Seconda giornata - Giovedì 27 giugno

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30 novembre, 2012 - 14:02

 

Sessione Plenaria
 




Identity in the age of Internet
S.Turkle

Il lavoro della Turkle ha preso le mosse da un'analisi su come la tecnologia possa cambiare il nostro modo di pensare, la nostra mente e come attualmente vediamo gli oggetti nella nostra vita, poiché la tecnologia si presenta a noi con oggetti nuovi che sollevano altrettanto nuovi quesiti all'interno della nostra esistenza.
La relatrice si è avvalsa di alcuni esempi come gli animali robot, “studiati” particolarmente per l'anziano come modelli di compagni perfetti, oppure gli stimolatori del bambino o ancora gli ambienti virtuali.
Ha quindi preso in considerazione 3 stadi possibili della relazione con gli oggetti computazionali quali il rapporto della persona col computer, della persona con la persona via computer e della persona col computer come artefatto relazionale.
La domanda sulla quale la Turkle ha invitato la platea a riflettere è stata “quale tipo di rapporto sarebbe più corretto avere con una macchina?” e, a tal proposito, ha fatto riferimento al film Artificial Intelligence e a due brevi filmati che avevano come protagonisti l'uno il prof. Ray Kurtzweil e l'alter ego virtuale che si è creato (l'avatar Ramona, una cantante rock) e l'altro un baby robot capace di regalarci una vasta gamma di espressioni mimiche. 
Al termine della splendida lettura la Turkle ha concluso che a tutt'oggi, alla fine del XX secolo, nonostante vada di moda dire che siamo passati dalla cultura psicoanalitica all'era informatica l'impressione è che in realtà sia vero il contrario e che la psicoanalisi come disciplina ci permetta di pensare in modo più complesso ai nostri rapporti, ci fornisca un linguaggio più ricco e dia legittimità alle nostre emozioni, emozioni delle quali abbiamo bisogno oggi più che mai.

 


“ARE THERE APPLICATIONS OF TECHNOPSYCHOLOGY FOR PSYCHIATRY?”
D. De Kerckhove

La relazione ha riscosso una notevole affluenza di partecipanti-la sala Plenaria era “piena di persone”-ed un ricco e vivace dibattito.
Il relatore ha affrontato i rapporti tra psicotecnologie e la mente: il linguaggio è in rapporto con la mente, l'anima e il cuore. Sostiene che vi è una intima relazione tra il linguaggio e la tecnologia, iniziata con il telegrafo. Il mondo della rete e del software crea l'esternalizzazione dell'interiorità umana e modifica l'asse del lettore che si sposta dall'interno all'esterno. Il punto cognitivo privilegiato diventa uno schermo e si crea un'amplificazione della memoria, dell'intelligenza e una globalizzazione. L'interattività è tattile, si “tattilizza” la conoscenza e viene esternalizzata sullo schermo e questo crea nuove condizioni cognitive.
L'autore espone poi la psicologia del contesto, del testo e dell'ipertesto. Nella società orale del contesto le cose vengono dette a voce alta, il pensiero è comune, pubblico, fuori dal corpo. La nascita della scrittura Greca e Latina ha permesso di distaccare il testo dal contesto e di creare una forma di grande libertà. Il corpo diviene autonomo dal gruppo e vi è l'inizio della teoria. L'ipertesto permette la connettività e l'intelligenza connettiva. L'identità connettiva si crea con il raccordo tra il gruppo e l'individuo ed è diversa dalla collettività. L'ipertesto consente anche la possibilità di una memoria comune. L'autore nota come ormai siamo passati dalla metafora neurologica a quella genetica. Oggi siamo entrati nella convergenza tra testo, contesto, ipertesto; si è creato un allargamento del mondo mentale e si è verificato un passaggio dal potere della forza a quello dell'intelligenza.
E' possibile pensare ad un mondo e svilupparlo con la connettività ma non vi è solo la presenza dell'intelligenza ma anche del cuore.


