INTERVISTA A . MARIO GALZIGNA ...l’epistemologia all’interno delle pratiche cliniche psichiatriche

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28 novembre, 2012 - 19:59

FOTO INTERVISTATOLa novita’ della presenza dell’epistemologia all’interno delle pratiche cliniche psichiatriche riflette il senso della Sua presenza al congresso. Qual e’ il Suo parere al riguardo?
Direi che questa novita’ e’ stata, per quanto mi riguarda, largamente anticipata oltre che da anni di ricerca epistemologica anche dall’esperienza sul terreno. Io ho effettivamente operato nella mia veste di epistemologo all’interno dei DSM, svolgendo una funzione di stimolo critico, di pungolo critico, di sollecitazione ai soggetti curanti al dialogo tra di loro anche a partire da paradigmi diversi, svolgendo poi in alcuni casi – ad esempio a Rovigo – anche una vera e propria supervisione epistemologica di casi clinici. Questa mia presenza a questo congresso ha quindi alle spalle un’esperienza concreta maturata e che io mi auguro possa continuare. Purtroppo ci sono dei problemi di carattere costituzionale e finanziario, dal momento che la figura dell’epistemologo clinico non esiste ancora in molti ordinamenti. Io per ora punto ad un discorso qualitativo, ritengo importante che sia presente “l’epistemologo” all’interno dell’istituzione del Dipartimento, che una funzione epistemologica reale ed effettiva venga svolta; che poi venga svolta dal direttore del dipartimento, da uno psicologo da una psichiatra non epistemologo poco importa.
Per funzione di epistemologo io intendo proprio questo, la questione – che e’ squisitamente epistemologica e quindi un problema etico – di come accordare, di come far dialogare i soggetti che fanno parte del gruppo di diagnosi, come evitare fratture, le quali poi, lo si sa bene e nella pratica risulta evidente, vanno a detrimento in sostanza delle cure. Laddove esista una frattura, che so fra l’approccio di tipo biologico e farmacologico che normalmente prevale negli SPDC e l’approccio che magari in alcune strutture intermedie puo’ essere supportato col gruppo, dove esistano fratture di questo genere chi ci rimette in realta’ e’ il paziente che non riesce a trovare un flusso d’identita’ adeguata a ritrovare se stesso. Pertanto credo che, per lo meno, quest’esperienza che ho condotto mi ha confermato in questo, che questa funzione epistemica all’interno del Dipartimento di psichiatria e della psichiatria pubblica sia una funzione importante ed un problema effettivo.

Pensate che mi sono trovato in un DSM, ove ho chiesto agli psicologi di fare un seminario per loro, perche’ avevano problemi a trovare un accordo, un’armonia diciamo di intenti per la pratica terapeutica, soprattutto con gli psichiatri. Io provocatoriamente, avvalendomi di consulenti e di supporti scientifici adeguati, ho preparato due seminari molto impegnativi sulla problematica del farmaco. Venendo io da Filosofia – e’ ventanni che mi ne occupo – non vi nascondo che da parte degli psicologi clinici del dipartimento vi e’ stata non poca sorpresa: ma come, viene a parlare del farmaco? Io ho concluso il seminario ed e’ andato molto bene. Se ho fatto questo percorso io, che vengo dalla filosofia, a maggior ragione devono percorrerlo loro! Molto spesso la lamentela dello psicologo clinico e’ che lo psichiatra non dialoga con lui, lo psichiatra conta piu’ di lui, comanda piu’ di lui, ed nel Dipartimento inevitabilmente lo mettono sotto, dal momento che non prescrive i farmaci. D’altra parte, gli psicologi clinici sanno che cosa succede quando i pz assumono un neurolettico di prima o di seconda generazione? Sono in grado di avere consapevolezza dell’enorme peso di questo approccio terapeutico, proprio all’interno di quella che e’ la fisionomia psicologica del pz che reagisce in un certo modo ai neurolettici? Se uno e’ a corto di informazioni a tale riguardo, rischia di scambiare fischi per fiaschi.

