Intervista ad Antonio Caronia

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18 settembre, 2012 - 18:28

 

Antonio Caronia, genovese, nato nel 1944, è uno studioso che si colloca al di fuori del panorama accademico. Il suo interesse principale riguarda l'impatto sociale e culturale delle nuove tecnologie. Lavora come traduttore e divulgatore di testi e romanzi stranieri. Inoltre, è editorialista del mensile "Virtual", collabora con la rivista "Virus" e, con Daniela Brolli, direttore di "Aphaville". Tra le sue opere segnaliamo: ‘Il corpo virtuale: dal corpo robotizzato al corpo disseminato nellereti' (1997), Cyberpunk: istruzioni per l'uso (1995) e, tra le più recenti, la riedizione ampliata di ‘Cyborg' (2001) e ‘Archeologie del virtuale' (2001).

 

Internet

D: Attualmente si assiste ad una netta contrapposizione tra favorevoli e contrari alla Rete, da parte dei quali, rispettivamente, viene beatificata o demonizzata. Come è possibile, a suo avviso, favorire un avvicinamento alla Rete che superi tali estremismi?

R: Da un certo punto di vista la polarizzazione delle posizioni tra favorevoli e contrari è inevitabile, e mi sembra tra l'altro che gli argomenti (se non l'intensità della polemica) stiano mutando rispetto anche solo a dieci o cinque anni fa. Mi sembra anche che la presa di questi argomenti sul pubblico vari a seconda della posizione sociale, della formazione culturale e dell'età dei destinatari di questi messaggi. Ritengo, per esempio, che le posizioni dei "contrari" alla rete abbiano ancora una certa influenza solo tra la popolazione di età più elevata. Molti di coloro che hanno più di cinquant'anni, almeno in Italia, innanzitutto sono in genere poco informati sulle nuove tecnologie (se non con l'informazione, spesso cattiva, che fanno giornali e televisione), poi hanno una formazione culturale (specialmente nel nostro paese) che tende a non considerare la tecnologia in genere come cultura, e da ultimo (last but not least) incontrano delle effettive difficoltà nell'apprendimento dell'uso del computer, anche a bassi livelli. Tutti fattori che rendono difficile, presso queste fasce di età, contrastare le posizioni "apocalittiche" che le tengono lontane dal computer e dalla rete. Per le generazioni più giovani (e giovanissime), che apprendono più facilmente e sono in genere più "entusiaste", ci sarebbe semmai da fare un lavoro nel senso opposto, correggendo e sfatando una serie di miti faciloni diffusi dalla propaganda degli entusiasti (facilità di trovare lavoro, di costruire ricchezze, e così via).

D: Secondo lei, è giustificato l'atteggiamento tecnofobo di alcuni intellettuali? Perché si sentono 'minacciati' dalle nuove tecnologie?

R: Perché Platone si sentiva minacciato dalla scrittura (che pure usava, come tutti gli "intellettuali" della sua epoca)? Una reazione del genere si è sempre verificata, anche di fronte a tecnologie comunicative non così "epocali" come quelle digitali, seppur anch'esse innovative: per esempio il telefono, la radio o la televisione. Molti intellettuali hanno l'impressione che la nuova tecnologia comunicativa distrugga la cultura in quanto tale, perché identificano la cultura con il mondo delle tecnologie comunicative con cui si sono formati loro. Anche Platone faceva un errore del genere quando criticava la scrittura (nel Fedro, per esempio): vedeva con grande lucidità in che cosa la scrittura avrebbe alterato il rapporto dell'uomo con la cultura e con la vita quotidiana — per esempio riducendo l'importanza della memoria nell'apprendimento — ma non riusciva a vedere come, sulla base di quel nuovo strumento comunicativo ed espressivo, si sarebbe prodotta una trasformazione, e non una distruzione, della cultura. Va detto che Platone era più giustificato degli intellettuali tecnofobi contemporanei, perché viveva all'inizio della rivoluzione alfabetica, e in un'epoca in cui i ritmi di sviluppo delle tecniche (di ogni tipo) erano ancora molto lenti. Noi viviamo a cinque secoli dalla rivoluzione gutenberghiana, che fu il coronamento e l'apoteosi dell'egemonia della scrittura alfabetica nelle nostre società, a tre secoli scarsi dal dispiegarsi della rivoluzione industriale, a quasi cinquant'anni dal manifestarsi dell'ultima fase di quella rivoluzione, che ha accelerato in maniera incomparabile col passato i ritmi dell'innovazione tecnica. Abbiamo gli scritti di Mumford, di Innis, di McLuhan, una tradizione di studi (recente quanto si vuole) di sociologia della comunicazione: dovremmo quindi essere ormai più assuefatti, per così dire, alle fenomenologie del mutamento. La questione a cui la ricerca dovrebbe dedicarsi, a mio parere, anche al di là della cerchia ristretta degli specialisti in teoria della comunicazione, è invece se le tecnologie digitali rappresentino davvero o no un "superamento" della scrittura come medium egemone e strutturante il brainframedell'uomo contemporaneo.