 

Simposi Paralleli 

TV E Famiglia. P. Curatolo (Roma)
Lo psichiatra nella fiction televisiva; E.R. medici in prima linea. A. Sibilla (Cuneo)
Il bambino e la televisione A. Pascotto (Napoli)
Autismo ideale e autismi reali: la rappresentazione dell'autismo nel cinema e TV. P. Curatolo (Roma), F. Caretto (Roma).
Raccontiamoci storie : non raccontiamoci storie. M. Marchetti ( Roma )

Inizia il simposio Sibilla che compie una trattazione accurata sulla fiction americana E.R. (“Emergency room”) e delinea in maniera particolarmente accurata il profilo psicologico dei principali protagonisti; in particolare descrive il dott. M. Green come l'iniziale punto di riferimento morale della serie, colui che rappresentava la calma in un contesto frenetico, la serenità di giudizio, mentre diviene una figura sempre più complessa per numerosi problemi personali che generano notevoli ripercussioni sulla psicologia del personaggio, peraltro mai tratteggiato in termini patologici. La fiction ha un ritmo serrato in cui i pazienti che giungono al pronto soccorso portano spaccati di vita metropolitana , di solitudine, vecchiaia e malattie incurabili. Medicina, morte e amore vengono amalgamate , manca la falsificazione dolcificante tipica delle fiction italiane, ogni personaggio rappresenta un diverso sistema di valori, e tra questi è presente anche lo psichiatra che però riveste quasi sempre una figura secondaria e mai stabile; la malattia mentale è vista come evento evanescente rispetto alla malattia organica e lo psichiatra colpisce per la povertà della propria personalità. Nella prima serie televisiva lo psichiatra colpisce per il duro atteggiamento dimostrato nei confronti di un giovane che minaccia il suicidio, da lui interpretato come atto dimostrativo, rivelatosi poi fatale. Alla cinquantasettesima puntata – cruciale per l'evoluzione dell'immagine dello psichiatra – è evidente come la diagnosi di patologia psichica venga formulata sulla base non di sintomi ad essa correlati, bensì per la provata assenza di patologie organiche. Nella terza serie l'atteggiamento dello psichiatra appare poco tecnico poiché si pone più l'accento sull'omosessualità di questi che non sulla sua competenza teorico pratica; lo psichiatra viene presentato come colui che, nell'immaginario comune, dovrebbe svolgere una funzione di razionalizzazione, di presunto controllo sul perturbante, e contrasta con l'irrazionalità che dà, invece, anima narrativa alla fiction, uscendone quindi tratteggiato superficialmente ed in maniera ambivalente, come nella maggior parte dei telefilm americani. Manca invece a suo parere quello che egli ritiene un basilare caratteristica dell'operare psichiatrico, il diritto alla lentezza. Sibilla conclude con una frase - perché mai in tutti i siti Internet da lui consultati dedicati a E.R. non vi siano mai foto di psichiatri - forse un po' provocatoria ,ma che fornisce uno spunto di riflessione sull'immagine che lo psichiatra dovrebbe fornire di se stesso: rinunciare ad essere “ tuttologi” e dare spazio ad un'immagine magari più limitata, ma più specialistica. 
Interviene poi Gritti a proposito della supposta vulnerabilità del bimbo alle informazioni provenienti dalla televisione, sottolineando che quest'ultima è solo uno dei fattori che possono influenzare lo sviluppo infantile, non solo con risvolti negativi, ma può assumere anche una funzione pedagogica qualora si inserisca in un contesto socio-familiare adeguato senza sostituirsi ad esso. Sono stati condotti studia sul rapporto tra TV e aggressività, e il rapporto tra TV e Disturbo post-Traumatico da Stress. In particolare uno studio compiuto su 717 soggetti ha rivelato che gli adolescenti che hanno trascorso più di 3 ore al giorno davanti alla televisione hanno una elevata probabilità di andare incontro a comportamenti violenti nelle epoche successive della loro vita. E' noto anche che esiste una correlazione diretta tra il tempo trascorso davanti alla televisione e l'aggressività: minore è il tempo trascorso davanti alla TV minore è la probabilità di atteggiamenti aggressivi o violenti. I videogame con contenuti aggressivi , ad esempio, sono in grado di trasformare in violenza l'aggressività che durante la crescita del bambino va trasformandosi da una forma più “arcaica” ad una più evoluta , adulta, che fa scegliere il comportamento più adeguato in base alla situazione , se vogliamo di tipo più “adattativo”. Nel gioco però la fantasia e realtà si fondono , la realtà è ipersemplificata e soggetti psicotici che hanno difficoltà a distinguere realtà e fantasia possono essere disorientati da questo mondo .Anche bambini sani possono essere influenzati negativamente o semplicemente disorientati dal mondo virtuale dei videogame , soprattutto se sono molto piccoli, : uno studio condotto su 2000 bambini che avevano assistito in televisione a scene terroristiche avevano manifestato i sintomi post traumatici, inoltre l'effetto traumatico veniva amplificato dal grado di perseveranza della scena, dal contesto familiare in cui questa veniva vista, dalla presenza o meno dei genitori e soprattutto dalla loro capacità di moderarne la violenza dei contenuti. In conclusione Gritti delinea cinque punti fondamentali tra di loro collegati:
