentativo di compiacimento e di controllare il clima familiare). La mamma non ha avuto il coraggio di dire a Debora dove si trova ora il papà "ma io sento tutto quello che si dice in casa…poi mi metto il cuscino sulla faccia perché non capisco niente" (sentimenti di solitudine, tristezza e impotenza). La bambina afferma che non vuole sapere dove si trovi il padre "sarà lontano a lavorare…mi manca ma non ci penso" e quando le è rivelato non esprime alcuna apparente reazione emotiva (controllo/distanziamento affettivo). Successivamente dirà "lo sapevo ma non volevo saperlo". Parla di sé in termini autosvalutativi "non dico niente a scuola perché se mi prendono in giro hanno ragione".

Jessica, che ha da poco raggiunto la maggiore età, vive in comunità educativa dall’età di 14 anni, da quando ha segnalato ai carabinieri la madre per abuso di alcol e il padre per abuso sessuale. Durante i colloqui di sostegno psicologico dirà "per me era normale accudire i miei tre fratelli più piccoli, nascondere le bottiglie di vino prima che arrivasse a casa mio padre dal lavoro (inversione di ruolo, ipervigilanza) …ma quando mi sono accorta che i miei fratelli erano derisi a scuola come a me era sempre capitato (autosvalutazione, isolamento sociale, vergogna) e che non potevo fare tutto da sola allora ho denunciato i miei genitori (impotenza, rabbia). Jessica sperava, con questa azione, di mettere in salvo i fratelli e di continuare a fungere da madre. Tuttavia, i servizi sociali e il Tribunale per i Minorenni hanno accolto la richiesta di due zie paterne di prendere in affidamento i nipoti ma non la ragazza, rea a loro parere, di aver denunciato ingiustamente l’abuso sessuale. Jessica vede sporadicamente i fratelli osteggiata dalle zie, vive con un dilemma dilaniante causato dalla frantumazione dei suoi legami familiari "mi sento responsabile per quello che è successo… ho fatto bene? I miei fratelli capiranno che l’ho fatto per loro?".

Graziella è stata allontanata da casa all’età di 12 anni su segnalazione della scuola: aveva disegnato un fiore nero e appassito titolato "questo sono io e vorrei morire". Emergerà una pesante storia di reiterata violenza intrafamiliare agita dal padre sulla figlia maggiore, finita anche al Pronto Soccorso per le percosse subite. La madre, profondamente depressa, beveva e assumeva psicofarmaci. Alla stregua di Debora, anche Graziella non aveva mai ricevuto direttamente percosse su di sé. Dopo più di un anno di permanenza in una comunità di tipo familiare, la ragazzina ha saputo raccontare ai genitori biologici la propria esperienza e i propri vissuti "quello che mi ha stupita di più, dopo che ho superato la grande fatica di ambientarmi in una nuova famiglia, è stato scoprire che la mia vera famiglia non era normale come credevo (normalizzazione della violenza, vissuto di tradimento). Andavo a scuola e mi sforzavo di essere come tutti gli altri, ma dentro di me sapevo che non era vero… (sentimenti di vergogna, stigmatizzazione) e non lo dovevo dire a nessuno (senso di solitudine). Io non sapevo chiedere aiuto perché a casa non ero ascoltata, succedevano cose che non capivo vi lamentavate tutti con me ma io non capivo…ci fosse stato qualcuno che mi avesse spiegato cosa succedeva!" (rabbia, impotenza, confusione).

Multiformità del maltrattamento

Se da un lato è utile, per fini esemplificativi, di ricerca e di studio distinguere le varie forme che il maltrattamento può assumere -violenza sessuale, fisica, psicologica, assistita, patologia delle cure- (Montecchi, 2005), difficilmente il bambino è vittima di una sola forma di violenza ma è più frequentemente, come testimoniano i casi prima illustrati, coinvolto in una costellazione maltrattante multiforme e complessa.

Nel 2006 abbiamo svolto un’indagine su un campione di 119 casi di minori in carico o transitati in tre servizi sociali della provincia di Bologna allo scopo di rilevare la prevalenza delle forme ricorrenti di maltrattamento associate ai principali fattori di rischio (Di Blasio, 2005). I dati sono riportati in Tab 1 e Tab 2

 

 

 

 

Tabella 1 Tipologia di maltrattamento Tabella 2 Fattori di rischio rilevati

Maltrattamento multiforme

40,3%

Violenza sessuale*

21%

Violenza assistita

19,3%

Trascuratezza

13,4%

Violenza fisica

4,2%

Violenza psicologica

1,8%

Storia pregressa con i servizi

62,2%

Disagio socio economico

62,1%

Patologia psichiatrica genitore

22,6%

Dipendenza patologica genitore

21%

Disabilità figlio

21%

Disabilità genitore

8,4%

* 2% accertato, restante sospetto

 

 

I dati relativi ai fattori di rischio indicano un’elevata percentuale di casi già in carico ai servizi per pregressi interventi socio-assistenziali, connessi a condizioni di svantaggio socioeconomico e a trascuratezza generale del minore, sottendenti possibili pre-condizioni di disagio (Di Blasio P., 1997) che possono sfociare in rischio evolutivo vero e proprio. I disturbi psichiatrici dei genitori seguiti dalle dipendenze patologiche si prefigurano come uno dei maggiori fattori di rischio, seguiti dalla disabilità del figlio.

