Mente, cervello, persona

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28 ottobre, 2012 - 21:25

Riassunto

Viene descritto l'attuale dibattito relativo al Mind-Body problem ed i riflessi che da esso coinvolgono l'approccio psicopatologico. Vengono sottolineate le difficoltà e gli irresolubili paradossi cui sono andate incontro sia le posizioni dualiste che quelle uniciste nell'ambito del problema dei rapporti fra mente e cervello. Dalla incapacità di entrambe le concezioni nel delineare adeguatamente il discorso psicopatologico emerge la necessità di un diverso approccio, che si sta attualmente sviluppando, ove la fenomenologia mentale viene rivisitata entro un sistema più ampio, quello della "persona".

Nella polarità mente - cervello viene così a innestarsi il concetto centrale di "persona" , quale essere - nel - mondo che riconduce il mentale all'umano. Al di là degli aspetti più puramente mentalistici e naturalistici, il "pensare pensieri" viene così riportato agli aspetti di esistenza, soggettività e cultura propri della "persona".

 

Le illusioni delle teorie identitiste

Mentre il problema del rapporto mente-cervello è al centro di un acceso dibattito nella filosofia attuale, in psichiatria sembra trascinarsi più per scelte ideologiche e "fedi" scientifiche che per valutazioni criticamente fondate. Sembra quasi che, pur essendo psichiatri, non riteniamo nostro compito definire ed indagare la natura del "mentale" e, forse per timore di perderci nel "filosofare" rischiamo posizioni vaghe e pragmatismi confusi.

    Eppure, nella clinica quotidiana, con la semplice prescrizione di uno psicofarmaco come di una psicoterapia, di fatto aderiamo ad un qualche modello del mentale e dei suoi rapporti con il fisico, anche se non sempre siamo in grado esplicitarlo, chiarirlo e motivarlo.

     Al di là di questa gestione quotidiana, tali modelli entrano nel progetto generale del fare psichiatra. Intorno ad essi poi ruotano le giustificazioni razionali e le ragioni etiche di concetti quali libertà, determinismo e autorità sociale. Il problema della autonomia del "mentale" infine, pone una questione epistemologica basilare, se cioè esistano realtà non fisiche o se tutta la realtà sia quella conoscibile solo attraverso gli strumenti del modello fisicalista, apparentemente vincitore su tanti fronti del sapere e della pratica.

    Di fatto, le importanti acquisizioni della indagine biochimica e della genetica, ed i rilevanti successi vantati dalla psicofarmacologia e dalla computer science, sollevano problemi inquietanti e non ci consentono di eludere ulteriormente il problema del rapporto fra eventi mentali ed eventi cerebrali.

    Non si limitano più infatti a seminare la fantasia di una lettura di alcuni sintomi psicopatologici quali puro prodotto di squilibri biochimici.

   Mirano invece ad ampliare i campi di indagine e di applicazione, e, parallelamente al concretizzarsi della nosologia dei "disturbi di personalità", lasciano trapelare la convinzione di poter identificare anche queste patologie dell'essere con puri modelli recettoriali, promettendo più "realtà" e rigore dei modelli psicologici, oltre a mondi eziologici e terapeutici più lineari e determinati.

    Questo "identità" stretta fra il cervello ed una idea di mente, ove tutti gli eventi sono in realtà esclusivamente neurofisiologici, sta fornendo l'illusione di descrivere le modalità dell'essere umano come un capitolo della biologia, e di attribuire alla biochimica la causa dei nostri comportamenti e delle nostre scelte, tali solo apparentemente, ed in realtà ben determinate da specifiche attivazioni complesse di configurazioni sinaptiche.

    L'identitismo ha sempre offerto suggestioni profonde, e perfino la psicoanalisi ha tentato inizialmente una metapsicologia neurofisiologica, proseguendo la sua costruzione attraverso moduli e funzioni.