-l'eccessiva esposizione ad esperienze violente aumenta l'aggressività
-i sintomi di tipo post-traumatico si possono manifestare in seguito alla visione di programmi televisivi ad elevato impatto emotivo
-ci sono poche conoscenze tra il rischio psicopatologico e televisione 
-comportamenti alterati hanno valore sintomatologico
-il fatto stesso di trascorrere troppo tempo di fronte all TV potrebbe essere un segno di disagio. 
Caretto riprende il simposio affrontando il tema dell'autismo, affermando che grazie ad alcuni film come “Rain Man”, magistralmente interpretato da D. Offmann nel 1988, la problematica di questa patologia si è fatta strada non solo nel pubblico cinematografico, ma anche nella società con una ricaduta sociale importantissima. Bisogna innanzitutto ricordare che circa 300.000 soggetti soffrono di autismo e che comunque non tutto ciò che viene descritto nel film è verosimile. Vengono successivamente analizzate la parti del film che risultano essere più vicine alla vita e al mondo del soggetto affetto da autismo: sono sicuramente verosimili le azioni stereotipate, il bisogno di avere la proprie cose sempre allo stesso posto, l'inclinazione del capo, l'ecolalia, la deambulazione, tuttavia i soggetti affetti da autismo non riescono a contare nella modalità che appare nel film ( nella famosa scena degli stuzzicadenti e delle carte da gioco ), bisogna soffermarsi sul fatto che sicuramente il film è stato utile, ma rimane un film e non un documentario. E' stato fatto anche un uso poco etico dell'immagine del soggetto autistico come nel film “Codice Mercury”, in cui quello che viene messo in risalto è semplicemente la ripetitività dei gesti o la fissità dello sguardo, in un contesto tra l'atro completamente diverso da quello del film “Rain Man”, o come nel film “Il bambino che sapeva volare” in cui viene trasmessa l'idea che dall'autismo ci si possa “salvare”..Il bambino autistico ha in sé una immagine estetica, quello che colpisce è proprio la discrepanza tra l'armonia fisica e la disarmonia del suo comportamento. Esiste una bellezza nella diversità,, questa diversità per “bucare” lo schermo ha dovuto falsare un po' la realtà.
Marchetti affronta la questione del rapporto fra media e violenza dal punto di vista dello specialista criminologo. Mentre la letteratura scientifica tende a vedere uno stretto rapporto di causa-effetto fra l'eccessiva esposizione dei giovani adolescenti alle scene di violenza da parte dei media e l'espressione di successivi comportamenti antisociali, i criminologi ritengono tale ipotesi poco credibile e sono i primi a non riuscire a capire da dove parta veramente la violenza. A supporto di ciò, pone in rilievo come nell'arco degli anni '90 sia verificato un fenomeno imprevisto: contrariamente alla comune opinione di un graduale incremento dei fenomeni violenti, negli USA si è, invece, verificato un crollo dei tassi relativi agli episodi violenti, a volte fino al 50 %, per ragioni tuttora ignote, con andamenti assai bizzarri anche per quanto concerne la criminalità giovanile. Seppur vero che dedicano maggior tempo alla tv soggetti con disagio di tipo sociale, ciò può risultare casuale. L'odierna disputa sulla necessità o meno di limitare l'esposizione dei giovani a determinati eventi televisivi, ricorda quella antica relativa alle tragedie del teatro greco: se per Platone era bene limitare l'accesso dei giovani a tali rappresentazioni, secondo il suo parere potenzialmente pericolose, Aristotele vedeva in esse una positiva funzione di catarsi. Una visione, secondo Marchetti eccessivamente intellettualistica, vede nell'irrealtà la minaccia di un allontanamento del giovane dalla vera realtà; egli sente, invece, viva l'esigenza di strumenti che ci rendano in grado da un lato di metterci in comunicazione con gli altri ( ed in tal senso la visione e la discussione su uno stesso programma può avvicinare le persone), dall'altro di agire entro certi limiti la violenza e l'aggressività insite in noi. In conclusione, prendendo spunto dalle ricerche bioniane, delinea come compito dell'adulto non solo quello di allontanare dal bambino i fenomeni violenti, ma di saperli invece tollerare, infondendo in esso un senso di protezione e di fiducia