Detto questo, devo dire che gli intellettuali tecnofobi servono (a leggerli cum grano salis) per segnalare e studiare alcuni pericoli delle nuove tecnologie, che esistono e che di solito gli intellettuali tecnofili (almeno i più entusiasti: un nome per tutti, Negroponte) sottovalutano perché convinti (a torto, secondo me) che il dispiegarsi dell'uso di queste tecnologie nella società riassorbirà automaticamente tutte le deformazioni e le storture che le caratterizzano in questa prima fase (per citare una delle più importanti, la confusione, che un uso poco cosciente della rete può indurre, fra quantità e qualità dell'informazione). Le posizioni tecnofobe vanno prese sul serio: criticate, rovesciate certo, ma non va negato ciò che in quelle posizioni rappresenta una comprensione del potenziale innovativo delle tecnologie digitali. I tecnofobi vedono questa innovazione come una catastrofe, ma almeno la registrano. Confesso che, più che le posizioni di Postman o di Virilio, temo quelle di chi, come Maldonado, per tenersi equidistante fra tecnofili e tecnofobi si adopera a cercare di dimostrare che il digitale non è poi così innovativo come si crede, e limita la "positività" dell'uso delle nuove tecnologie agli ambiti in cui esse servono a far meglio cose che si facevano anche prima (scrivere, disegnare). Anche Umberto Eco a volte esprime convinzioni del genere. Ma, come l'importanza della scrittura consistette nel fatto che rendeva possibili cose impossibili con l'oralità, così l'importanza del digitale sta nel fatto che rende possibili performance sensoriali e intellettuali impossibili con la scrittura o con le tecnologe analogiche dell'immagine.

D: Ritiene che Internet possa essere uno strumento valido di democratizzazione e di ridistribuzione del potere? In che modo?

R: Intanto bisognerebbe vedere se abbiamo bisogno di una redistribuzione del potere o non piuttosto di una sua abolizione, o almeno di un suo radicale cambiamento di natura. Il fallimento delle rivoluzioni politiche e sociali tentate nel XX secolo dalla componente comunista del movimento operaio (che hanno realizzato una gestione del potere altrettanto, se non più, autoritaria di quella delle democrazie plebiscitarie fasciste o populiste) non cancella la debolezza strutturale, sul lato della partecipazione alla vita politica, delle democrazie rappresentative che sono l'eredità delle rivoluzioni borghesi del XVII e XVIII secolo. Ma al di là di questo, confesso che qualche anno fa avrei risposto "sì" con più nettezza alla prima di queste due domande. Le posizioni che attualmente stanno avendo più successo sul rapporto fra reti telematiche e democrazia sono da un lato quella espressa dalla cosiddetta Californian Ideology, che vorrebbe superare i limiti della democrazia rappresentativa costruendo un legame diretto (tramite la rete) fra la base elettorale e le élite politiche; dall'altro quella dei democratici alla Al Gore, che vede nella rete uno strumento per rinsaldare i rapporti fra eletti ed elettori resi più difficili dalla frammentazione della vita contemporanea e dalla fine della produzione fordista. La prima posizione, che in America è stata espressa più chiaramente da Ross Perot e Newt Gingrich, mi pare pericolosissima, perché esprime una forma di populismo o peronismo telematico, in cui la partecipazione della base alla vita politica si esprimerebbe in forma plebiscitaria, sulla base di risposte secche (sì o no) a domande semplificate poste direttamente al "popolo" dal caudillo di turno — e servirebbe a eccitare ulteriormente la deriva razzista, xenofoba, law and order, che percorre in questi anni le società occidentali. La seconda mi sembra molto debole, perché vede la rete semplicemente come uno strumento diverso per realizzare la tradizionale "partecipazione" degli elettori alla vita politica senza mutare i meccanismi di quest'ultima, e non affronta davvero i mutamenti strutturali (nei processi produttivi, negli stili di vista, nell'immaginario) di cui le tecnologie digitali sono state strumento e indice (ma non causa). Nessuna delle due posizioni affronta davvero il tema centrale del rapporto fra democrazia e rete, che è il concetto e la pratica di "comunità." Per il momento, soltanto le minoranze più politicizzate delle comunità hacker si pongono questo problema, che è quello di legare la questione della partecipazione dei cittadini alla formazione di comunità (non solo più territoriali) che esprimano e organizzino bisogni, utilizzando la rete come strumento non solo organizzativo, ma di crescita culturale e politica, di individuazione collettiva dei problemi più urgenti e delle loro soluzioni. È evidente che tutto questo presuppone una concezione di libertà dell'informazione e del sapere che le attuali classi dirigenti — né politiche né economiche — non favoriscono affatto, e anzi tentano di negare, vedendo nel cittadino il puro terminale passivo di campagne di marketing tese a fargli acquistare dei beni e dei servizi, e non un soggetto che ha il diritto di gestire autonomamente la propria vita.

