L'Amore Fatale di Roger Michell

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3 ottobre, 2012 - 12:33

Sono nelle tenebre e come cieco
perche’ il mio sguardo piu’ non ti ritrova.
Un velario e’ per me il folle tumulto
dei giorni, e tu sei la’ dietro.
Lo fisso con occhi sbarrati sperando che s’alzi
il velario, la’ dietro vive la mia vita,
il suo valore, la sua norma -
e insieme la mia morte –
R.M.Rilke, Epistolario

La storia prende spunto dal libro omonimo di Ian McEwan che ha partecipato alla realizzazione del film in qualita’ di produttore associato.

Joe (Daniel Craig) e’ un professore universitario e divulgatore scientifico. Durante le lezioni affascina i suoi studenti con teorie neodarwiniane secondo cui l’uomo e’ esclusivamente mosso dall’istinto di sopravvivenza e si differenzia dagli animali per la sua capacita’ di autoingannarsi, di nobilitare i suoi comportamenti biologicamente determinati chiamandoli amore, etica, fede.

La veemenza con cui cerca di scardinare le convinzioni degli studenti, degli amici e dei lettori dei suoi libri, fa trapelare una crisi personale molto ben delineata nel romanzo che nel film si puo’ ritrovare quando Joe confessa di non aver mai realizzato nulla di concreto: "non faccio altro che pontificare, nella mia vita non ho mai fatto niente che si possa tenere tra le mani". A questo proposito risulta molto efficace la scelta del regista di trasformare la sua compagna Claire (Samantha Morton) da docente di letteratura, nella storia originale, a scultrice di volti e mani, quasi a voler suggerire che Joe ricerchi negli affetti un compenso alla sua scarsa concretezza. I due sono fidanzati da anni e dai primi istanti del film s’intuisce una proposta di matrimonio da parte di Joe. Veniamo quindi alla prima scena, fulcro di tutta la storia.

Joe e Claire stanno facendo un picnic quando un pallone aerostatico atterra di colpo a pochi metri da loro. Un uomo anziano viene sbalzato fuori mentre suo nipote rimane all’interno della cesta. Joe e altri quattro uomini che si trovano nei paraggi corrono verso la mongolfiera, vi si aggrappano e tentano di tirare fuori il bambino, all’improvviso pero’ una folata di vento trascina via il pallone e con esso i soccorritori ancora attaccati alla cesta. Raggiunta un’altezza critica qualcuno molla la presa, forse lo stesso Joe, gli altri lo seguono quasi contemporaneamente, atterrando sul prato incolumi. Solo John Logan, un medico di Oxford, rimane attaccato alla fune. Precipitera’ poco dopo sotto gli occhi dei sopravvissuti.

A questo punto compare Jed (Rhys Ifans), il co-protagonista che dara’ vita all’amore fatale del titolo. Di lui non si sa nulla a parte il fatto che si trovava tra i soccorritori. Pare subito incantato da Joe, nonostante il contesto mortifero del loro incontro. Lo segue quando decide di cercare il corpo del medico e, una volta davanti al cadavere orrendamente sfigurato dalla caduta, gli chiede dolcemente di pregare con lui. Tuttavia nella mente di Jed questa preghiera non e’ una condivisione del lutto, ma piuttosto dell’amore nascente tra i due. Egli infatti la ricordera’ successivamente come la prima manifestazione della loro relazione clandestina.

La morte del medico diventa cosi’ l’evento traumatico che spinge tre persone, fino a quel momento sconosciute, a fare i conti con i propri demoni e a intrecciare loro malgrado le loro storie.

Joe deve affrontare il senso di colpa di essere sopravvissuto, la moglie del medico il proprio lutto e Jed la propria solitudine, forse la propria depressione. Tutti e tre si lasciano condurre lontano dalla realta’ (come trasportati dalla mongolfiera simbolo del film), ma, mentre Joe e la moglie del medico sapranno uscire dalle loro false convinzioni, Jed rimarra’ affetto da un delirio erotomanico che nella storia originale viene etichettato come Sindrome di De Clerambault.

Vale la pena soffermarsi un attimo su questa sindrome che viene descritta con grande fedelta’ sia dal romanzo che dal film.

Gaëtan Gatian De Clerambault (1872–1934), psichiatra francese, maestro di Lacan, forni’ una definizione di erotomania in parte conservata e in parte modificata dagli studi successivi.

Secondo De Clerambault l’incidenza della patologia era maggiore nel sesso femminile. Questo e’ stato confutato dall’ampliamento delle casistiche in cui compaiono non solo maschi eterosessuali, ma anche omosessuali.

La convinzione delirante di essere amati da un individuo generalmente appartenente ad un rango superiore e’ confermata dal DSM IV nella definizione di Disturbo Delirante di Tipo Erotomanico.

Anche lo sviluppo cronologico, l’immutabilita’ dell’oggetto del delirio e la sua natura sono confermati e puntualizzati dalla classificazione del DSM IV.

Piuttosto evidenti nel film sono l’ambivalenza dell’incontro amoroso (ricercato ma percepito dal soggetto come disturbante la perfezione del delirio), la negazione strutturata logicamente (Jed e’ in grado di fornire giustificazioni razionali del comportamento indifferente o ostile di Joe) e l’evoluzione finale verso il rancore e la rabbia, dovuta alla sensazione di non essere ricambiato.