 

Manipolazione dei linguaggi e dell'informazione medica e psichiatrica suiu mass media el il web.P.Pertini.( Roma ).
Saraceni (Roma)

Etica della comunicazione e manipolazione dell'informazione. G.De Leo (Roma )
La manipolazione dell'informazione e del linguaggio medico e psicologico nei mass media.G.Lago (Roma ), P. Petrini ( Roma ).
La comunicazione suggestiva e la comunicazione persuasiva. F.Petruccelli ( Cassino )
Adolescenza e mass- media.M.Baldassarre (Roma ).
I fenomeni di dipendenza da internet.V.Caretti (Roma )
Linguaggi mass- mediali e patologie comportamentali degli adolescenti.E. Barone , M. Baldassarre 

Introduce il simposio l'assessore Enzo Saraceni che coglie l'occasione per richiamare i mass media alla correttezza dell'informazione nei riguardi della sofferenza psichica e del disagio, sottolineando che la regione Lazio si propone di incentivare nuovi studi e ricerche in merito. Successivamente prende la parola de Leo che gestisce un dipartimento che sta approfondendo il problema della manipolazione del linguaggio della salute, in particolare quella psicologica : ci sono infatti problemi di manipolazione ,al di là del reato in sé e delle truffe, ma che possono creare problemi andando oltre i criteri della professionalità. Le manipolazioni mass-mediali e i linguaggi intrusivi non offrono le stesse garanzie di un linguaggio che si basa su dati scientifici, inoltre siamo in un contesto sociale in cui esplode prepotentemente il pluralismo e la complessità anche nel settore della psicologia e della medicina, come contenere questo fenomeno? Come regolarlo?
Da una parte non si può scoraggiare il pluralismo, ma bisogna offrire delle garanzie al cittadino cercando di coniugare libertà di scelta e informazione, proprio per questo ci devono essere dei canali e dei percorsi scientifici su cui ci deve essere informazione ed etica, gli epistemologi ci offrono l'etica della comunicazione e il consenso come punto regolativo e raccomanda di utilizzare la comunicazione per aiutare le persone ad orientarsi nella complessità, nel pluralismo e nelle proposte del cambiamento .Tutti i sistemi deontologici si basano sul consenso informato che dovrebbe essere introdotto, cioè la capacità di sciegliere in seguito ad una informazione , che spesso viene banalizzato e ritenuto ingombrante e capace di influenzare l'esito di una psicoterapia L'informazione dovrebbe essere rigorosa e dimostrabile, il criterio scientifico che distingue dal mago ciarlatano è che abbiamo criteri e prove scientifiche che un certo tipo di procedura possa portare al benessere.
Continua il simposio Lago che spiega la differenza tra comunicazione scientifica e divulgazione :un tempo la divulgazione era riferita al popolo , veniva fatta in modo semplificativo , per sensibilizzare i cittadini , ai medici non piaceva parlare , oppure quando lo facevano utilizzavano solo parole greche o latine sbilanciandosi solo in caso di possibile morte del paziente, invece , grazie all'avvento della comunicazione di massa, scienza e comunicazione hanno cominciato a convergere , anche se questo ha provocato il fatto che spesso l'uditorio si accontenti degli “esperti mediatici” di turno che finiscono con il rendere discutibili le informazioni della scienza medica; le leggi dello spettacolo mostrano gli scienziati come personaggi mediatici ,come è successo nel caso della terapia Di Bella: in questo caso al pubblico è stato offerta un 'immagine dello scienziato che “lotta” da solo contro le istituzioni, creando un senso di sfiducia nella sanità pubblica e atteggiamenti distruttivi verso le istituzioni, unitamente a un forte coinvolgimento emotivo su vicende personali. Le parole più frequenti erano “speranza” e “somatostatina”, della somatostatina pochi si ricordano, della speranza molti prosperano. La manipolazione è ancora possibile , chiunque abbia una laurea può di fatto intervenire in dibattiti , “bucando” lo schermo con informazioni lapidarie, commenti falsi, la tutela dovrebbe ridurre la presenza di soggetti “ discutibili”.
Petrucelli affronta la problematica della comunicazione persuasiva ricordando che ci sono due “facce” della retorica antica, risalente al quinto secolo. a.c., una risalente a Corace che si basa sul concettoche il ragionevole è migliore del vero, la seconda risalente a Pitagora che si basa sulla Psicagogica , l'arte di trascinare gli animi con l'attrattiva che la parola sapientemente manipolata esercita sull'uditorio e la reazione emotiva provocata dalla magia delle parole. Da questi due aspetti della retorica antica nasce la dicotomia tra suggestione e persuasione. La prima cerca di convincere facendo leva su qualcosa di poco esplicito, su emozioni, sull'aspetto più irrazionale presente in ogni individuo, la seconda opera un coinvolgimento puntando più sugli aspetti razionali. La psicologia e la medicina usano questi due parametri retorici rendendo difficile la distinzione tra lecito e illecito. La persuasione si basa su diversi concetti fondamentali.
-la presenza del contrasto ;
-la bellezza
-l'autorità, obbedire è giusto, conformarsi all'autorità è vantaggioso
-la reciprocità, ovvero il fatto che la società si basa su rapporti di dare e avere: se si riceve un favore lo si deve ricambiare
-la coerenza, sempre più apprezzata dell'incoerenza
-l'imitazione di colui che è maggiormente simile a noi
-la paura della perdita: la possibilità di una mancanza svolge un ruolo fondamentale in un processo decisionale.
La suggestione svolge una atttività ancora più sotterranea, in cui l'individuo si accorge di essere stato convinto, ma non ammette di essere persuaso.