D: Quali soluzioni si sentirebbe di proporre per il problema del digital divide, che si riscontra non soli tra i paesi industrializzati e non, ma anche nelle fasce meno abbienti dei paesi tecnologicamente avanzati?

R: Sicuramente non la ricetta demagogica "un computer in ogni scuola" o "un computer in ogni capanna" (a seconda dei contesti), anche perché spesso queste sedicenti campagne di "alfabetizzazione informatica" servono solo per sbarazzarsi di fondi di magazzino o computer obsoleti, e salvarsi la coscienza a poco prezzo (parlo di governi e/o industrie). Il problema dell'arretratezza tecnologica del terzo e quarto mondo è globale, non è puramente tecnologico (e quindi non verrà risolto agendo solo sul lato delle tecnologie), ma è economico, culturale etc. E soprattutto dipende dal fatto che l'industria dei paesi sviluppati ha organicamente bisogno di paesi sottosviluppati in cui decentrare la produzione fruendo di manodopera a molto più basso costo, non sindacalizzata etc. Con costi umani in quei paesi indicibili, è vero; con conseguenze sulla stabilità mondiale nefaste anche per i paesi sviluppati, è vero (l'11 settembre insegna). Ma questo è solo un aspetto della cecità del capitalismo, e del diabolico doppio legame che esso stesso produce fra i popoli del mondo: fa balenare un livello di benessere, di ricchezza e di consumi sfarzoso (per le condizioni di vita delle popolazioni dei paesi sottosviluppati), ma poi impedisce ai destinatari del proprio messaggio l'accesso a quei beni e a quei consumi (basti pensare allo scandalo delle medicine AIDS vendute a prezzi statunitensi nei paesi dell'Africa). Quindi non ci potrà mai essere una soluzione del digital divide finché la politica globale degli USA, del FMI, e anche del WTO, sarà quella che è oggi. I movimenti mondiali contro la globalizzazione capitalistica dovrebbero farsi carico anche di questo problema ed elaborare proposte che vadano nel senso di un accesso alla tecnologia e alle comunicazioni per gli abitanti del terzo e quarto mondo senza dover pagare un prezzo ai monopoli statunitensi dell'informatica. Credo che in questo senso sistemi operativi come Linux possano avere una grande funzione.

D: Lei ha accennato ai fatti accaduti l'11 settembre: quali sono state e saranno, a suo giudizio, le conseguenze di tali eventi sui nuovi media e sulla trasmissione delle informazioni?

