"La fiamma sul ghiaccio" di Umberto Marino: l'alienazione dai sentimenti nel Disturbo di Asperger

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3 ottobre, 2012 - 12:02

Non è certo la prima volta che il tema delle sindromi autistiche e dissociative ricorre nella cinematografia. In questa scelta si può riconoscere innanzitutto il coraggio di contribuire al superamento, grazie anche alla diffusione dei mezzi divulgativi, di quel limite discriminatorio tra sanità e follia, normalità e patologia, favorendo un’approssimativa "comprensione" del disturbo mentale. Questo intento corrisponde anche allo spirito delle più recenti correnti psicoanalitiche e socioculturali, che si propongono proprio di varcare le tradizionali barriere cliniche, dichiarando accessibili a terapie dialogiche anche i più gravi disturbi psichici.

Da un punto di vista rigorosamente scientifico, si potranno naturalmente rinvenire molti limiti nella ricostruzione di questi casi clinici; seppure si riportino, infatti, con una certa fedeltà documentaria, i sintomi caratteristici di questi stati patologici e le circostanze più frequenti della loro insorgenza, non si può evitare che le esigenze di spettacolarizzazione portino talvolta ad un’artificiosa logica narrativa (come in un puzzle in cui ogni casella deve necessariamente trovare la propria posizione) ed esiste il rischio che tali racconti siano tanto suggestivi quanto clinicamente poco credibili.

Protagonista di "La fiamma sul ghiaccio" (titolo che evoca immagini alquanto barocche) è Fabrizio (Raoul Bova), un giovane docente universitario di matematica affetto dal Disturbo di Asperger. Sua madre non avrebbe mai accettato nè cercato di affrontare il problema della sua diversità, finendo per incentivare e valorizzare di lui proprio quelle qualità intellettuali e capacità matematiche esageratamente coltivate, con l'ossessiva astrazione tipica della sua malattia.

L'isolamento di contenuti affettivi ed istintuali, l'astrazione, la sublimazione, sembrano, in tali casi, difese estreme contro l'angoscia, attraverso forme di controllo minuziose e coatte.

Il rapporto con la madre è solo accennato nel film, anche se in numerose correnti psicoanalitiche, come ad esempio il modello delle relazioni oggettuali, la psicologia del Sè di Kohut e l'approccio interpersonale-relazionale di Sullivan e, in seguito, di Mitchell, questa disomogeneità dello sviluppo cognitivo ed affettivo sarebbe riconducibile, in gran parte, a modalità conflittuali o deficitarie nell'ambito della relazione originaria con la figura materna.

Dopo la morte dei genitori in un tragico incidente d'auto, mentre Fabrizio era al volante (sempre per l'imposizione della madre a gestire una vita normale), forse è proprio il senso di colpa a far precipitare il suo quadro clinico, sgretolando quel suo precario adattamento sociale e dando luogo così alla sua compromissione nell'interazione sociale e allo slatentizzarsi dei suoi conflitti irrisolti.

L'interpretazione di Bova sembra convincente, con la sua fissità stralunata, la sua mimica facciale inespressiva e mai collegata all'immediatezza emotiva, con gli occhi stretti in una dolente fessura; sembra evidente il distacco del protagonista dal mondo esterno, espresso anche con un'incoordinata rigidità in ogni movimento ed attraverso un esasperato rituale di manierismi, ripetizioni, stereotipie.

La giornata di Fabrizio è scandita da abitudini ferree, orari perentori e dalla sua tendenza a quantificare ogni realtà, nell'illusione di combattere e difendersi dai sentimenti attraverso una spersonalizzata e rigida matematizzazione. Dopo la morte dei genitori, è il fratello a farsi carico della sua assistenza, pur non convivendo con lui, cercando di provvedere a tutte le sue esigenze cliniche e pratiche, ma senza sapergli trasmettere quello slancio affettivo personalizzato, che peraltro Fabrizio sembra incapace di percepire e di richiedere.

Un giorno egli incontra casualmente in ospedale Caterina, una giovane disadattata, vittima di un triste passato di abusi sessuali paterni, che hanno lasciato pesanti tracce nella sua stabilità psichica. L'immagine di questa ragazza, fragile e forte nella sua ostinazione amorosa, è molto intensa e suggestiva, grazie anche alla valida interpretazione di Donatella Finocchiaro; la paziente sembra rispondere ai criteri del Disturbo Borderline di Personalità, vista la sua pervasiva instabilità delle relazioni interpersonali, l'impulsività, la labilità affettiva e soprattutto i suoi disperati sforzi per evitare l'abbandono della persona amata, che determinano anche la comparsa di transitori episodi dissociativi. Si può facilmente cogliere il senso della sua bramosia di un amore che, finalmente, la riscatti dalla violenza subdola del suo passato e da quel senso di indegnità che le ha lasciato la sua adolescenza inquinata. La sua vita è un continuo susseguirsi di periodi di "normalità", in cui è salvaguardata una comunicazione empatica con le figure che la circondano, e da altri caratterizzati da crisi pantoclastiche ed autodistruttive, in un alternarsi di "fiale blu", presumibilmente sedative (per fronteggiare incubi rappresentati da sequenze horror e cimiteriali) e "fiale rosse", antidepressive (che consentono l'accesso di immagini idilliache, con giardini lussurreggianti e volti di bambine e giovani donne festose).

L'immediato innamoramento per Fabrizio sembra avere su Caterina la stessa potenza di un antidoto alla depressione, e subito il giovane è inserito in questo suo giardino interiore, non contaminato da tante vicissitudini, intatto e rassicurante. Caterina riconosce la malattia di Fabrizio, non la nega nè a se stessa nè a lui, ma lo ama anche per questo e idealizza la bellezza del suo volto, anche se reso caricaturale dal suo stato morboso. La sua diversità gli appare come un dono che lei sola sa scoprire, anche agli occhi di lui.

Il giovane dapprima fugge spaventato gli approcci sempre più ostinati della ragazza, ma poi questo turbine di sentimenti riesce a far breccia nella sua antica barriera difensiva. I suoi occhi-fessura riescono, pur a fatica, a focalizzare questa esile e potente figura, capace di sprigionare emozioni dirompenti, che sconvolgono improvvisamente tutte le abituali difese, consentendogli parzialmente un inedito contatto con i sentimenti. Caterina, a differenza della madre, sembra permettergli di rispecchiarsi in lei per ciò che realmente egli è, e di accettarsi attraverso il suo amore.

La colonna sonora del film, composta da brani conosciuti e inediti su temi amorosi, sottolinea la normalità-anormalità universale degli innamorati di qualunque condizione, con il loro immaginario di alienante follia, in cui l'amore è, al tempo stesso, causa e terapia del male. L'introduzione di queste melodie tende però spesso a banalizzare i contenuti del film, nonostante il suo intento di fare da ponte tra queste realtà.

Nel film si registra, inoltre, l'eccessivo uso di un simbolismo, a volte di maniera, per cui si assiste ad una continua commistione tra le simbologie impiegate per esprimere il mondo inconscio-fantastico dei protagonisti e quelle personali del regista, che sembra abusare con enfasi gratuita di questo gioco estetizzante.

Resta comunque, come significato ultimo del film, l'apologia di un amore semplice ed autentico, quanto improbabile, nel chiaroscuro dei suoi timori e del suo splendore, che comunque conferisce connotati sognanti anche alle piccole quotidianità. Si manifesta così la trepidante attesa del miracolo: quello di una vera comunicazione, che può esistere tra sani e tra malati, e forse può durare solo istanti, ma che valgono un'eternità.

 

 

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