La tematica piuttosto “spinosa” del rapporto tra l'adolescente e i mass media viene affrontata da Baldassarre ,che inizialmente definisce l'adolescenza come momento in cui emergono difficoltà infantili, riviviscenza di pulsioni violente, attrazioni edipiche ed eterosessuali. A tutto ciò si aggiungono cambiamenti nella sfera somatica e sessuale che devono essere integrati in una nuova identità psichica, pervasa da riedizioni delle fantasie del passato e da una vita immaginativa influenzata dai mass media , nel tentativo di raggiungere una nuova identità che può essere “conquistata”solo attraverso conflitti e contrasti con le figure genitoriali. Per questo possiamo avere una crisi adolescenziale “normale”, in cui sono presenti dubbi sulla propria identità, conflitti con l'immagine del proprio corpo e atteggiamenti critici verso l'ambiente., e una crisi patologica che invade profondamente l'intera sfera della soggettività dell'individuo impedendo a molte aree del comportamento di dispiegarsi. L'adolescente disagiato può affrontare queste problematiche in modo impulsivo, con atti criminali, dipendenze o atteggiamenti e condotte psicopatiche, oppure attuando una crisi definita “silenziosa” in cui non disturba l'ambiente bensì se stesso. Quindi nell' adolescenza patologica possiamo avere diversi quadri: la depressione con tendenze suicide , disturbi alimentari o dismorfofobici, organizzazioni narcisistiche di personalità, borderline o addirittura di tipo psicopatico. Il tutto dipende dal bagaglio emotivo dell'individuo, se le sue basi narcisistiche sono fragili, in quanto quando il proprio mondo interno è fragile è facile che si creino sentimenti di angoscia per controllare le “traballanti” basi narcisistiche, facendo soccombere la ricerca della propria identità.
Caretti prende in considerazione il fenomeno della dipendenza indotta dall'uso del PC, in particolare sottolinea il fatto che le realtà che inducono dipendenza, come il videopoker, hanno questo potere perché offrono una forma alternativa di sensorialità, una forma nuova di esperienza psicofisica in cui il fruitore interpreta il PC come una persona, instaurando con esso una vera e propria relazione psicologica. La realtà virtuale permette inoltre di creare mondi alternativi del sé ,sia in senso sano che patologico; la dipendenza si instaura quando, in condizioni di difficoltà di crescita, ci si immerge nella realtà virtuale in cui si può raggiungere una sorta di alterazione dello stato di coscienza, da cui può scaturire un'esperienza in cui si allevia l'ansia e l'angoscia, si alza la soglia di sensibilità al dolore con la creazione di esperienze di piacere che finiscono con il far precipitare l'individuo nel labirinto del craving, dell' incoercibilità e della compulsività: in questo caso non si parla di una sostanza, ma di una esperienza sensoriale. Secondo alcuni studiosi si viene a creare addirittura una situazione di trance dissociativa transitoria che permette di uscire temporaneamente dalla realtà, percependo se stessi in modo alterato, aumentando la propria autostima e migliorando l'immagine di sé. Questo fenomeno diventa un vero e proprio meccanismo di difesa che si osserva pere esempio nei bambini che hanno subito un abuso: essi usano la dissociazione come difesa da una realtà intollerabile, da alcuni è stato definito, “processo inibitorio attivo”, o per dirla come Futnam “autoipnosi” , situazione in cui si riesce a proteggere la coscienza da un eccesso di stimoli, una sorta di automedicazione dell'io che non riesce a mentalizzare emozioni e sentimenti troppo forti o inaccettabili nei loro contenuti. Come sostiene Steiner ne “I rifugi della mente” ci “zone” in cui ci “portiamo” per allontanare stati emotivi insopportabili: essere nel reale può essere troppo pericoloso, se l'individuo non riesce a “giocare” con la realtà l'individuo creerà la trance dissociativa per crearne una nuova.
Barone termina il simposio ricollegandosi alle tematiche affrontate da Baldassarre, ma da una diversa ottica: bisogna riflettere non solo se i media influenzano gli adolescenti, ma soprattutto come questi li utilizzano nella loro vita. Molti ragazzi si perdono infatti un una “Babele di linguaggi” ,nella ricerca di una propria favola personale, rimanendo irretiti dal un gioco linguistico perverso, spesso evidentemente utilizzato da intenet , navigando in rete senza “salvagente”. Alcuni studi hanno evidenziato che gli stimoli visivi , così importanti nell'ambito del mondo virtuale, raggiungono prima l'emisfero di destra senza dare tempo a quello di sinistra di svolgere il compito di razionalizzazione e di interpretazione delle informazioni. 
 