    Pur portando vaste intuizioni, ha generato anche altrettanti problemi, legati in particolare alla definizione che opera del "mentale", trattato con le regole degli oggetti "fisici", oggettivato e scomposto in "fatti", in un autonomo insieme di puri eventi esistenti di per sè. La mente viene trasformata in non altro che..., un agglomerato oggettivo e fattualizzato di sensazioni, pensieri, comportamenti, modi di essere, ove ci si illude di poter individuare e delimitare entità specifiche quali ad esempio: "il dolore", "la depressione", o anche la "personalità borderline". La fattualizzazione del mentale appare poi pienamente coronata dalle sue misurazioni oggettive e dal mondo delle scale di valutazione.

    Finalmente isolati e studiati "di per sè", ad essi sembrano potersi applicarsi leggi generali e nessi causali, presi in prestito dalle scienze fisiche,

   Se tale fattualizzazione è più evidente negli approcci strettamente materialisti, ove gli eventi mentali sono veri e propri "enti", la cui reale natura si esaurisce completamente in eventi cerebrali, non per questo è minore negli approcci ove la "mente" diventa un universo linguistico, in cui comportamenti, sensazioni, emozioni, pensieri, sono descrizioni comunque isolate e considerate di per sè. Ed anche laddove la teoria della identità è divenuta "correlazionalismo" o "funzionalismo", mitigando le posizioni più radicali, si è rimasti comunque legati ad un concetto impoverito di mente, come niente altro che..., in fondo rigidamente imprigionata dentro il cranio. Quanto poi al cosiddetto "modello computazionale", non indica un modello diverso per la mente, trasformata in software, ove sono depositati e programmati il mio comportamento, i miei pensieri, e la mia personalità, pronti a girare sull'hardware, cioè il cervello.

    La conclusione è in ogni caso, da una parte il riduzionismo, per cui, quando noi abbiamo a che fare con sintomi, con pensieri, con quelle complesse organizzazione mentali che sono le personalità, stiamo in realtà parlando, male, di neurofisiologia e neurochimica, e che rappresenta il vero progetto alla base della concezione della identità fra mente ed cervello, non a caso stranamente asimmetrica, riconducendo sempre il mentale al fisico, ma mai viceversa.

     Dall'altra parte è il progetto sostitutivo o eliminativistico, per cui le descrizioni mentaliste, siano una sensazione, la melanconia, o una struttura di personalità, sono null'altro che modi provvisori ed imprecisi per descrivere una realtà fisica o biochimica sottostante. Gli strumenti mentalisti, basati sul soggettivo, sul privato e sull'individuale, violando la regola di universalità oggettiva dei linguaggi fisicalisti, sarebbero troppo imprecisi e fuorvianti, e debbono essere eliminati o sostituiti con descrizioni più corrette, che eliminando false prerogative riconducano la mente a ciò che è: null'altro che una branca della biologia.

     Taluni affermano persino che tutto ciò che non è strettamente ed immediatamente riportabile ad eventi cerebrali, semplicemente non esiste, in quanto privo di senso, come un tempo i termini dell'alchimia o il "flogisto".

     In queste cattive commistioni di universi linguistici diversi, (ed io premetto subito: irriducibili) la "melanconia" diventa disregolazione della serotonina, la personalità schizotipica   un'alterata "regulation" della dopamina, e si ritiene di identificare la "molecola del suicidio", e i circuiti della aggressività. Se un modello biochimico poi non è attualmente presente, non bisogna farsi ingannare: non si tratta di un fallimento, ma è solo questione di tempo, facendo ipoteche sul futuro, che peraltro la storia della scienza ha sempre smentito.

    Questa moderna secolarizzazione conduce ogni evento umano a "non altro che ...", riducendo i digiuni mistici alla anoressia, l'utopia al delirio, e quanto prima anche le ipotesi di chi non è d'accordo a dismetabolismi.

Oltre l'identitismo: la persona

 

In realtà i modelli identitisti hanno evidenziato limiti profondi. Non ci occuperemo in questa sede dei limiti storici, o logici. Esiste poi una vasta letteratura sulle difficoltà insite nello stesso concetto di identità, che fa affermare che, per quanto apriamo una scatola cranica, non per questo siamo più vicini alle idee o, come nota Malcom che "un cervello non assomiglia abbastanza ad un essere umano".