R: Su quei fatti, in generale concordo con un giudizio che ha espresso Mario Tronti: il crollo delle Twin Towers non è un evento "epocale", nel senso che non esprime una svolta della storia che non era emersa chiaramente prima, non illumina una nuova tendenza che solo quell'evento rende visibile. Non ha la forza, insomma, delle bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki dell'agosto 1945, alla cui ombra ancora oggi ci troviamo. Il crollo delle torri, e gli eventi successivi che esso ha messo in moto, esplicitano solo più chiaramente ciò che era visibile da prima: che il capitalismo postfordista è generatore di un conflitto a livello mondiale potenzialmente distruttivo, perché richiede alla dimensione politica nazionale (cioè alla superpotenza mondiale, gli USA) una funzione di "regolazione" dei mercati che genera disuguaglianza politica, miseria e sottosviluppo (ed eccita reazioni violente) nelle aree del mondo che esso stesso esclude. Questo è uno dei migliori esempi di "doppio legame" (nel senso di Bateson) che oggi ci siano: esortare le masse diseredate del terzo e quarto mondo (oltre a quelle presenti nei paesi sviluppati) a invidiare, e quindi cercare di raggiungere, il livello di vita dei paesi più ricchi, da un lato, e dall'altro concretamente impedire questo raggiungimento perché l'esistenza di paesi sottosviluppati (e quindi di forza lavoro a basso costo) è funzionale al modello postfordista. Come ha scritto e dimostrato benissimo Noam Chomsky, gli USA sono oggi il principale paese terrorista, o "paese canaglia", del mondo. Quindi non credo che gli eventi dell'11 settembre avranno delle conseguenze particolari sui nuovi media, se non forse quello di accentuare una tendenza già presente prima dell'11 settembre, e cioè piegare anche i nuovi media alle esigenze politiche dei paesi ricchi, generare nuovo asservimento dell'informazione (basti pensare all'impossibilità di fare veri reportage di guerra dall'Afghanistan), tentando di diffondere un modello di Internet sempre più "televisivo". Ragione di più per sostenere tutte le reti di informazione indipendente e autogestita che ancora oggi (per fortuna) esistono in rete, come per esempio Indymedia (in USA e in Europa).

D: Secondo lei, lo sviluppo di Internet deve essere regolato a livello legislativo?

R: Sono molto diffidente verso ogni regolamentazione legislativa di Internet, perché con il pretesto della caccia ai pedofili o ai mafiosi etc. i governi tendono a limitare la libertà di espressione e di informazione, che anche le grandi aziende tendono — a modo loro — a ridurre, ma con conseguenze (su questo piano) meno dirompenti di quelle dei governi. Una battaglia coerente per conservare a Internet il suo carattere orizzontale, aperto, libero e non coercitivo, passa oggi a mio parere per il rifiuto di ogni restrizione legislativa ai server e ai nodi della rete. Dico oggi, in futuro o in diverse situazioni non so, si potrebbero anche fare battaglie "all'interno" delle leggi, per attenuarne il carattere limitativo e assicurare con strumenti di diritto spazi di libetà. Ma in generale, credo che sul terreno delle libertà e dei diritti fondamentali, meno si legifera e meglio è. Eventuali reati commessi su Internet possono essere repressi con strumenti legislativi analoghi a quelli che si usano per la stampa scritta, il telefono, etc., ma tenendo conto del carattere più aperto e orizzontale delle tecnologie informatiche rispetto a quelle tradizionali. Per esempio, equiparare i siti di notizie autogestite a dei giornali, e imporre loro un direttore responsabile etc. (come ha fatto recentemente il parlamento italiano), a mio parere è controproducente, ed è già uno strumento di restrizione alla libertà di espressione. Analogo effetto avrebbe una legge che stabilisse la responsabilità penale dei provider per reati commessi da loro abbonati usando i loro server (un principio a cui ancora oggi molti pensano, a destra e a sinistra).

 

Il cyberspazio

D: Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di quello che potrebbe essere definito un terzo polo di esperienza, quello delle simulazione dello schermo, che si aggiunge alla realtà ed al sogno?

R: I vantaggi: un allargamento delle attività dei soggetti, un potenziamento delle loro capacità di intervento sulla realtà, la pratica di una maggiore libertà nell'attività progettuale. Gli svantaggi: l'incapacità di stabilire rapporti corretti fra gli aspetti virtuali e quelli attuali della realtà, l'insorgere di deliri di onnipotenza, la falsa convinzione che sia possibile progettare e costruire senza tener conto dei vincoli esterni.

D: Spesso accade che ci si smarrisca nel cyberspazio: si perdono i punti di riferimento spaziali ed il tempo si dilata. Quali sono le conseguenze della ridefinizione dei concetti di spazio e tempo che si verifica nel cyberspazio?

