Mélancolies. De l’antiquité au XXe siècle

Share this
25 ottobre, 2012 - 21:24

YVES HERSANT, Mélancolies. De l’antiquité au XXe siècle, Edizione curata da Yves Hersant, Robert Laffont, Paris 2005, pp. 972, Euro 29.

Offriamo ai nostri lettori la versione italiana dell’Introduzione di Yves Hersant, dopo aver già presentato l’autore e la versione originale francese dell’introduzione. Questa ricca antologia dedica spazio anche a testi psichiatrico-psicoanalitici (Pinel, Esquirol, Bricheteau, Cotard, Dumas e Freud: pp. 692-746 e pp. 759-752): è dunque auspicabile che nella nostra rivista, e nelle mailing list ad essa collegate, si sviluppi un dibattito attorno a questa importante pubblicazione.


 

La malinconia non è più ciò che era. Tra gli psichiatri, l’antico termine che la designa sembra caduto in disuso; già Esquirol voleva lasciarlo ai moralisti e ai poeti, preferendogli "lipemania" nell’esercizio della sua professione.

Oggi, i Manuals of Mental Disorders, detti DSM, eliminano il termine dai loro quadri nosografici. Il fatto è che questo termine, veicolo di una lunga e complessa tradizione e al tempo stesso da questa veicolato, si è caricato, lungo i secoli, di significati molto diversi; in particolare, come nota Freud, che, dal canto suo l’ha conservato, esso sembra rinviare a volte a delle affezioni somatiche, a volte a delle affezioni psicogene: affezioni caratterizzate, in entrambi i casi, da una grande varietà clinica.

Malattia del corpo per gli uni, dell’ "anima" per gli altri, della loro "giuntura" per i più lucidi, la malinconia è troppo instabile semanticamente perché la si possa considerare un concetto. A seconda degli interlocutori, essa indica ora una sentimento vago e sognante, ora un malessere esistenziale ora una follia tra le più temibili il cui esito è il suicidio; a volte un temperamento, a volte uno stato pre-morboso, a volte una terribile "depressione ansiosa", secondo la definizione di Kraepelin, "alla quale si uniscono in proporzioni fortemente variabili concezioni deliranti" ( tra cui prevalgono "idee di colpa di matrice religiosa" ).

Di fronte ad un termine così polisemico, si capisce l’imbarazzo dei terapeuti. Ma il suo rigetto diventa carico di conseguenze: perché degradato a "depressione", ridotto ad un tipo di psicosi, o declinato nelle sue forme cliniche — ansiosa, stuporosa, delirante - l’antico malessere saturnino perde la sua unità costitutiva.

Invece di eliminare una denominazione così bella, cerchiamo di conservare alla malinconia la molteplicità delle sue dimensioni. Preserviamo la sua unità senza misconoscere la sua pluralità, e cerchiamo di rimanere sensibili alla ricchezza di un’antica parola. Cosa che hanno fatto esemplarmente, nel corso degli ultimi decenni, alcuni scrupolosi interpreti (1): rileggendo i moralisti e i poeti così come i terapeuti, dimostrando che l’antico abita il moderno, questi autori fanno scoprire, ognuno a modo suo, l’impronta del malessere saturnino sulla vita intellettuale europea.

Essi non perdono di vista i suoi paradossi né la sua fondamentale ambivalenza: nella malinconia si stringe — o quanto meno può stringersi — un’ alleanza tra astenia ed energia, tra stupore e potenza, tra inibizione e creazione, tra il bestiale e il divino. Fino ad arrivare al fatto più sconcertante: non si possono tracciare dei confini sicuri tra il malato abulico e prostrato, sordo al suo entourage, che rumina pensieri di morte ripetendo con insistenza che egli non è "niente", e l’artista o il poeta, il filosofo o lo scienziato considerato un genio. Che il loro male possa essere lo stesso, secondo diverse modalità o secondo diversi gradi di intensità, e che esso si rovesci nel suo contrario: questo è uno dei grandi problemi che ci ha consegnato la tradizione occidentale e che si condensa misteriosamente in un’incisione di Albrecht Dürer oggi riprodotta ad nauseam.

Come l’accidia — suo equivalente spirituale, in qualche modo — la malinconia è dialettica ; secondo alcuni, non esserne mai stati colpiti sarebbe, tra tutti i mali, il peggiore. In questo senso, sarebbe, per citare stavolta Remo Guardini, troppo ambivalente e troppo profondamente radicata nell’esistenza umana, perché ci si possa permettere di lasciarla ai soli psichiatri.