Le ipotesi eziopatogenetiche più suggestive vanno dalla proiezione freudiana, alla forclusione lacaniana, alle piu’ recenti interpretazioni che riaprono totalmente il dibattito sulla definizione dell’erotomania. Mullen e Pathe parlano di desiderio di un rapporto amoroso, controbilanciato dal timore del rifiuto e dalla paura di un’eventuale intimita’, sia sessuale sia emotiva. Arieti e Meth ipotizzano una difesa contro la depressione e la solitudine. Altri autori mettono in campo la secondarieta’ ad altre patologie psichiatriche e non (emorragia subaracnoidea, epilessia post-trauma cranico).

Una ricostruzione puntuale delle varie interpretazioni dell’erotomania si puo’ trovare in uno studio di S. Domenichetti ("Uno sguardo e tutto ebbe inizio …". Il delirio d’amore - Giornale Italiano di Psicopatologia Vol. 10, Dicembre 2004, Issue 4), tenendo presente che i citati Wenn e Camia sono nomi inventati da Ian McEwan: si tratta di un anagramma del suo nome! Lo scrittore ha infatti inserito nella prima appendice del suo romanzo un caso clinico estremamente verosimile, ma del tutto falso, firmandolo con i nomi suddetti. Per un po’ di tempo non solo i giornalisti, ma anche molti psichiatri di tutto il mondo hanno citato questo caso nei loro studi e nelle loro bibliografie, credendo che Wenn e Camia esistessero veramente.

Nel libro e’ dunque Jed a condurre alla rovina il povero Joe, mentre nel film quest’ultimo appare vittima piu’ di se stesso che del suo stalker.

Joe e’ sempre più ossessionato dal dubbio di aver lasciato per primo la presa, di aver obbligato gli altri a seguire il suo esempio e di essere quindi la causa della morte del medico. Passa le giornate a fare calcoli e simulazioni del volo della mongolfiera, aspetto che nel romanzo assume un significato piu’ pregnante dato che il protagonista viene descritto come un fisico fallito. La sua necessita’ di razionalizzazione gli impone di trovare una spiegazione scientifica di questa (forse di ogni) morte. Probabilmente se non fosse rimasto coinvolto nell’incidente l’avrebbe trovata nel vento, come suggerisce Claire per consolarlo, cosa che scatena in Joe un’aggressivita’ inaspettata: ogni tentativo successivo di contrastare il suo senso di colpa provochera’ la stessa ostilita’ ed un allontanamento progressivo. Claire si persuade della presunta follia del compagno, non puo’ piu’ sopportare il suo isolamento, la sua anaffettivita’, infine tronca il rapporto.

Nel tentativo di lenire il suo tormento, Joe si reca dalla moglie del medico, sperando di poterle dare informazioni utili (o forse vuole capire se lei conosce la sua colpa). Le informazioni di cui la donna ha bisogno vanno pero’ oltre le sue possibilita’ (vedi il particolare delle due portiere della macchina). Nell’auto del medico infatti sono stati rinvenuti degli oggetti da picnic ed una sciarpa intrisa di profumo fenminile. La donna ne deduce che il marito avesse un’amante e che abbia compiuto un atto di eroismo per fare colpo su di lei. Appare chiaro che la vedova, come Joe, cerca di salvarsi dal dolore, immaginando un marito adultero, non piu’ innamorato di lei, quindi una perdita trascurabile. In questo senso appare molto efficace la scelta di affidare ad una sola frase il ritorno finale della donna alla realta’. "Chi mi potra’ perdonare?" sta per: "Lui non c’e’ più, sono sola con il mio dolore e i miei errori" .

La storia prende una svolta decisiva quando il mite Jed vira verso l’aggressivita’ mettendo in pericolo la vita di Claire. Si consuma quindi l’epilogo tragico in cui il regista tira fuori i colpi di scena: un bacio tra Joe e Jed (Michell e’ il regista del "politicamente scorretto" The Mother... e di Notting Hill!), l’uccisione del mostro (vedi Attrazione Fatale) e dopo i titoli di coda uno sguardo finale di Jed, blanda reminiscenza del ben piu’ demoniaco Anthony Perkins di Psycho.

In conclusione, volendo confrontare il film con il libro da cui e’ tratto, penso che per una volta la versione cinematografica se la cavi meglio. Certo, nella pellicola mancano i brani filosofici e letterari che abbondano nel libro e la questione del labile confine tra passione amorosa e delirio erotomanico e’ solo sfiorata. Tuttavia, come hanno osservato diversi critici letterari, Ian McEwan finisce per descrivere il disagio dei protagonisti piu’ con il linguaggio della psichiatria che della letteratura. A tratti sembra di avere davanti il DSM IV anziche’ un romanzo. Tendenza che culmina con l’appendice finale, responsabile di molti imbarazzi nelle riviste scientifiche di tutto il mondo.

Il regista Roger Michell, pur con qualche ingenuita’, gioca secondo le regole. Rappresenta il dolore e lo smarrimento attraverso le immagini (memorabili quelle iniziali del volo dei soccorritori), le riprese (la corsa di Joe verso casa con un’inquadratura surreale sull’arbre magique), la recitazione (ottimi Daniel Craig, Rhys Ifans e Samantha Morton), insomma il codice cinematografico.

Una menzione speciale per la colonna sonora di Jeremy Sams, eseguita dalla Royal Philarmonic Orchestra, che ricorda le melodie sospese e malinconiche di Arvo Pärt.

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