 

Vi racconto un episodio che e’ abbastanza sintomatico: durante una riunione di gruppo una paziente, in trattamento con clozapina, aveva un tremito alle gambe ed e’ noto che fra gli effetti collaterali di questo tipo di farmaci vi e’ proprio l’acatisia; la conduttrice del gruppo, una psicologa clinica, peraltro bravissima, guardando questo movimento di tremito delle gambe della paziente, mi disse “Vedi, sai, Giuliana in questo periodo ha dei grossi problemi per cui e’ molto nervosa” ed io le ho risposto “Scusa se mi permetto, ma guarda che probabilmente, pensiamoci un attimo, potrebbe trattarsi, invece, di un effetto collaterale del neurolettico”. Ho approfittato di questo episodio per aprire un dialogo, dal momento che, a mio avviso, non e’ ammissibile che non vi sia una comunicazione perfetta fra chi nel pomeriggio gestisce questi gruppi di pz, i quali alla mattina assumono un neurolettico che puo’ provocare determinati effetti collaterali di tipo extrapiramidale, ed i colleghi i quali si occupano del trattamento psicofarmacologico. Questo e’ un problema di tipo empatico, di capacita’ di dialogo, ecco. In cosa sono favorito io da questo approccio? Dal fatto che appartengo personalmente, come itinerario intellettuale, ad un tipo di epistemologia non fondazionalista - adesso non voglio entrare proprio nei dettagli tecnici – diciamo ad un tipo di lavoro fatto nell’ambito dell’epistemologia e della storia delle scienze che privilegia il fattore gruppale come determinante i livelli di verita’. Nel vecchio teatro cartesiano il soggetto e’ universale, astratto, ed in quanto soggetto universale, astratto, disincarnato, aveva accesso alla verita’. Ora nell’epistemologia cui faccio riferimento io, si insiste moltissimo sul consenso della comunita’ scientifica di riferimento come effetto portante in quello che e’ il meccanismo di produzione della verita’; quindi non e’ piu’ il soggetto universale astratto e non e’ piu’ una verita’ concepita come verita’ oggettiva, si ha una verita’ che e’ funzione di un fattore di consenso. Questo e’ un punto di vista che secondo me puo’ essere molto fertile all’interno della psichiatria clinica, perche’ il problema della psichiatria clinica e’ quello di far funzionare il gruppo di curanti non come suonatori ad individualita’ disperse, ognuna delle quali e’ l’esito di un processo formativo specifico, ma di farlo funzionare come gruppo coeso, come reale equipe. Occorre proprio elaborare un pensiero di gruppo, una condividisione delle esperienze di cura e quindi anche i parametri stessi che definiscono la cura piu’ efficace o meno efficace, dei livelli di verita’. Allora e’ chiaro che un’epistemologia, anche fondazionalista, che privilegia i fattori sociologici che presiedono alla produzione della verita’, ci favorisce in questo lavoro. Questa e’ una parentesi che mi colloca anche all’interno della comunita’ degli epistemologi. L’addizione con la psichiatria certo e’ una scommessa, una sfida, ed io mi auguro che la mia presenza a questo congresso possa significare proprio l’apertura di un nuovo spazio operativo.

Ci auguriamo, all’opposto, che prima o poi anche ai convegni degli epistemologi ci sia spazio per un confronto, anche in questo caso multidisciplinare, sui saperi di cui gli epistemologi si occupano. A nostro parere, infatti, e’ molto interessante che un epistemologo parli a degli psichiatri, e forse sarebbe altrettanto interessante che, per dire, uno psichiatra andasse a parlare ai filosofi in un confronto che serva a far crescere ambedue le categorie, non trova?
Certo, io, in quelle occasioni in cui ho organizzato dei convegni, anche abbastanza impegnativi, ho sempre rivendicato la mia matrice di radicamento nelle pratiche: e’ li’ il vero cavallo di battaglia di un’epistemologia interna, vale a dire non elaborazione gia’ bella e pronta, ma momento critico ed evolutivo interno ai paradigmi.

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