 

Diversità e permanenza

La tristezza è monotona ; la malinconia, proteiforme. Forse il lettore si sorprenderà delle contraddizioni dei suoi discorsi, della molteplicità dei suoi registri e delle sue apparenti incoerenze, tanto è prodigiosa la varietà delle manifestazioni malinconiche : aggressività e ripiegamento su se stessi, prostrazione ed entusiasmo, senso di colpa e desideri folli, lamento e derisione, idee fisse e folli chimere.

E’ in mille modi che si è potuto narrare, dall’Ecclesiaste a Cioran, l’inconveniente di essere venuti al mondo; è in mille modi che si è espresso, da Democrito a Jean Paul-Sartre, il disgusto dell’esistenza. Ma la proliferazione dei suoi sintomi, che rende così difficile e incerta la classificazione nosografia (2)dello stato malinconico, è in verità una ricchezza; essa ha in buona parte contribuito a costruire ciò che noi chiamiamo la nostra cultura. Mistica o erotica, dolce o amara, feconda o sterile, è in tutti i suoi stati (o quasi) che la proteiforme malinconia appare in questa antologia. Quel che canta Saffo, per esempio, è il mal d’amore; è la prima a descriverne gli effetti più direttamente fisici. Ma per Michelangelo, molto più tardi, in un contesto del tutto differente, la malinconia si identifica con la sofferenza del creatore; l’artista lavora "nel sordido" e "fuori dal mondo", "nel mezzo di grandi fatiche e di mille sospetti"; nelle sue lettere e nelle sue poesie, Buonarroti si dice diviso tra l’orrore che incute la morte, la paura di tradire i suoi ideali e la crudele certezza di essere un uomo fuori dal comune (cioè un Cristo nuovamente crocefisso: "Si ha idea di quanto sangue costi tutto questo?" egli scrive in una delle sue opere, un crocefisso offerto a Vittoria Colonna).

Altri ancora sono i sintomi della malinconia detta romantica : in un mondo vuoto, che Dio e altri hanno abbandonato, il René di Chateaubriand si scopre diverso da quello che è. In totale disarmonia con se stesso e il cosmo, si percepisce come un rifiuto, spossessato di sé, o posseduto da una forza maligna, vive la propria vita come un esilio, come una tragica separazione. Nessun avvenimento che non gli confermi l’inanità di ogni cosa e la vanità delle sue azioni: né le conquiste della ragione, di cui conosce i limiti, né gli pseudo - trionfi dell’ l’homo faber dei quali conosce la fragilità.

Ed egli vive nell’entre-deux, tra gli antichi e i moderni, tra passato e presente, tra immobilità ed erranza, tra immensità e piccolezza, tra l’antico e il nuovo mondo; cadavere animato, anima prigioniera di un corpo putrefatto, si raffigura come un morto — vivente. Questo vivere nell’entre-deux, del resto, è tutto il contrario di una media: alla medietas e alla mediocritas degli Antichi, come al giusto mezzo dei borghesi, il malinconico oppone la logica dell’extremitas. Alla piatta saggezza di gente assennata, egli oppone una saggezza paradossale, che non teme né la contraddizione né l’eccesso: "Si gioisce di ciò che non è comune, anche quando questa cosa è una sciagura".

Il proteiforme, tuttavia, non è informe. Sia nei dipinti che nelle incisioni il figlio di Saturno (o oggi l’intellettuale, nelle foto delle riviste) si riconosce dalla sua postura, palma aperta che sostiene la testa, come nei discorsi malinconici si manifestano alcune forme ripetitive: certi motivi, "relativamente poco numerosi, ma fortemente convergenti, denunciano l’impronta, d’intensità assai variabile, di un tipo melanconico sull’immaginario dello stesso nome". (3) Certi temi attraversano i secoli: il nero e il pesante, l’autunno e il "mai più", il crepuscolo e l’oceano, il labirinto e l’abisso. Delle metamorfosi si ripetono — che sono, del resto, delle metafore solo per uno sguardo non malinconico: la spina nella carne, il corpo di vetro, l’inferno e la caduta, l’emorragia e il buco.