    In modo analogo si è sostenuta con vigore la specificità delle proprietà del mentale e della loro irriducibilità a norme fisiche. Basti accennare alle nostre descrizioni, in cui possiamo dire che c'è una "chiarezza" o "confusione" nelle idee, che una determinata credenza può essere "falsa" o "assurda", senza che nessuna di queste qualità può essere attribuita ad un oggetto fisico o biochimico; e viceversa non possiamo certo attribuire caratteristiche spaziali ad eventi mentali.

    Come esistono infine fondate critiche al carattere profondamente limitato delle prove portate dai sostenitori della teoria riduzionista della identità mente corpo.

    Ma è soprattutto la natura stessa della mente che solleva problemi.

    Quanti di noi sono poi disposti veramente a riconoscere la propria mente, la propria personalità, nel modello impersonale, fattualizzato ed imprigionato nel cranio di cui parlano gli identitisti? Essa è anche questo, ma non è certo solo questo.

    Non posso rispecchiare il mio essere e la mia interiorità nella somma dei miei eventi mentali e non vi riconosco la mia identità. La mente come un luogo di fatti oggettivati, che sembrano esistere di per sè, da estrarre e studiare nella loro astrattezza e tipicità, non mi dice nulla su chi io sia.

    Nel tentativo di avvicinarsi maggiormente a quello che noi ordinariamente consideriamo "il mentale", taluni lo hanno indicato non tanto nelle sensazioni o nei comportamenti, quanto nei cosiddetti atti psichici "intenzionali": ad esempio credere, desiderare, volere.

   Più vicini a ciò che riconosciamo come "mentale", vi è nella loro natura un necessario duplice riferimento, che porta tuttavia al di fuori del cervello e non accetta di essere ridotto in sinapsi.

    Anche se, infatti, nel momento in cui si attua un atto intenzionale, ad esempio una credenza, si attivano determinati circuiti, - come nota Sergio Moravia - "è anche vero che nei circuito non vedrò la credenza, vedrò il meccanismo che la supporta, non il che cosa o il perché e se sia giusto. Non è dunque questi circuiti, né emerge da essi. Di fatto non esiste una credenza senza un qualcosa ed un perché".

     E' evidente il riferimento ad Husserl quando si riferisce alla coscienza, mai come coscienza in sè (che rappresenta invece un privilegio proprio della mistica) ma sempre come intenzionalità, e cioè coscienza di qualche "cosa".

     Questo tuttavia è spesso al di fuori di noi, appartiene talvolta alla cultura, agli aspetti sociali, alla scienza, spesso non è una "cosa", nel senso che non ha esistenza materiale, ma non per questo è meno reale.

     Emerge la nozione di "contesto" per cui un comportamento non può prescindere da specifiche situazioni che gli conferiscono quella esistenza e quel significato.

     Ma vi sono anche altre tensioni nella intenzionalità e nel mentale che chiedono una ulteriorità difficilmente incarnata dalle cellule cerebrali: è il necessario riferimento al soggetto dell'esperienza stessa, per il quale l'atto psichico assume specificità e significato. Cito ancora Moravia: "Pratichiamo il mentale quando ci mettiamo, come uomini e come soggetti, a sentire i sentimenti, a pensare i pensieri, a progettare i progetti, ad accorgerci che esitiamo".

Vi è un qualcosa di "altro" ed "al di là", per cui la struttura ed il substrato dei miei eventi mentali di fatto non dice nulla di come io li esperisca. Anche se traduco il dolore nelle afferenze delle fibre C, questo non mi dice nulla sulla mia esperienza di quel dolore. La sensazione del dolore è comunque qualcosa di non pienamente identificabile con il mio dolore che io sento. Viene in mente Pessoa: "Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente".

     E' riportare il mentale al concetto di "persona" e alla centralità del soggetto che esperisce, in un incontro fra importanti approcci della logica dell'identità e del mentale, e aspetti della fenomenologia e dell'esistenzialismo.

