BUONGIORNO, NOTTE- di Marco BELLOCCHIO (Italia, 2003)

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3 ottobre, 2012 - 17:24

Un lungo e insistito piano-sequenza iniziale mostra l’interno sprofondato nell’oscurità in cui Aldo Moro (Roberto Herlitzka) sarà tenuto prigioniero. Un interno claustrofobico, fisico e metaforico, che costituisce lo scenario quasi esclusivo del film, riecheggiante il mondo interno opprimente e oppresso della giovane brigatista Chiara (Maya Sansa), figura liberamente ispirata ad Anna Laura Braghetti e al suo memoriale "Il prigioniero", protagonista della pellicola insieme alla presenza fantasmatica del sequestrato nascosta in un anfratto dell’appartamento, accennata e richiamata per assenza, oppure libera di vagare per l’appartamento come di prendere la porta e guadagnare la libertà nel sogno della sua ambivalente carceriera.

A Bellocchio non interessa la verosimiglianza storica e fattuale della rappresentazione della vicenda del rapimento dello statista democristiano, iniziata il 16 Marzo 1978, alla vigilia del varo del governo del "compromesso storico", e conclusasi tragicamente il 9 Maggio successivo. Una rappresentazione tutto sommato fedele dei fatti, come dalle risultanze dei vari processi e da qualche illazione, era già stata realizzata da Giuseppe Ferrara con il suo "Il caso Moro" del 1986, interpretato da Gian Maria Volontè.

Il regista piacentino mette invece in scena, per la prima volta, una dimensione intima, privata, solipsistica di quella storia, desolatamente abitante nella silenziosa coscienza e nella solitudine del mondo onirico di Chiara, irremissibile e inconciliabile con l’esigenza inflessibile, cogente, spietata di un’ideologia e di una pratica senza scampo. Lo fa mantenendo la corrosività e lo spirito politically uncorrect che ormai lo connotano inconfondibilmente nel panorama del cinema italiano, ma lavorando al contempo di cesello poetico, con un taglio intimistico e lirico coinvolgente, e per certi versi spiazzante, enfatizzato da un commento sonoro di grande impatto e suggestione (Riccardo GiagniPink Floyd e Franz Schubert). La dimensione del sogno si concatena lungo l’intero arco del film a quella del riferimento storico realistico, quest’ultimo testimoniato dall’incessante commento di fondo della televisione e dei filmati dell’epoca per mezzo dei quali l’esterno lontano e tetro viene a confondersi con il fosco e greveinterno in una sorta di rimbalzo dialettico, di montaggio parallelo affidato agli occhi di Chiara. Occhi che emergono dal buio inscritti in suggestivi tagli di luce provenienti da spioncini, fessure, porte socchiuse che ne esaltano l’espressività e l’intensità lirica. Occhi che in quelle fessure di luce incontrano inquieti e turbati gli occhi e il volto di un Moro "scoperto" attraverso i giorni come uomo e non già come simbolo e funzione astratta da "processare" per un intera classe politica e per un intero sistema, di un Moro condannato a morte come gli uomini della Resistenza le cui strazianti lettere d’addio riecheggiano nella mente di Chiara la drammatica lettera di commiato dello statista alla moglie Eleonora e ai familiari.

Bellocchio non ricostruisce l’azione del rapimento (efficacemente e indirettamente raccontata attraverso l’attesa e l’affaccendamento ansioso di Chiara, nella casa destinata a essere "carcere", testimoniando da subito l’intento di proporre una visuale altamente soggettiva e intimistica dei cinquantacinque giorni del sequestro) e della strage della scorta (ricordata in modo struggente nelle immagini dei funerali delle vittime trasmesse dalla tv e guardate non senza ambivalenza e sgomento dalla stessa brigatista, sottolineate dal pathos delle note di Shine on you crazy diamond deiPink Floyd), né le vicende intricate dei comunicati veri e falsi, delle ricerche infruttuose di un cadavere ancora inesistente nel lago ghiacciato della Duchessa, e nemmeno l’esecuzione finale. Egli rivendica piuttosto la possibilità di guardare ai fatti con la libertà interpretativa dell’artista e del cineasta, con lo sguardo rivolto ai mondi interni di coloro i quali ne ebbero tragica parte, alla ricerca di una "fuga dall’inesorabilità fenomenologica" di ciò che è stato, del sogno impossibile e "umano, troppo umano" di un Moro libero infine, libero di andarsene per le strade di Roma accompagnato dalle note del "Momento Musicale" di Schubert che, in questa pellicola, è la colonna sonora della dimensione onirica.