Le stesse ricorrenze nei discorsi teorici: gli autori si ripetono, alle volte anche a loro insaputa, e anche quando innovano scientificamente. Così i primi psichiatri riprendono gli aneddoti dei Rinascimentali, che riprendono i medici arabi, i quali trasmettono racconti greci; si notano ovunque delle costanti. Gladys Swain lo sottolinea molto bene: anche se non rimane "granchè di vivente dell’autentico sistema di quel mondo di cui la malinconia fu il centro di gravità nella sua età dell’oro della cultura europea", e anche se "tutta la comprensione moderna dell’angoscia malinconica […] si è forgiata espressamente in rottura" con la cosmologia, la fisiologia e l’antropologia del Rinascimento, l’articolazione fondamentale rimane intatta.

"Come se la carne si fosse sciolta lasciando lo scheletro" (4): anche nelle sue trasformazioni la malinconia sembra rimanere stabile. Ne testimonia la tenuta così sorprendente, molto tempo dopo l’abbandono della teoria degli umori, del modello atrabiliare di cui porta tracce la neuropsichiatria, o la ripresa, presso Falret e Baillarger, della bipolarità che Aristotele attribuiva all’atrabile. Ne testimonia anche ed ancor più la permanenza dei trattamenti terapeutici, di cui un inventario impressionante può essere letto in Robert Burton. Se i procedimenti diabolici sono da escludere, osserva con prudenza l’autore, Dio ammette molti mezzi per raggiungere la guarigione: "mezzi fondati sulle pietre, i semplici, le piante, i metalli, etc., come tutte le cose simili preparate a nostro uso dalla scienza e dall’industria dei nostri medici"(5).

Tali gli elettuari lenificanti, i purgativi e revulsivi che espellono l’umore viziato, i confortativi che restituiscono al corpo il suo dinamismo. Sono egualmente raccomandati i bagni di acqua chiara, le dolci musiche, gli esercizi regolati del corpo e dello spirito, le passeggiate in campagna. E una dieta rigida, beninteso, a base di cibo "umido, facile da digerire, che non provochi aria, nè fritto nè arrosto ma bollito"; carni giovani, vini bianchi, frutta fresca, pesce che non abbia il gusto di fango… Tutti questi consigli obbediscono ad una logica; come sottolinea Jean Starobinski in uno studio citato più avanti (p. xxx), "la somministrazione di purganti, fluidificanti e di corroboranti obbligavano il paziente a "somatizzare" la sua rappresentazione della malattia e a mimare con il suo corpo tutti i processi della "catarsi" e della ricostruzione psichica. Il metodo doveva annoverare senza dubbio dei successi per trasmettersi con tale regolarità da una generazione all’altra".

In definitiva : diversità delle malinconie ma persistenza della malinconia fino a coloro che la combattono. Il fatto è che essa riguarda tutti, il "normale" non meno del folle e il folle non meno del genio; essa può colpire tutto il tessuto sociale. E’ così che in ogni epoca, quali che siano le teorie che cercano di renderne conto, essa ci rinvia ai nostri enigmi. Enigma della nostra finitudine; enigmi della morte e del linguaggio; enigma del rapporto tra l’anima e il corpo, secondo la terminologia dualista, o tra lo spirito e la materia. Ingenuamente o scientificamente affrontati, questi enigmi ci riportano al mal di vivere; ma senza questo male, si può vivere bene?

 

Una lunga storia

Se la risposta spetta ai filosofi, tocca prima di tutto agli storici chiarire la questione. Una stretta connivenza, infatti, unisce la storia all’esperienza malinconica; al di fuori di una prospettiva storica, la malinconia rimarrebbe mal compresa. Di fatto, c’è sempre qualcosa di antico nella malinconia contemporanea: un passato-presente, una ripetizione del momento inaugurale. Individuale o collettiva, essa si manifesta diacronicamente; è impossibile coglierla senza risalire alle origini.

Queste origini sono mediche, più precisamente ippocratiche. Richiamo troppo breve: è in una formula tra le più concise (e in qualche altro testo fondatore riportato in questo volume) che la malinconia affonda le proprie radici. Il medico greco la definisce come una paura e una tristezza legate ad un particolare umore del corpo; umore pure questo chiamato "malinconia", altrimenti detto bile nera o atrabile.