     Non più dunque una mente come luogo di eventi oggettivi, che rischiano di diventare strutture vuote, ma come descrizione linguistica di esperienze che acquisiscono il loro significato attraverso chi le sperimenta. La melanconia, la personalità borderline, diventa priva di senso senza qualcuno che la viva, alla stessa stregua in cui Kurt Baier dubitava che esistesse un dolore senza proprietario e che avesse senso occuparsi del dolore senza una persona che soffre.

    Questo soggetto che esperisce rimanda in primo luogo al particolare e all'individuale. Mentre nelle scienze fisiche troviamo regole generali ed oggettive, la specifica natura dell'esperienza del mentale non può prescindere dal soggetto individuale e dal particolare, da realtà soggettive intrinsecamente irriducibili a rigide leggi.

    E' ovvio il pensiero a Dilthey e Binswanger, e in particolare alla distinzione in Jaspers fra spiegazione scientifica ed il comprendere. Jaspers sottolinea come non esista personalità senza coscienza di sè stessa, non intesa quale sentimento astratto dell'Io che accompagna tutti i processi psichici, ma sentimento dell'Io cosciente si sè stesso, come di un Io particolare nella sua storicità. La personalità è solo nella totalità dei valori di un individuo, nella totalità dei rapporti comprensibili della sua vita psichica, della quale i singoli eventi mentali sono frammenti isolati ed, appunto, impersonali.

    La mia personalità, normale o patologica che sia, è un mio modo particolare di essere, di vivere determinati eventi della mia soggettività e della mia storia, svelando come i fenomeni psichici non siano solo fenomeni del mentale, ma "espressioni dell'uomo", che assumono significato molto più nella biografia che non nella neurofisiologia cerebrale.

    Le strutture teoriche ed i criteri generali, le sinapsi e gli innegabili substrati biologici, vengono ricondotti a trame tutt'altro che strettamente determinanti. Senza potere esaurire la interezza dell'essere umano acquistano un pieno valore solo se rimandano ad altro, a determinanti storiche, relazionali, culturali legate a contesti specifiche e strettamente personali. Non a caso tutta l'opera patografica di Jaspers sottolinea costantemente il modo del tutto particolare con cui Van Gogh, Nietzsche, Strindberg e le altre personalità prese in esame altri vivono il loro modo di essere e la loro stessa malattia.

    Gli aspetti astratti della mente passano sullo sfondo rispetto all'uomo in quanto soggetto dei propri eventi mentali, in quanto individualità che riflette sulla propria mente e che filtra questo riflesso alla luce della propria storia particolare, delle proprie scelte soggettive, del proprio specifico contesto di significati. Vi è quella che Moravia chiama la dimensione irriducibilmente soggettiva della esperienza: il soggetto esistenziale dell'uomo persona come essere calato nel mondo.

    Per quanto possa essere oggettivo il "pensare a Vienna", per ciascuno di noi è una cosa completamente diversa. Questi aspetti irriducibili autorizzano più universi linguistici autonomi, ciascuno con i propri oggetti e le proprie regole, nel cui ambito il tentativo di riduzione al linguaggio fisicalista appare una scelta ideologica che confonde la realtà con la materialità e trascura la esistenza di aspetti quali il contesto, l'aspetto interpersonale, la cultura, la biografia, che, pur non essendo "cosali", pur non dipendendo da leggi, non per questo vanno considerati irreali. Gli eventi del mentale sfuggono così alle leggi e trovano invece qualcosa di loro specifico: le loro ragioni. Sfuggono alla semplificazione dei modelli della fisica, reclamando il diritto alla loro propria complessità.

    Persona come essere calato nel mondo ed essere stati, aperti alla conoscenza che nasce dalla comprensione; ma anche come possibilità, come libertà, oltre spiegazioni e comprensioni. La libertà ricorda Jaspers non è un oggetto per l'indagine, ma un limite, oltre il quale rimane solo l'accompagnare l'altro come compagni di destino.

    La particolarità, la mia individualità, la scelta è l'espressione cui mi richiama la polarità fra me e il mio mentale. Al di là della "depressione", il mio atteggiamento di fronte a questo mio modo di essere è una cosa del tutto personale e individuale e porta nella mia "depressione" caratteristiche uniche. La consapevolezza di come io percepisco e vivo il mio mondo, me stesso ed il mio stesso percepirmi, contribuisce in modo determinante al valore delle mie descrizioni del mondo e di me stesso.

