Lo stile aggressivo. Lo stilista

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6 ottobre, 2012 - 15:03

Dare un nome è plasmare.
La nominazione dell'universo agisce uno strano amore che `chiama' le cose presso di noi. Come se esse senza i nostri nomi non esistessero. Più che amore pare odio e timore dello spaesamento.

Si nomina per scongiurare il nulla. Una sorta di imperfetta pratica magica. Ai grandi misteri, come agli oggetti più comuni e superflui, viene assegnato un nome preciso, circostanziato, unico, imperioso.
Registro le parole di un conoscente: “Mi hanno regalato un Enrico Coveri”, disse mostrando il suo portachiavi. Ancora nessuno ha pensato di sponsorizzare il cosmo, la paura, dio o la morte.
Nel nuovo gergo gli oggetti sono `personalizzati' mentre le persone divengono oggetti.
L'oggetto come luogo d'affetti, da collezionare con morbosità. Le `collezioni' degli stilisti: i nuovi oggetti da amare.

Un nome riduce l'ignoto al noto.
L'altro è riconosciuto da dettagli esteriori, le `firme' che indossa lo collocano in una precisa gerarchia, gli eliminano la fatica dell'approccio ma anche l'imprevedibilità dell'incontro.
Lo stile aggressivo è uno stile `firmato'.

La firma non è solo un nome e un cognome, è soprattutto una forma. L'adolescenza è un oscuro stato alla eccitata ricerca del proprio stile, mentre affiorano sprazzi di identità. Gli zaini, i diari, gli astucci, i muri, le cortecce sono il materiale su cui provare se stessi, attraverso le metamorfosi, attentamente create e confrontate, della propria firma.
Anche da adulti poniamo una insolita attenzione nel firmare un documento importante. In fondo si tratta della nostra forma, del nostro segno di unicità (francesi e inglesi la chiamano signature).
Chiara e pulita o curioso geroglifico, la nostra firma deve catturare. Deve lasciare il segno

Nominare è possedere.
E' dire `questo è mio' oppure `questo è stato fatto per me', applicare il marchio umano. 'uomo prende possesso del cosmo inventando nomi per tutto ciò che incontra e vede.
Una sorta di battesimo del mondo.
Un bambino che nasce subisce immediatamente questo rito di appropriazione. Gli si dà un nome perché è il proprio figlio. Con ciò si stabilisce definitivamente l'appartenenza ad un clan (cognome) ed il progetto di vita immaginato per lui dai genitori (nome).
I nomi vorrebbero essere eterni così come il possesso.
Un bambino adottato ha già un nome: in fondo sarà per sempre posseduto da che per la prima volta lo ha `chiamato'. Nella difficoltà delle adozioni forse c'è anche questo inconfessato timore.

Il `nomignolo' è un'ulteriore e più potente presa di possesso e di costrizione dell'io che si vorrebbe tutto racchiuso, amorevolmente cullato per l'eternità, in un mieloso `Chicca' o in un improbabile `Dodo'. Regalato al bimbo di pochi mesi, lo irretisce in protettive maglie d'infantile narcisismo. Una cattiva seduzione. Una liberazione difficile.

Il nome è memoria.
Chiamare il figlio/a come il proprio padre/madre è ricondurre l'imprevedibilità sconvolgente di una nascita a qualcosa di conosciuto e consolante. La nuova vita viene attirata verso una strada già tracciata, da ripercorrere con poche varianti. La tradizione è consolidata; si è posto un freno a nuovi, spaesanti movimenti.
Non è permesso dimenticare. Il nome educa.

Il nonno di Francesco era un uomo grande, con mille domande per ogni risposta. Andava fiero di non saper scrivere il proprio nome: “A che mi serve? Non ho mai impartito ordini, io. E la morte, quando verrà, non chiederà sottoscrizioni. Mi prenderà è basta.” Francesco si chiamava come il nonno. Quando morì, Francesco lesse il `proprio' nome sui manifesti a lutto del paese. Francesco Cannarò è morto, eppure vive ed ha 20 anni. La comunità dei vivi sperimenta così, di fronte alla morte, un rito rassicurante: tutto continuerà, e pressappoco allo stesso modo.

Dario, Alessandro, Massimo, Augusto: nomi eroici, potenti, di personaggi che hanno lasciato il segno anche quando se ne è persa la traccia. Aspirano all'illimitatezza.
Indios, africani, `primitivi' portano nomi `naturali', che dolcemente integrano nel mondo senza ferirlo con un'imperiosa presenza. Si chiamano come le cose o gli animali, con cui dividono la stessa energia della vita. Un delicato inserimento nella fragilità del cosmo.

Un nome è un confine. Lo stilista ne fa un dilagante centro di potenza.

*Pubblicato in LegendaLO stile aggressivo. Ottobre 1990, Tranchida Editori. Milano

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