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LA CONOSCENZA E LA CURA
BOLOGNA, PALAZZO DELLA CULTURA E DEI CONGRESSI
19 - 24 OTTOBRE 2003
XLIII Congresso Nazionale della Societa' Italiana
di Psichiatria
| IL CONGRESSO ON LINE
24 OTTOBRE 2003
INTERVISTA AL PROF. EUGENIO AGUGLIA
Si pone, in questo momento, il problema di capire in che direzione si muoveranno la SIP e la psichiatria nei prossimi tre anni. Vi sono in effetti diverse questioni ancora aperte. Prima di affrontare questo argomento e di ascoltare le Sue opinioni al riguardo, vorremmo avere un Suo parere riguardo una caratteristica che rende diversa la SIP rispetto ad altre societaí scientifiche, vale a dire questa unione storica molto forte tra una componente universitaria ed una componente territoriale ospedaliera. Quale universitario e membro della componente universitaria, come pensa Lei di favorire questa unione e come crede che possa procedere in Italia líintegrazione, auspicata ed anche voluta dal Ministero stesso, fra la componente ospedaliera territoriale e la componente universitaria della psichiatria italiana?
Ritengo che questa unione fra la componente universitaria e la componente territoriale ospedaliera - che appunto si rappresenta come una realtaí assolutamente unica nel panorama delle societaí scientifiche italiane, credo anche nelle realtaí europee ed americane - possa trovare una giusta collocazione nella valorizzazione delle funzioni istituzionali che ha líuniversitaí e fare in modo che questa valorizzazione trovi una giusta applicazione ed un giusto soddisfacimento nella realtaí del territorio. Le funzioni dellíUniversitaí sono istituzionalmente la funzione didattica, la funzione scientifica e la funzione assistenziale. Devo dire che nel corso di questi ultimi anni líUniversitaí sta cercando, a pieno titolo, non solo di fortificare quello che eí il compito della ricerca e della didattica, ma anche ñ cosa che credo sia in effetti molto piuí importante, ed in questo líunione di queste due componenti trova giusta fortificazione e convergenza - di potenziare la realtaí della sua presenza nel contesto territoriale. Penso che questo sia un aspetto innovativo, che si rappresenta come un cammino avviato ma non certamente concluso, come un percorso obbligato attraverso il quale ottimizzare le nostre componenti universitarie e gli altri compiti. Dico questo percheí in una prima fase, la realtaí un poí solitaria delle cliniche universitarie rispetto a questo sconvolgimento positivo della innovazione della riforma psichiatrica, ha determinato un apparente iniziale temporaneo scollamento fra quelle che erano le reali esigenze delle nuove leve che andavano ad operare in un contesto diverso e quelli che invece erano ancora dei programmi che líUniversitaí non aveva avuto il tempo di modernizzare, di attualizzare e di rendere fruibili anche rispetto alla realtaí del territorio. Sulla base di questo, líUniversitaí si eí posta tale interrogativo e si eí ridefinita in funzione non solo della ottimizzazione delle esigenze che scaturivano nel rinnovato modulo assistenziale territoriale, ma anche ñ e questo eí un obbligo a cui non poteva delegare líUniversitaí ñ armonizzandole con la realtaí europea. Líavvento della Comunitaí Europea ha imposto anche un allineamento delle realtaí e dei contenuti delle Scuole di Specializzazione a quelli delle altre Scuole di Specializzazione europee, proprio per garantire che il nostro specialista potesse avere la garanzia della circolaritaí nel contesto della Comunitaí Europea. Questo eí stato un grosso passo avanti che ha permesso allíuniversitaí di aprirsi al territorio e di poter veramente sperimentare in prima fila quelle che erano le realtaí assistenziali; queste ultime non si limitavano alla clinica universitaria in vecchio stile solo con i posti letto, ma una clinica universitaria che a pieno titolo avesse diritto ad uno spazio di tipo dipartimentale, quindi che avesse nel contesto della clinica universitaria tutte quelle opzioni assistenziali che caratterizzano il percorso terapeutico nellíambito del DSM, tenuto conto che lo specializzando non deve solo acquisire la teorizzazione dei contenuti di base della clinica psichiatrica, ma deve invece, forte di questi contenuti di base, essere nelle condizioni di trasferirli, attraverso la sua professionalitaí, nel campo della psichiatria, che a mio avviso non puoí limitarsi in maniera prioritaria alla psichiatria del Dipartimento di Salute Mentale. Il compito delle cliniche universitarie eí quello di formare il professionista psichiatra e renderlo tale, sií da poter operare nel DSM, come libero professionista se compie questa scelta, anche nellíambito del privato imprenditoriale, proprio percheí la formazione che noi dobbiamo dare a questi giovani deve essere a mio avviso una formazione completa, una formazione che dia la possibilitaí attraverso proprio líesperienze che il giovane psichiatra fa nel DSM, o universitario o, nelle sedi in cui questo ancora non si eí venuto a determinare, mediante convenzioni che possono armonizzare. Ecco che di nuovo ritorna il progetto presentato in occasione della nostra candidatura durante líassemblea, ecco che ritorna líarmonia indispensabile che si deve venire a determinare tra questi due elementi, i quali non sono scissi, ma devono necessariamente convergere, percheí, nel momento in cui la situazione di una sede universitaria determina, crea, una convenzione con il dipartimento, eí chiaro che questa convenzione non puoí essere solo un atto formale, ma deve essere un atto di condivisione di intenti, di contenuti e di modalitaí anche espressive di un certo percorso terapeutico ed esperienzale, il quale porti lo specializzando ad acquisire tutte le conoscenze delle quali ha realmente bisogno al fine di essere poi autonomo nella sua operositaí, dopo che avraí conseguito il titolo di specialista.