Così abbozzato, lo schema si arricchisce progressivamente, non senza vivaci contestazioni; si nota che il malato delira senza febbre, che si fissa su un oggetto fantasmatico; nel II secolo, Galeno precisa la teoria, che orienterà a lungo la medicina occidentale. Con il cristianesimo si introduce l’idea di colpa, sulla quale la Riforma insisterà, e il sentimento del vuoto esistenziale.

Nel Medioevo e nel Rinascimento, almeno in alcuni autori, la dottrina medica incontra la teoria astrologica; Saturno, infatti, come la bile nera, è portatore di una dialettica ("per la sua qualità di pianeta pesante, freddo e secco, produce degli uomini interamente interessati alle cose materiali, adatti solo ai duri lavori della terra; ma al contrario, per la sua posizione di pianeta più elevato, produce i religiosi contemplativi, interamente volti verso le cose dello spirito, distaccati da ogni forma di vita terrestre")( 6 ).

Si assiste poi ad un’accelerazione di tempi storici : vecchi dibattiti sono riaperti sull’ipocondria e la mania ; l’umoralismo cede il passo a teorie più "scientifiche". La malinconia per i moderni diventa un disordine dell’intelligenza, o una eccitazione delle fibre nervose, o dopo Freud un’avventura del narcisismo e un lutto non superato.

Il fatto più sorprendente, in questo percorso, è la longevità del modello antico: fino al XVIIII secolo è sopravvissuta, con inflessioni e varianti, la dottrina degli umori. La si sintetizzava così nel Medioevo:" Ci sono quattro umori nell’uomo, che imitano i diversi elementi: aumentano in stagioni diverse, regnano su età differenti. Il sangue imita l’aria, aumenta a primavera, regna nell’infanzia. La bile gialla imita il fuoco, aumenta in estate, regna nell’adolescenza. La malinconia o bile nera imita la terra, aumenta in autunno, regna nella maturità. Il flegma imita l’acqua, aumenta in inverno, regna nella vecchiaia. Quando questi umori non sorpassano la giusta misura né per eccesso né per difetto, l’uomo è in pieno vigore".

In medicina, queste quattro sostanze — accoppiate per di più con le qualità universali del freddo e del secco, del caldo e dell’umido — organizzano tutto il sapere e al tempo stesso la rêverie. Nel quartetto, tuttavia, è l’atrabile che ha lo statuto più importante. Nero, l’umore malinconico lo è già per sua natura, la quale lo rende simile al catrame; ed esso può esserlo ancor di più, stando alle teorie della digestione, se è cucinato di nuovo nel fegato. Questa malinconia detta "adusta", (7) moltiplicata al quadrato dall’"adustione" (o risultante da altri umori ugualmente bruciati), rende gli uomini "più cupi, più taciturni e più intelligenti".

Parole prive di senso, semplici fantasie di medici poco osservatori? La storia ci insegna che non è così e che l’evoluzione delle teorie non ha tolto ogni efficacia al modello dei nostri avi. La loro bile nera immaginaria conserva un valore metaforico. Offriva tra l’altro tre vantaggi: interrogare dall’interno i disordini dello spirito, investigare con ostinazione il rapporto tra l’uomo e il suo corpo, attribuire ad un’unica causa ciò che l’uomo ha di peggiore e di migliore. Il Rinascimento l’aveva compreso: in questa "età dell’oro", l’antica dottrina dell’atrabile si coniuga, nella sua interezza, con un tema platonico, quello della follia poetica, e con l’idea di Aristotele secondo cui il malinconico e il genio hanno in comune una stessa natura.

Questione celebre : " Per che motivo, si legge nei Problemata (XXX, 1), tutti coloro che sono stati uomini eccezionali, in ciò che riguarda la filosofia, la scienza dello Stato, la poesia o le arti, sono manifestamente malinconici e alcuni fino al punto di essere colpiti da malattie originate dalla bile nera?". Nella prospettiva aperta da Aristotele, lo squilibrio indotto dall’atrabile diventa lo squilibrio per eccellenza; porta l’uomo tanto all’ebetudine quanto alle più nobili occupazioni e ad attività eccezionali. Elevata al rango di forza intellettuale da numerosi rinascimentali (in particolare Marsilio Ficino, citato qui in una traduzione inedita), la malinconia si vede dotata di un privilegio enorme: a dispetto dei suoi lati pericolosi, o proprio in virtù di essi, essa permette di vedere meglio il mondo e garantisce al tempo stesso l’ accesso a Dio.

