INTERVISTA A M. BASSI (UNIVERSITA' DI BOLOGNA)

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30 novembre, 2012 - 14:05

Il fenomeno della stigmatizzazione della malattia mentale nel cinema italiano è evidente, secondo lei quali possono essere le componenti alla base di questo atteggiamento?

Ci sono due componenti alla base di questo atteggiamento non solo del cinema , ma anche dell'opinione pubblica nei confronti della malattia mentale: una deriva sicuramente dalla scarsa informazione a riguardo, a tutt'oggi dopo la chiusura dei manicomi dovrebbe essere più semplice raggiungere una migliore conoscenza del problema, in modo più diretto e inevitabile. A mio avviso si potrebbe cominciare ad impostare un atteggiamento pedagogico iniziando dai parenti e dalle famiglie dei malati mentali, perchè spesso è la famiglia la prima a creare isolamento, scarsa accettazione e stigmatizzazione del familiare affetto. L'altra componente è la paura , il desiderio di allontanare ciò che non si conosce , che è diverso da noi e quindi “perturbante”, forse anche perché il malato mentale incorpora le umane sofferenze in modo estremo ed esagerato, quelle stesse sofferenze che, in piccola parte, possono essere esperite da ogni individuo nel corso della propria esistenza.

Oltre al cinema spesso si assiste a programmi televisivi che prendono spunto, in modo caricaturale , dai malati di mente, dai loro atteggiamenti, dalle loro stereotipie…. Che cosa ne pensa? 

Anche questo è un modo, forse più estremo' per creare le distanze ed esorcizzare il problema della malattia mentale, ci sono addirittura programmi in cui colui che fa ridere non è solo il personaggio “bizzarro”, ma anche lo psichiatra (si tralascia il nome della trasmissione): tutto questo determina un'ulteriore distanza anche nei confronti dello specialista psichiatra, del suo lavoro, del suo mondo e del suo ambiente lavorativo.

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