Il sogno impossibile di un epilogo diverso di una delle vicende più drammatiche della nostra storia repubblicana viene affidato dunque "scandalosamente" (e questo non ha mancato di creare polemiche da parte di chi vi ha letto un’eccessiva accondiscendenza) alla coscienza incerta e contraddittoria di una ragazza ventitreenne, come tanti altri in quegli anni guadagnata a una causa perdente sin dall’inizio, a una teoria dell’insorgenza armata asfittica e disumanizzante ("quello che oggi sembra inconcepibile, assurdo, disumano, è in realtà un atto eroico di annullamento supremo della nostra realtà soggettiva, il massimo dell’umanità" le dice enfaticamente Lo Cascio-Moretti per vincere le sue resistenze e dubbi: una disidentificazione dalla vittima e una razionalizzazione in piena regola) che la trasforma in un’assassina o nella complice di un assassinio, ma dalla quale non può evadere, ella stessa stretta nella doppia valenza di carceriera e prigioniera.

Bellocchio ci mostra come a venticinque anni di distanza dalla strage di via Fani e dall’uccisione di Aldo Moro ci siano ancora molti conti da fare. Non già quelli di una ricostruzione giudiziaria delle responsabilità e delle circostanze, ormai ampiamente portata a termine, al di là dei mai esausti esercizi dietrologici proiettivi o strumentali, del complottismo conveniente, del vagheggiamento di "grandi vecchi", servizi segreti vari, malavita organizzata e via dicendo, che sembrano tradire un desiderio scissionale ed espulsivo della vicenda, un tentativo di oltrepassamento della stessa in spiegazioni che la allontanino dalla coscienza e dalla realtà storica italiana degli anni ’70, da cui egli infatti intelligentemente si astiene, ma piuttosto i conti con l’esigenza di un confronto profondo e perturbante con le dinamiche psicologiche dei protagonisti, naturalmente reinventati e filtrati attraverso la sensibilità artistica e individuale dello stesso Bellocchio, con l’enigma "umano", più che politologico e sociologico, di un fenomeno terroristico che non ha eguali nel mondo occidentale per caratteristiche fondanti e durata (l’IRA, l’ETA, ma anche l’OLP in medio-oriente, essendo legati a rivendicazioni nazionalistiche e indipendentistiche; la RAF tedesca, unico paragone possibile per profilo ideologico, essendo durata molto meno e non sorta sull’onda di un movimento, operaio e non, che la Germania non ha avuto), di un’insorgenza armata alla quale hanno partecipato o alla quale, almeno in certi momenti, hanno guardato con simpatia e suggestione, migliaia di individui.

Film intriso di significativa bellezza e fine sensibilità psicologica, riesce a muoversi con delicatezza e novità sul terreno scivoloso della storia recente non ancora pacificata, ancora sconcertante, ancora destabilizzante, restituendola ricca di pietas e sguardo commosso sulla vicenda del dolore umano inflitto e subìto, delle implacabili prigioni imposte ai corpi e agli spiriti da strutture ideologiche sovrapersonali capaci di negarne la soggettività, delle utopie e delle vite bruciate in loro nome, delle ragioni di Stato e dei sacrifici che esse sembrerebbero teorizzare e imporre. Moro libero nel sogno di Chiara/Bellocchio sembra andarsene negando tutto questo, in rivolta contro tutto questo. E subito prima dei titoli di coda, tuttavia, lo spettatore, che ineluttabilmente ha partecipato di quel punto di vista e di quel sogno, ha il tempo di "riscoprire" che la realtà dolorosa e intrascendibile è invece quella di un uomo bendato portato verso la morte in un esito tragico che non risparmia nessuno.

"E così il cuore dei mortali è pieno d’infelicità e concepiscono follie nel loro cuore mentre sono in vitapoi se ne vanno fra i morti" (Ecclesiaste 9,3).

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