ARNALDO BALLERINI, Patologia di un eremitaggio.

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10 gennaio, 2013 - 19:57

[ Questo testo riprende integralmente un intervento tenuto da Andrea Angelozzi durante la presentazione del libro di Arnaldo Ballerini, organizzata giovedì 16 maggio dalla sezione veneta della Società Italiana di Psichiatria (PSIVE) a Padova, nella sala Rossini del Caffè Pedrocchi ]

di Andrea Angelozzi

 

 

I temi che tocca Ballerini nel suo ultimo saggio sono tanti e tutti attuali. Dalle questioni epistemologiche e nosologiche (in particolare per quanto riguarda talune basi concettuali del DSM) al rapporto fra psicopatologia e psichiatria; dal rapporto fra teoria e agire psichiatrico, al ruolo del soggettivo e dell’oggettivo nella costruzione di una psicopatologia; per non citare quelli più strettamente legati alla questione della schizofrenia e dell’autismo.

Un’opera di così ampio respiro disegna il proprio movimento, incontrando facilmente le questioni che più stanno a cuore a chi lavori nell’ambito psichiatrico.

Parlarne è da una parte facile, vista la pluralità e la ampiezza dei temi trattati, dall’altra terribilmente difficile. Si fa comunque torto ad alcuni concetti essenziali, lasciandoli sullo sfondo, per parlare di quelli che, in questo momento, per un qualche motivo, si sentono più sintonici al proprio riflettere.

Il primo punto che volevo sottolineare è la modalità di approccio, che accompagna Ballerini durante tutto il testo: una modalità radicalmente fenomenologica, nel suo senso più originario, husserliano, che porta l’autore a riflettere su tutta una serie di aspetti senza dare nulla per scontato e mettendo fra parentesi la categoria dell’ovvio e dell’apparente evidenza naturale delle cose. Conoscendo profondamente ed in maniera meditata le forme che i problemi psicopatologici hanno assunto nel corso della storia della psichiatria, egli non si lascia imprigionare dalle loro apparenti evidenze e non rinuncia a mettere tutto in discussione, privilegiando costantemente la riflessione.

E’ un approccio, nota lo stesso Ballerini, paradossalmente legato, in qualche maniera, proprio ad un aspetto importante dell’autismo, anzi ad un filo conduttore che si sviluppa per tutto il testo: la questione dell’evidenza naturale e della sua crisi.

E’ interessante l’analisi delle varie definizioni di autismo, mostrandovi delle crepe che portano a metterle in discussione ad una ad una. Nessuna sembra rendere pienamente conto del fenomeno dell’autismo e quella visione di insieme che sola lo rende così pieno e specifico, non accettando apparentemente una analisi per singole componenti.

Nessuna appare infatti in grado di tracciare un confine affidabile e generale fra autismo ed eremitaggio, fra la patologia e le forme possibili che può assumere l’umano e la sua esistenza, una volta che si sia superata la posizione di Bleuler del puro rovesciamento della quantità in qualità, dell’idea cioè che, fra ritiro mistico dal mondo e autismo schizofrenico, la differenza è solo quantitativa.

Ballerini ha la capacità di entrare in questo problema senza cedere alla duplice opposta illusione di ridurre l’esperienza mistica a psicopatologia, di cui purtroppo è piena la letteratura, o di trasformare tout court l’esperienza schizofrenica in una ricerca del trascendente. Non che talvolta questo non esista, ma da questo a generalizzarla come sfondo comune e determinante, il passo è decisamente troppo grande.

A partire dal titolo, il problema del rapporto fra normale e patologico accompagna tutto il testo e, a mio parere, un merito di Ballerini è quello di ricercare nuove strade rispetto a due facili estremi, quello di considerare erroneamente la nosografia psichiatrica come oggetti naturali del mondo, che vanno "scoperti" e quella di considerarla, in maniera troppo semplicistica come una pura costruzione sociale. Come se non esistesse quella che Foucault chiama la evidenzia enunciativa della follia, che ci fa comunque dire "questo è folle"!

Esistono dunque dei caratteri nel soggettivo o nell’oggettivo, per cui possiamo cogliere il patologico, distinguere il ritiro autistico dal ritiro mistico.

La proposta, se ho ben capito, riguarda in particolare tre elementi, veramente interessanti, ciascuno dei quali presenta problemi di non semplice soluzione.

Il primo riguarda la rottura del senso comune, la situazione per cui la evidenza naturale, per dirla con Blankemburg viene persa e scompare quell’ovvio che, in una sorta comunque di autoinganno, ci lascia sopravvivere nella esistenza quotidiana.

La questione del senso comune è un argomento inquietante ed affascinante, Affascinante perché promette molto e può essere studiato in modo molto rigoroso, come da qualche tempo stanno facendo le recente analisi delle logiche di senso comune. Inquietante perché mostra una frattura che non esiste solo nella schizofrenia, ma spesso anche nell’operare di tanta psichiatria spesso istituzionale, che rimane prigioniera di regole improntate alla razionalità, ma non al buon senso.