Dal campione relativo a 289 consulenze multidisciplinari svolte nel triennio 2005-2007 ai servizi sociosanitari, scolastici e strutture di accoglienza emerge che le costellazioni pluriabusanti, sia nell’ambito del sospetto sia del maltrattamento accertato, sono prevalenti e preoccupano gli operatori orientandoli a richiedere consulenza a Il Faro.

Tabella 3 Tipologia di maltrattamento portato in consulenza

Area del maltrattamento sospetto

Di cui:

Sessuale

Violenza assistita

59,6%

54%

5,6%

Area del maltrattamento accertato

Di cui:

Multiforme*

Violenza fisica

Violenza assistita

Violenza sessuale

40,4%

20,5%

8,4%

2,5%

9 %

* Nel maltrattamento multiforme si riscontrano con maggiore frequenza violenza assistita associata a sospetto abuso sessuale

La maggioranza dei casi esaminati rientra nell’ambito generico della sospetta violenza sessuale e riguarda la gestione del dubbio delle situazioni che vedono come potenziali vittime bambini in età prescolare quindi non ancora in grado di comunicare chiaramente i segni del disagio. Dai dati complessivi emerge la netta prevalenza della multiformità di accertato maltrattamento, della violenza fisica (che colpisce soprattutto i maschi entro i 12 anni di età) e di quella assistita, a conferma di quanto già rilevato in letteratura. Numerosi studi hanno mostrato l’ampia sovrapposizione tra maltrattamenti fisici, psicologici, trascuratezza e abuso (per una rassegna esaustiva cfr Bianchi,Moretti 2006). Si tratta di dati ricorrenti anche nell’attività clinica interna al "Faro"come si evince dal grafico 1 per quanto riguarda i minori e dal grafico 2 per i loro genitori.

Grafico 1 Tipologia di maltrattamento: minori in carico a "Il Faro"

polit

Grafico 2 Tipologia di maltrattamento subito dai genitori in carico a "Il Faro"

polit

I genitori maltrattanti provengono, a loro volta, da esperienze sfavorevoli infantili connotate da rilevanti deprivazioni, relazioni primarie distorte e distorcenti lo sviluppo. La letteratura scientifica è ora in grado di offrire ricche riflessioni sulle conseguenze a medio e a lungo termine derivanti da tali precoci esperienze sfavorevoli sul piano dello sviluppo psichico personale, relazionale e poi genitoriale. Le statistiche dimostrano che circa il 50% delle giovani tossicodipendenti e un terzo delle pazienti psichiatriche ambulatoriali è una ex-vittima di abuso sessuale non trattato ( Malacrea, Lorenzini, 2002).

L’ambito di competenza maggiormente minacciato, oltre alla salute fisica sembra proprio essere la capacità di svolgere in modo sufficientemente adeguato il compito di cura e protezione del figlio. Quando mancano fattori di protezione ambientali che precipitano la coppia genitoriale in una condizione generale di isolamento, i rischi di maltrattamento si moltiplicano, trasmettendosi in un ciclo che sembra auto perpetuarsi.

Conclusioni

La violenza nelle relazioni intime è ampiamente diffusa e può coinvolgere il bambino già in epoca prenatale (l’WHO stima che nel mondo una donna su quattro è vittima di una forma di violenza in gravidanza). Secondo l’Aogoi-Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani- in Italia la violenza domestica costituisce la seconda causa di morte in gravidanza dopo l’emorragia. La violenza tende a non risolversi da sola; è necessario un intervento esterno ed in particolare dei servizi che individuino come principale obiettivo di diagnosi e cura le famiglie multi-problematiche e maltrattanti. Ciò implica una necessaria convergenza tra differenti servizi e scopi: cura degli adulti vs tutela dei soggetti in età evolutiva in una comune progettualità; tra servizi che si occupano di tutela dell’infanzia e servizi che hanno in carico gli adulti-genitori, in particolare i servizi per la cura delle dipendenze patologiche e psichiatriche. Tuttavia, ciò non è del tutto scontato nel sistema dei servizi che ancora faticano ad individuare, nelle prassi operative, collaborazioni consolidate in tale direzione: lavorare contemporaneamente sugli aspetti clinici della dipendenza patologica, su quelli relazionali della famiglia (anche allargata) e genitoriali (valutazione dell’eventuale danno evolutivo) in una cornice multidisciplinare, proporre offerte terapeutiche integrate (Nizzoli U.).

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