R: Non so se ho le competenze per rispondere a una domanda come questa. I concetti di tempo e di spazio (anche se non li vediamo come categorie kantiane) sono evidentemente costrutti culturali della mente, elaborati a partire da determinanti biologiche ma ormai parzialmente autonomizzati da esse. Però sono fra i più antichi costrutti culturali della specie, quindi fra i più "stabili", e mi sembra si possa dire (mi scuso se la mia terminologia scientifica è imprecisa) che in qualche modo il cervello sia "precablato" rispetto alla percezione dello spazio e del tempo. Ora osservo che il periodo di evoluzione biologica e culturale di gran lunga prevalente durante il quale questo "precablaggio" si è formato è stato quello dell'esistenza nomade dell'uomo, per capirci il paleolitico e il primo neolitico. Rispetto alle due o tre centinaia di migliaia di anni del paleolitico, il neolitico e l'era industriale sono stati molto più brevi (non più di 9.000/9.500 anni complessivamente, di cui solo gli ultimi 3 o 400 occupati dalla civiltà industriale, che ha rappresentato la rivoluzione più rilevante per quei due concetti: basti pensare all'idea di un tempo oggettivo e misurabile, irriducibile alla "durata" — per dirla con Bergson — che rappresenta pur sempre la percezione individuale del tempo). Mi sembra evidente che il cervello paleolitico dell'uomo ha avuto e ha ancora adesso dei problemi a interiorizzare le nuove visioni dello spazio e del tempo elaborate dalla scienza dal XVII secolo a oggi. Ora, per certi versi, spazio e tempo nel ciberspazio non sono più così "oggettivati" come nella concezione deterministica della scienza, sembrerebbero più influenzati (lo dico in senso metaforico, non letterale) da una dimensione relativistica o quantistica: ma non credo che questo sia ipso facto più compatibile con la percezione "ingenua" dello spazio e del tempo, una percezione che mi sembra ancora fortemente legata all'esperienza nomade sepolta nelle cellule cerebrali (nell'inconscio collettivo, direbbe Jung). Temo quindi che stiamo andando incontro a un ulteriore periodo di frizione fra cervello e tecnologia, dopo quello già visto durante l'era dell'industria: e prevedo quindi che il lavoro per psichiatri, psicologi e psicoterapeuti sia destinato a non mancare anche per il futuro.

D: Spesso nelle sue opere lei ha citato il cyborg, come un essere ibrido tra uomo e macchina. Quali sono, secondo lei, le implicazioni socio-psicologiche di questa figura?

R: Come ho cercato di mostrare nella nuova edizione del mio libro, a cambiare le cose è soprattutto l'apparizione di un "cyborg genetico", cioè di un organismo in cui la componente artificiale non è più una componente esterna, cioè un artefatto tecnologico elettromeccanico o elettronico aggiunto al corpo "naturale", ma un intervento "astratto", anche se non immateriale, sul codice genetico (cloni, nascite programmate, etc.). E questo vale tanto per l'uomo quanto per gli animali e le piante. Ma restiamo all'uomo. Allora, come sempre assisteremo sulla figura del cyborg a un conflitto fra interessi divergenti: da un lato il capitale vorrà fare del cyborg la perfetta forza lavoro flessibile, continuamente e indefinitamente "formabile" (autoaggiornamento, autoformazione), capace di secernere immaginario direttamente integrabile nel sistema produttivo - insomma vorrà confinare il suo carattere di ibrido a quegli aspetti "valorizzabili" dal suo punto di vista; dall'altro la forza lavoro "cyborghizzata" vorrà invece (prima o poi) autovalorizzarsi, cioè non sottomettersi a un dominio esercitato su di essa dall'esterno anche quando si presenta come il risultato di una "libera scelta", vorrà estendere il suo carattere di ibrido a tutti gli aspetti della vita e non solo a quelli della produzione, vorrà trovare nuovi modi di godere della ricchezza sociale - per esempio sperimentando stili di vita resi possibili dalla nuova frequentazione adulterina con le macchine, ma non previsti dalla logica del capitalismo postfordista. Il guaio è che questo conflitto — in senso lato sociale - si combinerà con un conflitto mentale e comportamentale fra strumentazioni psichiche di origine biologica e ritmi e aspettative derivati dall'ibridazione (come ho già accennato in una risposta precedente). Il nostro destino di cyborg, insomma, non è evidentemente esorcizzabile con qualche giaculatoria "umanistica", né eludibile con impensabili marce all'indietro della storia. Ma si annuncia foriero di conflitti molto difficili da padroneggiare, e forse prima ancora da comprendere: conflitti che a me pare saranno quelli centrali nei decenni e (azzarderei) nei secoli a venire.

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