Per quanto riguarda l’eremitaggio, forse non è la sua presenza od assenza di per sé a demarcare il confine: tale elemento è presente pienamente anche nella esperienza mistica. Potremmo aggiungere che la stessa procedura della meditazione è in realtà una operazione di progressiva ed intenzionale perdita della evidenza naturale. Le descrizioni dei mistici (per chi cerchi la rigorosità della neurofisiologia, c’è uno scritto di Deikman su Psychiatry del 1966 sulla esperienza mistica come rottura degli automatismi) parlano di questa perdita della evidenza (basti pensare a una poesia di illuminazione zen: "Guarda, il ponte scorre e le acque sono immobili"). Entrambe le esperienze vivono all’interno di questa condizione, che rappresenta tuttavia un diverso destino: nell’autismo sembra più qualcosa che accade ed in cui ci si impantana, nel misticismo, qualcosa di ricercato ed un percorso. Ballerini aggiunge una importante categoria di demarcazione: quella della necessità e della libertà: l’autistico non ha più scelta, a lui mancano le porte per poter rientrare nel senso comune, a differenza del mistico, anche se i mistici potrebbero suggerire che il senso comune, illuminato dalla consapevolezza, non può più essere quello precedente: prima della illuminazione i fiumi sono fiumi e le montagne montagne, durante la illuminazione non ci sono né fiumi né montagne, dopo la illuminazione i monti tornano monti e i fiumi fiumi. Ma la nuova consapevolezza riconduce pienamente la evidenza naturale a quello che è: un gioco illusorio, un autoinganno che non ci consente più di accettare per realtà quello che si è rivelato un sogno, di viverlo inconsapevolmente dandolo per scontato. Ma si può comunque vivere la realtà, senza appartenervi. La consapevolezza può divenire allora quello che consente di poter transitare fra i mondi possibili e le possibili identità, vivendole pienamente, ma senza rimanere prigioniero in nessuna di esse.

Questa consapevolezza, proprio in quanto autotrascendenza, in quanto porsi di fronte alle varie possibilità proprie, mi sembra strettamente imparentata con un concetto cui Ballerini ci richiama costantemente nel testo: quello della posizione dell’uomo di fronte alla propria malattia, che è poi un raffinato gioco quotidiano della pluralità della identità, per cui ci poniamo altro rispetto a noi stessi.

E’ un tema caro a Jaspers, ed è un elemento centrale non solo di questioni poco studiate come la coscienza di malattia, ma anche di quel complesso gioco fra osservare ed esperire, fra accettare e trasformare che è la psicoterapia.

In realtà, nel momento in cui non si opera una arbitraria ed impoverente riduzione alla patologia, vi sono tutta una serie di elementi, propri del sapere mistico che possono illuminare sulla realtà dell’umano e del patologico, indicando possibilità estreme dei modi di essere e di relazionarsi con il mondo e la realtà, che vanno appunto oltre il mondo ordinario e implicito delle evidenze. Ci tolgono, in modo sano, le nostre evidenze naturali e le trasformano in problema, in ricerca. Le splendide considerazioni che porta Ballerini sulla frattura del tempo in istanti presenti sono un patrimonio da secoli della conoscenza dei mistici eremiti, così come illuminanti intuizioni circa lo spazio o la mente.

Il secondo punto rimanda all’Altro. Ballerini sottolinea nell’autismo quella che è stata chiamata la mancanza della intenzionalità dell’altro: qualcosa che non si esaurisce nella empatia, rappresentando qualcosa di più, un tendere verso l’alterità, a concepirsi solo in quanto relazione. Questo confine sembrerebbe indicare e delimitare nettamente il mondo della schizofrenia, anche se — a mio parere — il rapporto con l’eremitaggio è ancora una volta più problematico, proprio per la complessità che acquista la questione dell’Altro. Da una parte c’è quella nozione così affascinante nel buddismo, ma presente peraltro in ogni mistica, che è la compassione. L’eremita non cessa paradossalmente di rapportarsi con l’umanità, ma ha avuto bisogno di tanto silenzio e di tanta solitudine per poter trovare sé stesso e quindi l’altro. Una delle questione che separa il buddismo del "grande" e quello del "piccolo veicolo" è se sia lecito raggiungere il nirvana prescindendo dagli altri. Il grande veicolo fa voto di non entrare nel nirvana fino a che l’ultimo degli esseri non sia stato liberato. Di fatto tutti i grandi maestri interrompono il loro romitaggio per donare agli altri ciò che hanno trovato. E l’alterità, sia nel senso della presenza solidale del gruppo, della comunità dei monaci, sia nel rapporto con il maestro, costituiscono due dei tre pilastri (il terzo sono regole chiare che aiutino a non perdersi nella ricerca della consapevolezza) che consentono di andare oltre la mente e non di cadere a lato di essa.

Tuttavia, l’alterità del mistico è qualcosa diverso da quella che opponiamo all’autismo: gli altri hanno la stessa fragile consistenza dell’io, e l’unica cosa che effettivamente esiste è ciò che c’è "fra", l’immagine che è in mezzo ai due specchi, e cioè l’amore e la compassione. Io, gli altri, sono forme possibili, condensazioni di questa stessa cosa.

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