Internet e Super-io

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4 marzo, 2013 - 17:20

Ormai molti anni fa, Freud fece un'osservazione: che il superio subisce vicissitudini particolari: per esempio si ferma molto spesso al di la' della frontiera, il che vuol dire che non si passa la frontiera con il superio, ma lo lascia dietro di se', a casa. E' il motivo per cui, diremmo noi prosaicamente, le ragazze di un paese hanno fama di ragazze poco serie negli altri paesi e viceversa, e per cui, una volta almeno, molti piedaterre milanesi erano in Svizzera.

Qualcuno dice poi che il superio e' solubile in alcool, (quando non si attiva troppo).

Ma, ci chiediamo: "chi veicola il superio nella realta' comportamentale?"

Prima di tutto, sicuramente la presenza della persona: se parlo con qualcuno, la sua mimica o quello che io rilevo della sua mimica, le sue possibili reazioni a quello che io dico, sono gli elementi che controllano, limitano, bloccano, fanno intimidire, arrossire. Poi la voce: chiunque abbia rapporti con gli animali, sa che un urlaccio gridato al cane, che si sta scagliando su un gatto, agisce direttamente sulla muscolatura, saltando l'operazione mentale consapevole (non oso dire, trattandosi di un cane, coscienza dell'io). Come la voce che risuona in noi dall'infanzia, funziona da limitazione o da permesso. Lo sguardo e' un altro veicolo fondamentale del superio: gli occhiacci della mamma molti di noi li ricordano.

E per uno che scrive quale puo' essere il veicolo del superio?

Generalmente si dice che un libro (novelle, poesie, o, Dio liberi, romanzi che molti, forse tutti gli italiani alfabetizzati, scrivono fin dall'adolescenza), perche' possa essere chiamato tale, necessita di almeno un editore ed un lettore. Ma avere un editore vuol dire avere un superio, qualcuno che controlli e lasci passare cio' che abbiamo scritto dicendo che puo' andare: senza questo tutti siamo scrittori, tutti siamo poeti e nessuno e' scrittore e nessuno e' poeta.

A nessuno piace l'autopubblicazione che non ha la dignita' di libro. Come a nessuno piace il "prevenduto", ad esempio sponsorizzato e distribuito da una casa farmaceutica, che non ci fa sentire scrittori e neppure scienziati.

Con le riviste scientifiche la situazione, di solito, e' abbastanza chiara:

Vi sono due modi di funzionare: uno deteriore, per cui si puo' pubblicare tramite un amico dell'ambiente accademico ( questo si puo', comunque, considerare un tipo di superio, forse un po' perverso e anche mafioso, ma pur sempre un superio). Oppure, in senso meno deteriore, la rivista ha un comitato che, a seconda del suo funzionamento, conferisce, o meno, prestigio alla propria rivista. "Nature" o "Science" o "Cell" sono assai prestigiose, in quanto il comitato e' rigorosissimo, e se un lavoro non e' fatto secondo certe regole non passa.

Ed in internet?

Il superio non c'e', o meglio ognuno ha il proprio superio o quello che si costruisce per l'occasione: usare soltanto il proprio superio e' ovviamente molto difficile.

Credo che questo sia alla radice delle riviste in rete sul piano della produttivita', la tendenza all'onnipotenza, il fascino dell'avere ragione.

Questo e' un altro luogo delle vicissitudini del superio, il quale viene lasciato al di qua del monitor ed in rete non entra.

Naturalmente il bello di aver ragione ci riporta ad un detto napoletano: la ragione bisogna averla, bisogna saperla far valere, ma, cosa piu' importante, bisogna trovare chi te la da'. Questo e' il punto; la ragione siamo sempre convinti di averla; per farla valere quale luogo e' piu' indicato di internet, visto che si possono far leggere le proprie indiscusse ragioni al mondo? Per trovare chi puo' darcela basta usare la fantasia e l'identificazione proiettiva, visto che al di la' della rete possono trovarsi milioni di persone che nella fantasia elogiano le nostre ragioni. Non c'e' qui bisogno di controllo perche' la fantasia sapra' creare miriadi di controlli immaginari che diranno che va bene.

Il gioco e' fatto: non c'e' pericolo che un arcigno referee dica che a parer suo quelle cose non val la pena che vengano dette o che non e' il modo di dirle. Il referee non c'e', o perlomeno forse c'e' a posteriori, ma quello non e' piu' il superio, il superio non e' quello che disapprova dopo, ma e' quello che sbarra le strade.

Il referee non e' altro che un superio esterno, con piu' garanzie, che non dia sempre e obbligatoriamente ragione a noi come il superio non esteriorizzato sarebbe tentato di fare; a meno che non siamo melanconici, perche' allora il superio ci dara' sempre torto (e non c'e' tribunale piu' rigoroso del superio che, in caso di melanconia, e' l'unico che mantiene sempre la pena di morte, almeno nei paesi europei).

Questo superio messo all'esterno ci controlla, ci obbliga a misurare il linguaggio e a preoccuparci del fatto che quello che diciamo abbia la possibilita' di essere accettato; senza questo tutto quello che diciamo sara' sempre onnipotentemente accettato, a meno che tutto non venga immediatamente cancellato (e a questo proposito si potrebbe in seguito parlare del "Notes magico" di Freud).

Dentro la rete si trova di tutto: intemperanze, insulti, attacchi, linguaggi roboanti e ipersicuri. Appena uno ha la tendenza a fare questo, la rete lo invita a farlo.

Parafrasando, a rovescio, il libretto d'opera (la "Bohème") potremmo pero' dire:

"un po' di religione miei signori,
si mangi in casa, ma si beva fuori."

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