In questi prossimi tre anni sicuramente verraí in qualche modo modificata la normativa, piuí che la legge, riguardante líassistenza psichiatrica. Eí scritto oramai nel tempo che siamo maturi per addivenire ad un qualcosa di positivo. Munizza ha detto, ed eí condivisibile, che in realtaí il percorso dovrebbe avvenire allíinterno dellíattuale normativa, modificandola, piuttosto che immaginare una nuova legge, sottolineando appunto che la grande forza della 180 eí stata quella di dare una dignitaí medica alla psichiatria, che prima, invece, con la precedente legge, viveva una vita separata. Secondo la SIP, su cosa si dovraí intervenire, in tutta onestaí, per migliorare líassistenza dal punto di vista delle leggi proposte dallo Stato, non tanto della buona volontaí degli operatori? Secondo Lei, dove si dovraí intervenire, e dove la SIP dovraí dare il suo contributo per far sií che queste modifiche avvengano allíinterno di parametri condivisi ed accettabili?
Io credo che la normativa vigente non vada messa in discussione, nel senso di una abrogazione per una ricostituzione di una successiva normativa, percheí mi sembrerebbe un percorso farraginoso e che porterebbe solo ad uno scompaginamento di quelli che invece sono i punti saldi che determinano líattuale normativa dellíassistenza psichiatrica. Sono convinto che uno dei punti nodali su cui la SIP deve assolutamente scommettersi eí la reale garanzia che intanto la realtaí della legge 180 sia una realtaí ben distribuita e, ottimizzando quelle che sono le premesse contenute nella normativa vigente, sia presente su tutto il territorio nazionale. Questo puoí sembrare un poí ridondante, visto che sono trascorsi venticinque anni, ma di fatto in alcune sedi nazionali paradossalmente ancora non si eí andati a regime tenuto conto di quello che eí nella 180. Pertanto, prima di pensare ad un cambiamento, ritengo che alcune sedi dovrebbero sperimentare la 180 cosií come eí stata scritta, in quanto sono ancora lií a discutere se alcune cose vadano bene o meno, se debbano essere fatte o meno, e si trovano quindi in una fase direi molto iniziale. Sono convinto che il ruolo della SIP diventi veramente importante nel momento in cui la delega viene data alle regioni. Eí una questione delicata, percheí sappiamo bene come la SIP puoí in qualche modo dare delle linee guida generali, ma - questo naturalmente puoí essere anche un dato che viene assorbito a livello ministeriale - come ormai eí prassi consolidata, sono le regioni che decidono, regioni che si fanno carico poi della programmazione dellíassistenza psichiatrica in quella particolare regione, e si potrebbe quindi poi creare uno scollamento tra il messaggio della SIP condiviso ed accettato ed elaborato come Ministero della Salute rispetto invece ad un messaggio che poi non viene recepito a livello delle regioni. Questo creerebbe uno scollamento che farebbe dellíItalia tante piccole mini repubbliche dove ogni assessorato decide secondo le convenienze, le opportunitaí, le risorse che possiede, una sua assistenza psichiatrica, cosa che sarebbe la fine non della 180 bensií del benessere psichico che noi auspichiamo per il nostro paziente. Se ogni regione andasse secondo schemi assolutamente autonomi, perderemmo questa opportunitaí, che invece dobbiamo fortificare, di una assistenza psichiatrica che, a pioggia, con un modello unitario, possa essere proposta in tutte le sedi. Pertanto la SIP deve in tal senso vigilare affincheí, proprio nellíambito delle competenze di stato-regione, si addivenga ad un modello che le regioni devono fare proprio e che non possono cambiare in funzione delle esigenze specifiche e della particolare sede. Credo poi che un aspetto che forse andrebbe molto valorizzato, e noi lo abbiamo fatto nostro nel documento presentato allíassemblea, eí la rivisitazione dei trattamenti senza consenso, dando al trattamento senza consenso quello che, a mio avviso, eí il significato prioritario, ossia il fatto che deve intendersi un atto medico e non un atto di tutela sociale. Questo eí fondamentale, percheí se questo discorso veramente poi trascina tutta la problematica della pericolositaí sociale, della tutela degli altri rispetto al paziente, insomma io credo che la componente prioritaria sia quella di enfatizzare il fatto che il TSO eí un atto medico ed in quanto tale deve essere gestito da persone che abbiano la competenza per farlo, devíessere finalizzato alla saluta del soggetto che riceve questo tipo di trattamento e devíessere naturalmente adeguato alle esigenze