    Del riduzionismo riconducibile a puri eventi mentale rimane ben poco in questo universo che vede una esistenza specifica con il suo contesto, le sue ragioni e suoi valori, non identificandosi con il pensiero, la azione o il sentimento, ma con chi pensa, agisce o soffre.

    In questo rapporto fra la mia consapevolezza da una parte ed il mio essere ed il mio mondo mentale dall'altro, si colgono polarità infinite in cui non vi sono solo funzioni oggettive della mente, ma vi è proprio osservarle, la propria consapevolezza ed il proprio continuo autotrascendersi.

    Osservatori di fronte al nostro mentale, con anche di fronte al nostro corpo, senza poterci identificare con essi né tanto meno con il cervello, ci apriamo agli infiniti livelli che si creano fra i pensieri e colui che li pensa, fra il proprio modo di essere e come lo si vive.

    Viene ancora in mente Pessoa: "Mio Dio, mio Dio, a chi assisto? Quanti sono io? Chi è io? Cos'è quest'intervallo che c'è tra me e me?". Questa coscienza autoriflessiva si pone di fronte a quel che rimane dei "fatti" del mentale, distruggendo ogni residuo riduzionismo biologistico. Nel rincorrersi delle consapevolezze emergono entità separate che possono perfino nutrire emozioni opposte. Posso essere triste e compiacermi della mia tristezza, così come posso spaventarmi per un improvviso senso di quiete interiore, o disperarmi perché non provo più nulla.

    Partiti dalla dualità con cui noi osserviamo la nostra mente, assistiamo ben presto ad una vera moltitudine: in un trascendersi infinito, vi è il mio modo di essere e di pensare, vi è il mio osservarli, vi è l'osservare tale osservazione. Realizziamo cioè quanto già diceva Plotino: "La mente nella sua totalità è una, ma appena cerca di osservarsi, si fa molteplice".

    Le nosologie psichiatriche e gli identitismi "neurofisiologici" segnano il loro limite nel mio pormi di fronte a me stesso, nel mio cogliere, osservare e vivere il mio modo di essere. RicordavaMoravia che: "L'esistenza vissuta ha bisogno di consapevolezza più che di esattezza".

*Questo lavoro è stato presentato al " IX Congresso  Interregionale della Società Italiana di Psichiatria - Sezione Veneta" - nel 1997-  e viene qui riprodotto per cortese concessione dell'Organizzatore del Convegno e Curatore degli Atti, Dott. Lodovico Cappellari

 

 

Note Bibliografiche

Kurt Baier è citato in Moravia

Binswanger: per un riferimento bibliografico, ad es., Per un'antropologia fenomenologica, Milano, Feltrinelli, 1970

Plotino: il riferimento si trova in Muzi, un Autore molto attento al Mind Body Problem e alle Teorie relative alla identità personale. Per approfondire questo filosofo greco, ad es. la bella antologia curata da Faggin G. Plotino, Roma, Asram Vidya, 1993.


Bibliografia

Dilthey WPer la fondazione delle scienze dello spirito, Franco Angeli ,Milano, 1985 (Orig. Publ. 1984).

Jaspers K., Psicopatologia generale. Roma: Il Pensiero Scientifico, 1965

Jaspers K. Genio e follia. Strindberg, Van Gogh, Swedenborg, Holderlin. "Rusconi" Milano, 1990. (Orig. Publ. 1922).

Husserl, R, Meditazioni cartesiane. Milano: Bompiani, 1989

Moravia S., L'enigma della mente. Bari: Laterza, 1996

Moravia S., L'enigma dell'esistenza. Milano: Feltrinelli, 1996

Muzi P.G., La struttura logica del paradosso nella patologia del ragionamento. In corso di stampa

Pessoa F., Il Libro dell'Inquietudine. Milano: Feltrinelli, 1994

Searle J.R., La riscoperta della mente. Torino: Bollati Boringhieri, 1994

Searle J.R., Mente Cervello Intelligenza. Milano: Bompiani, 1988

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