06. Soggettivazione come storicizzazione: la prima teoria lacaniana della soggettivazione

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La prima teoria della soggettivazione implica lo scollamento dalle identificazioni, dunque la loro simbolizzazione. La disidentificazione riconduce il soggetto dall’attaccamento all’immagine narcisistica dell’io al desiderio inconscio.
Nel suo sforzo di emancipare la teoria del soggetto da ogni teoria evolutivistica, Lacan pone il problema della soggettivazione non sul piano biologico dello sviluppo dell’istinto, ma su quello del senso e della sua emergenza storico-simbolica. Nella storia del soggetto non c’è istinto che si sviluppa, ma senso che cerca di emergere, senso "imprigionato", afferma Lacan, senso alienato nelle sue oggettivazioni discorsive e che esige la sua liberazione, la sua disalienazione simbolica. La parola diventa così il luogo principe del cammino della soggettivazione. E’ la "parola piena", la parola che conferisce senso alla vita. Da questo punto di vista Lacan procede ad una assimilazione esistenzialista di soggettivazione e storicizzazione. Questa assimilazione è il punto perno della sua prima teorizzazione del processo di soggettivazione, sulla quale le incidenze di Heidegger e di Sartre sono assai profonde.
La parola è ciò che attribuisce un senso storico alla vita. E’ solo il suo potere simbolico che umanizza la vita. L’esperienza della parola analitica è l’esperienza di una risoggettivazione progressiva, attraverso la parola, del proprio tempo storico. Ma, possiamo chiederci, questa risoggettivazione deve essere pensata come una sorta di metabolismo psichico? Per Lacan l’inconscio come "capitolo censurato della mia storia" designa l’inconscio non tanto come riserva segreta del senso, ma come ciò che deve essere restituito al senso.
L’operazione analitica avviene sempre, come indicava Freud, in controtendenza rispetto alla censura. E’ un’operazione di nuova scrittura della propria storia. Lacan, rispetto a Freud, accentua l’idea dell’inconscio non come luogo al quale risalire ma come qualcosa che si deve riuscire a produrre. Non si tratta tanto di ricostruire il testo storico (archeologia freudiana), ma di produrne uno nuovo. La parola non ristabilisce solamente la continuità del testo storico del soggetto, ma rende possibile dire ciò che non è mai entrato nel simbolico.
La vita si storicizza a partire dal senso che il tempo presente, costantemente aperto sull’avvenire, assegna e riassegna al nostro passato, il quale, di conseguenza, non è semplicemente ciò che è stato una volta per tutte, ma viene reinventato, risignificato di continuo. Il processo della soggettivazione è infatti sempre un movimento di ripresa, di risoggettivazione continua del nostro passato, sino a quello che Lacan definisce come il "limite del reale" del nostro passato, sino al limite della "funzione storica del soggetto", al limite di quel reale che ritorna nella ripetizione e che la simbolizzazione non è in grado di assorbire integralmente.
Non è qui solo il concetto di "ripresa" elaborato da Kierkegaard il riferimento di Lacan, ma evidentemente anche l’elaborazione della temporalità che possiamo ritrovare in Heidegger e Sartre. La soggettivazione è insomma un modo singolare della temporalizzazione del soggetto. Anche in questo caso possiamo osservare lo sforzo di Lacan per sganciare l’inconscio freudiano dall’ontologia e per inscriverlo come una contingenza storica: la vita umana è sempre la ripresa, la risoggettivazione in corso e mai del tutto totalizzata del suo senso storico. Non c’è l’idea dell’inconscio come il già avvenuto, come il più arcaico, lo strato più remoto del nostro passato che ci condiziona deterministicamente e che si tratta di rammemorare nel corso dell’analisi. C’è piuttosto l’idea che il soggetto sia un movimento continuo di risoggettivazione di ciò che è avvenuto a partire dal suo presente e dalla sua apertura trascendente sull’avvenire. La temporalità del soggetto non è la temporalità dello sviluppo teleologico ma è un movimento articolato di trasformazioni, riordinamenti, risignificazioni retroattive e continue del senso. Il soggetto non è nulla in se stesso. Esso si compie solo come pura attività di soggettivazione di ciò che è stato. Non siamo a mio giudizio troppo distanti dai modi coi quali Sartre ridefinisce la soggettività come attività continua di interiorizzazione e riestoriorizzazione dell’esteriorità interiorizzata, come si esprime, ancora in un linguaggio dialettico, ne L’idiot de la famille.
Soggettivare significa allora riordinare-riannodare attraverso la parola le contingenze passate conferendole le necessità dell’avvenire. Il punto chiave di questa teorizzazione è che senza il potere simbolico della parola la vita resta vita animale. L’accesso alla vita umana avviene solamente per la via della parola e della legge del riconoscimento simbolico che essa comporta. C’è soggettivazione solo quando c’è effetto di senso storico. Quando, cioè, la vita è in grado di storicizzarsi. Si può notare tutto il peso dialettico-kojèviano di queste formulazioni lacaniane. Ma il nesso tra la vita e l’esigenza di senso è un nesso dal quale, in fondo, la pratica della psicoanalisi come pratica della soggettivazione non può rinunciare. La vita esige il senso, afferma Lacan nel Seminario II. La vita esige di entrare nel mondo del senso. Spinge per entrarvi. Ma che cosa sia questa spinta che precede ogni dialettica del riconoscimento e della significazione, è un vero problema etico e clinico. Cosa sia questa esigenza della vita di entrare nel mondo del senso, resta qualcosa di opaco per lo stesso Lacan. Ma è importante cogliere almeno l’esistenza di questa zona d’ombra che pone un interrogativo forte: il desiderio umano sorge hegelianamente per separazione dalla vita o la vita necessita del desiderio per vivere?
In fondo la tesi di Lacan è che il desiderio sorge per rimozione, per negativizzazione della vita. E’ questo il modo con il quale interpreta inizialmente la teoria freudiana della rimozione originaria. Ma allora cosa è questa spinta della vita ad entrare nel mondo del senso?
Per il Lacan heideggeriano degli anni Quaranta-Cinquanta l’entrata del soggetto nel campo aperto del senso coincide con l’assunzione della propria morte. La soggettivazione come posta in gioco della pratica analitica, è irriducibile ad un aggiustamento terapeutico, alla restaurazione del funzionamento normativo dell’io, all’adattamento conformista alla realtà, al rafforzamento dell’immagine narcisistica, poichè punta a confrontare il soggetto con la propria morte, dunque con un reale totalmente irriducibile al narcisismo dell’io. La soggettivazione storica del soggetto è dunque sempre soggettivazione della propria morte.

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