Uno dei lati interessanti di questa teoria, "superata" finché si vuole, è quello di rendere conto delle attività dette creatrici: sottomettendo l’anima alle leggi del vivente, mettendo in stretto rapporto un substrato naturale ed un’energia culturale, un dato fisiologico e un’attività dello spirito, essa integra pienamente il corpo in ogni processo artistico. Fa dello stato melanconico cosa ben diversa della malattia: il malessere nasce contemporaneamente alla cultura, allorché l’uomo si scopre doppio. Non uno, ma duale, e portatore dell’altro in sé. La sua eccellenza, la sua creatività artistica in particolare, la deve ad uno stato di alterazione che lo lavora nella sua più profonda intimità; se è violento o incostante, è perché è violento e incostante l’ umore che lo incita a diventare altro. L’umore lo fa speculare sui possibili, sulle loro diverse combinazioni; eccita i suoi "fantasmi", scatena delle immagini interiori, suscita una folla di visioni.

Il melanconico è l’uomo dei sogni e delle fantasticherie ( rêveries ), delle finzioni e delle chimere; anche dell’allegoria che produce esseri altri.

La nostra storia medica, come si vede da questo esempio, sfocia nella storia culturale; e questa, inversamente, non può fare a meno di quella. Dell’una e dell’altra questa antologia non può che fornire una pallida idea — ma si tratta di un’idea direttrice: senza prospettiva storica a largo raggio, la bimillenaria malinconia si riduce a poca cosa. Non è che "depressione", e ci si vieta di capire che la sua nerezza è illuminante. Oggi, per nostra e loro sventura, gli adepti della "fine della Storia" — che non immaginando il futuro e liberandosi del passato, riducono il tempo ad un presente immobile — sono dei depressi piuttosto che dei malinconici.

 

Il lavoro melanconico

Seconda idea direttrice: se una prospettiva storica è necessaria, rimane tuttavia insufficiente, giacchè lo storico "dimentica il lamento"; seppur sensibile alla sofferenza, tuttavia non ne interroga il senso. Tra la massa dei fatti, egli separa, certo, la struttura intelligibile, le articolazioni maggiori, le rotture significative; lo storico comprende la malinconia, ma non coglie l’esperienza malinconica. Irriducibile alla storia, anche se la storia lo struttura, il malessere saturnino sfugge sempre a chi non ascolta il soggetto sofferente, o resta sordo alla sua domanda. E la sua domanda è temibile: la sofferenza ha un senso?

La questione assume un significato, in molti testi che leggeremo; si tratta di lamenti di scrittori privilegiati. Per loro il lamento non significa solo che si soffre, ma che la sofferenza è portatrice di sognificato. Si potrà obiettare: sono davvero malinconici, questi eletti, nel senso in cui lo sono i "veri malati"? I tormenti di cui ci parlano, allorché una poetica se ne fa carico, allorché essi arricchiscono una riflessione, conservano un qualche rapporto con quei miserabili — condannati alla ripetizione inesistente o chiusi nel mutismo — che descrivono i clinici? Risposta possibile: nelle rappresentazioni che danno di essa i più eminenti esponenti, la malinconia si ri- presenta; è nei poeti e negli artisti che la sua storia si legge al meglio, una storia fatta di continuità e di rotture.

Ai produttori di immagini, ai creatori di metafore lasciamo spiegare come, dall’antichità all’età moderna, la malinconia si reinventa senza tuttavia cambiare nome.

Nei suoi scrittori e artisti, la malinconia supera se stessa; scrivendosi, dipingendosi, sottraendosi all’ "asimbolia" essa trascende se stessa o si sublima. Come se, nell’afflizione spinta ad un certo grado, si dispiegasse l’energia che sprona verso la creazione dell’opera d’arte. Si ritrova qui l’idea antica , che Rilke esprime a modo suo: "Financo il dolore che piange, puro, s’induce a forma " (Elegia IX, trad. it Einaudi, 1978, p.59.) o ancora: "Un mondo nacque dal lamento, un mondo in cui tutto fu ricreato". Le parole possono vincere sul vissuto; dall’impossibilità di vivere si passa allora alla possibilità di parlarne.

In altri termini: se c’è un "lavoro del lutto", ben più fecondo è il lavoro malinconico. Con questa osservazione, il mio volge al termine.

 

 

* Traduzione a cura di Maddalena Mapelli

> Lascia un commento


Totale visualizzazioni: 643