Mass Media e suicidio

Ha aperto i lavori del simposio il chairman L. Pavan che ha sottolineato come i mass media siano spesso distanti nell' esprimere la sofferenza presente dietro il comportamento suicidiario. Tema che ha approfondito nella sua relazione attraverso la presentazione di una serie di frammenti cinematografici e televisivi.
L. Arcuri ha presentato la relazione “il ruolo dei Mass Media nelle condotte imitative: le cronache dei suicidi”. Ha esposto gli studi di Phillips che evidenziò una correlazione positiva tra le notizie di cronaca riguardanti il suicidio di personaggi famosi( es. di Marilyn Monroe etc.) e l'aumento del tasso di suicidio nelle zone in cui fu data la notizia. Si è evidenziato anche un aumento del tasso degli incidenti automobilistici a probabile valenza autosoppressiva, picco di incidenza si ha nella terza giornato dalla notizi come se esistesse un periodo di metabolizzazione per la imitazione. Vi è una correlazione tra l'età del personaggio famoso suicida e colui che imita, il grado di identificazione col protagonista della cronaca è uno dei fattori principali nell'indurre il comportamento imitativo.
Fago (Vicedirettore Federazione Nazionale della Stampa) ha esposto “il ruolo dei Media tra effetto Werther e autocensura: i giornali non uccidono”. Questa tematica se4 la proiettiamo a livello di grandi numeri nei Media va incorniciata in modo più contenuto. Il 30% dei suicidi avvenuti nel 2002 si sono verificati in aree del mondo in cui vi è un basso tasso di informazione apportato dai Media. È probabile che non vi sia un rapporto determinante tra comunicazione ed induzione del suicidio.
L. Pavan nella sua relazione “suicido & cinema” ha presentato dei frammenti cinematografici e di cronaca televisiva riguardanti il suicidio, evidenziando come in alcuni casi tale tematica viene trattata con delicatezza ed aderenza alla realtà mentre in altri il tema è raffigurato in modo inopportuno evidenziando la spettacolarità del gesto, idealizzandolo facilitando in tal modo fenomeni imitativi. I frammenti proiettati hanno permesso di immettere la platea nella tematica trattata in modo vivo, efficace, toccante con un estremo apprezzamento da parte di tutti.
L. Canova ha presentato il lavoro dal titolo ”suicidio & Mass Media : effetto Werther”. L' autore esamina come ci si possa avvicinare al suicidio con diverse angolature: psichiatrica, sociale, antropologica. Vi è un processo presuicidario: chiusura esistenziale, autoaggressività repressa e fantasie suicide ed è proprio su queste che l'effetto Werther incide maggiormente; un processo decisionale. Esistono due posizioni contrastanti una sostiene che l'effetto Werther esista realmente l'altra invece sostiene che non faccia altro che anticipare un fenomeno che sarebbe avvenuto ugualmente ossia avrebbe la capacità di anticipare l'attuazione di un proposito. In particolare il relatore pone l'accento su come la notizia mediate dai Mass Media di un suicidio è capace di influenzare le modalità esecutive, l'imitazione del modello utilizzato per suicidarsi. Quindi l'aspetto imitativo esiste ma si esplica maggiormente sui mezzi e modalità utilizzati per suicidarsi piuttosto che sul fatto stesso del suicidio.
Infine ha concluso il simposio l'intervento di O. Tatarelli sulle “condotte mediatiche e suicidio”. In particolare ha focalizzato l'attenzione su ciò che la stampa dovrebbe e non dovrebbe fare al fine di non incentivare tale fenomeno.
Gli elementi che possono favorire le modalità imitative sono principalmente: il riferimento sensazionalistico, servizio in prima pagina, il titolo, le fotografie sulla vittima, dettagli su come e dove è avvenuto, la romanticizzazione etc. Il rischio di contagio è ridotto se vengono presentate alternative al suicidio, se vengono forniti esempi di casi con soluzione di evitamento del suicidio, informazioni sulle risorse a disposizione e liste di indicatori di comportamento di allarme per il suicidio. Ha infine presentato le raccomandazioni dell'American Association of Suicidology del 1998.