specifiche dellíemergenza. Un aspetto che a mio avviso ancora non eí stato forse eccessivamente valorizzato, e che invece adesso sta diventando una realtaí incombente, eí il trattamento di degenza a lungo termine, percheí intorno a tali questioni la 180 non aveva fatto chiarezza in assoluto. Di conseguenza noi ci ritroviamo di fronte alla difficoltaí di dare una risposta adeguata ad una serie di situazioni bibliche e, nonostante líottimo intervento maturato da parte di ciascun operatore che si eí fatto carico di quel paziente, non tiene conto di una realtaí che eí una realtaí clinica che si chiama cronicitaí. Essa non eí la conseguenza di una difettualitaí díintervento in quel particolare dipartimento, ma eí líepifenomeno di una realtaí clinica che nel tempo va verso una situazione di franca cronicitaí, la quale rientra nellíambito del percorso di qualunque patologia medica; anche il diabete eí cronico e questo non significa che i diabetologi non lo sappiano curare. Su questa base, dobbiamo anche fare i conti con questa evenienza la quale deve essere gestita in sedi adeguate, appropriate, che abbiano comunque una componente prioritaria di tipo sanitario, di presa in carico, ma che siano anche certamente orientate ad un percorso che valorizzi líaspetto riabilitativo e, percheí no, in primis líaspetto risocializzante, secondo una tempistica che naturalmente non puoí essere la tempistica del SPDC, neí dellíambulatorio, ma una tempistica sicuramente piuí ampia. Questíultima devíessere concordata secondo un progetto prestabilito, precostituito, e monitorato nel tempo, al fine di valutare in che misura tale progetto abbia senso nellíambito del percorso che noi abbiamo individuato per il paziente.
Lei pensa che la sensibilitaí dei politici saraí tale per cui, anzicheí ñ e lo dico con molto dolore ñ ascoltare soltanto le associazioni dei familiari, verranno ascoltati i tecnici con uguale attenzione? Percheí la sensazione che noi abbiamo seguendo un poí da diverso tempo, anche come rivista, le avventure della riforma, la cosiddetta legge 180, che il politico, proprio percheí non tecnico, dia piuí voce a chi urla di piuí - magari anche per ragioni rispettabilissime, intendiamoci, non sto criticando - e non ascolti chi probabilmente invece in merito eí piuí competente e forse meno coinvolto nel problema, e quindi come tale forse in grado di restituire al politico delle informazioni corrette. In altre parole, noi siamo la societaí scientifica piuí grande díItalia, come numero di associati, riusciremo a far sentire la nostra voce, Professore?
Io credo che anche in questo ambito la SIP stia cambiando. Sta cambiando nel senso di una rinnovata e diversa contrattualitaí, proprio con le Istituzioni. Eí vero che sino a qualche tempo addietro cíerano altri che decidevano per noi e noi tecnici avevamo questo dictat senza avere avuto la possibilitaí di un confronto costruttivo, portando la nostra esperienza. Adesso io credo, invece, che la situazione stia cambiando, e la prova di cioí sta nel fatto che, proprio in occasione dellíultimo progetto obiettivo di salute mentale, stranamente i tecnici sono stati ascoltati e quello che hanno portato come bagaglio di esperienze eí stato traslato in toto nel progetto obiettivo. Allora questo io lo vedo come un cambiamento, e lo vedo come una maggiore attenzione ed una maggiore disponibilitaí da parte dellíinterfaccia politica di valorizzare queste competenze; attraverso questa valorizzazione, líauspicio eí che si possa veramente iniziare un percorso che non sia solo il percorso ideologico o politico in funzione della componente che in quel momento convoca o decide di fare dei cambiamenti, ma al contrario sia invece la valorizzazione di una competenza, acquisita sul campo, quindi scientifica, che poi porti veramente alla ottimizzazione di una normativa che, a mio avviso come dicevo prima, va bene, ma che puoí e deve essere migliorata.
Uníultima domanda, Professore. Dovendo esprimere una speranza, in questo triennio che la vedraí impegnata insieme con Carmine Munizza in un impegno importante, che cosa spera di poter dire, nel 2006, agli psichiatri, di positivo di questo lavoro che vi aspetta? Qual eí la speranza piuí grande per Lei in questo triennio di presidenza?
La speranza piuí importante che io porto con me eí quella di poter comunicare ai miei colleghi che effettivamente il nostro paziente abbia sancito il suo diritto alla cittadinanza ed abbia definitivamente superato lo stigma.
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