 

I MEDIA E LO STIGMA
B. Carpiniello (Cagliari)

Il ruolo dei media nella diffusione e nella lotta allo stigma: la stampa
B. Carpiniello (Cagliari)

L'informazione televisiva e i casi giudiziari: quale impatto sull'opinione pubblica
M. Casacchia (Roma)

Stigma e malattie mentali: terapia e pazienti nel cinema italiano
M. Bassi (Bologna)

Senso comune e stigma
R. Tatarelli (Roma)

Dà inizio a questo simposio tematico Tatarelli, con un suggestivo ed articolato confronto fra senso comune e vissuto individuale. Nel suo intervento ha definito l'originario ruolo dello “Stigma” quale marchio identificativo posto sul bestiame e sugli schiavi, che voleva ben differenziare le due opposte condizioni di proprietà e di schiavitù ed il non riconoscimento della dignità umana, a costituire una sorta di ferita e di contrasto all'interno della specie. Il Cristianesimo avrebbe trovato una sorta di soluzione, sfruttando il prezioso aspetto spirituale insito nello stigma, con il riconoscimento di Dio come unico padrone ed il conferimento delle stigmate ai Santi. Si è compresa la possibilità di venire fuori dallo stigma attraverso l'autodeterminazione ed usando proprio il senso comune per riconoscere la propria dignità umana. Bisognerebbe, quindi, fare una ricerca integrata sul senso comune e sul reciproco rapporto fra automatismi ed autonomia individuale.
Prende quindi la parola Carpiniello, che mostra come l'immagine del soggetto portatore di disturbi mentali sia sempre stata soggetta a degli stereotipi ed in particolare, secondo Corrigan e Penn (1999), egli può essere di volta in volta visto come: a) violento e pericoloso; b) bimbo da proteggere che ha un'immagine visionaria ed incantata del mondo; c) libero e ribelle. Carpiniello ha presentato un'indagine svolta dalla sua equipe sul linguaggio adoperato nei quotidiani, comparando quelli a stesura regionale con quelli nazionali e precisamente “La Nuova…” e “L'Unione…” per la Sardegna vs “Il Corriere della Sera” e “La Repubblica”, dalla quale sono risultati più frequentemente usati termini stigmatizzanti quali: folle, mostro, maniaco e pazzo, cui ultimamente si sono aggiunti termini tecnici neutrali. E' stata svolta un'analisi di tipo quantitativo, dalla quale si sono ricavati i seguenti dati: - sui giornali locali e regionali si ritrova un maggior numero di eventi correlati a soggetti con malattie mentali, ma è pur vero che è già di per sé maggiore lo spazio dedicato alla cronaca; - nel 40-42 % dei casi i fatti violenti vengono attribuiti a patologie di ordine mentale a volte senza un previo accertamento dei fatti; - il suicidio suscita nel giornalista una sorta di pudore e viene volutamente presentato come un atto appartenente al genere umano e svincolato dalla patologia mentale, anche quando vi erano i presupposti; - gli articoli correlati a patologia mentale sono corredati di foto nel 45 % dei casi vs il 33 % degli articoli non inerenti la malattia mentale; - l'attribuzione degli eventi al disturbo psichico avviene più frequentemente per gli atti violenti e con maggior cautela in caso di omicidio e suicidio; - il formato dei titoli di prima pagina tende ad avere caratteri di formato superiore se si tratta di eventi collegati alla malattia mentale. Se ne conclude che l'atteggiamento tenuto dai quotidiani risulta ambivalente e che la prevalente negatività non farebbe altro che alimentare il pregiudizio nei confronti della malattia mentale e verso la sua presunta pericolosità, mentre sarebbe necessaria una cautela maggiore ed in particolar modo l'utilizzo di una terminologia corretta e neutrale.
Interviene quindi Casacchia che mette in rilievo come in televisione si utilizzi l'arte seduttiva in alcuni programmi che risultano diseducativi ed intriganti. Confronta quindi il cosiddetto “pensiero magico” con l'uso della “metafora” in pubblicità: ambedue spostano l'attenzione dall'evento concreto e mettono in moto immaginazione e fantasia. Le ipotesi psicologizzate, a valenza metastorica, azzerano ogni qual tipo di criticismo da parte degli ascoltatori, garantendosi il loro momentaneo consenso e la mancata richiesta di verifiche reali; essi altresì tendono ad evitarle e delegare risposte ed interpretazioni agli esperti di turno. Nell'ottica di una visione dinamico-sociologica della pubblicità, quest'ultima viene seguita con un certo feticismo dal pubblico, che è al tempo stesso critico nei confronti del messaggio pubblicitario e sedotto da esso. Di frequente i soggetti più critici nei confronti nei confronti dei talk show televisivi sono proprio coloro che non se ne perdono uno e ne sono come dolcemente ipnotizzati, così come quelli che virtualmente aderiscono al messaggio di mangiare sano, ecologico, macrobiotico sono gli stessi che comprano di nascosto “4 salti in padella”. Lo strumento televisivo dovrebbe essere utilizzato meglio, in quanto la comunicazione è di per sé aspecifica. Si dovrebbero promuovere dibattiti anche su avvenimenti positivi, pur se noiosi, e proporre ipotesi interpretative di fatti anche drammatici nell'ottica di una concreta prevenzione – poiché assistiamo desolatamente alla mancanza di una qualsivoglia speranza in tal senso – quale quella insita negli approcci dell'Educazione Socio-Affettiva ovvero l'Educazione dell'Anima. Bisognerebbe chiedersi che cosa sia successo prima del verificarsi di atti drammatici che vedono coinvolti genitori e figli. Spesso ci troviamo di fronte ad una totale ignoranza del mondo emotivo interiore ed esterno; l'educazione intellettuale e fisica dovrebbe venire potenziata da un'educazione comunicativa che conduca alla percezione da parte dei figli di potersi fidare dei genitori. L'immaturità affettiva implica, infatti, l'incapacità d'esprimere sentimenti positivi, di simpatie e gratitudine; l'abitudine a non comunicare quanto si elabora da soli – si tratti della sofferenza cronica interiore dell'adulto come anche dei frequenti disorientamenti del giovane adolescente – può condurre ad atti impulsivi “improvvisi” conseguenza della perdita della capacità d'immedesimarsi realmente nell'altro, vissuto come estraneo su cui si alza la mano assassina (pur se figlio o genitore). Il vero problema è un antico problema, quello del dissidio figli/genitori: non vi è percezione del potenziale ruolo educativo della famiglia, cui bisognerebbe conferire fiducia, lavorando sul clima emotivo del nucleo familiare.
Bassi presenta una carrellata di spezzoni di film italiani, nei quali viene presentato il panorama delle strutture del dipartimento di salute mentale, del loro funzionamento interno, dei ruoli e delle difficoltà che lo psichiatra si trova giornalmente ad affrontare. Egli esemplifica in maniera interattiva, che cattura l'attenzione degli ascoltatori, come il paziente psichiatrico, col passare degli anni, assuma all'interno della cinematografia un'immagine meno stigmatizzata, resa invece più umana.



 

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