10. E il Nome del Padre?

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La separtizione di Lacan riprende il nesso freudiano tra castrazione e separazione. La separtizione è una forma della castrazione prodotta dal linguaggio e non dal padre. Sappiamo come gli effetti della castrazione lacaniana sul corpo siano duplici: desertificazione e libidicizzazione. La pulsione è sempre di morte, ma solo perché porta su di sé l’azione mortificante del simbolico. Questa desertificazione che genera una libidicizzazione, questa perdita di godimento che anima e causa il desiderio definisce la separtizione strutturale del soggetto.
Per un verso Lacan mantiene dunque il nesso freudiano tra castrazione e separazione. Ma rifondando il concetto di castrazione rifonda anche quello di separazione. A cosa riduce Lacan la castrazione freudiana? Nel Seminario XVII la castrazione è disgiunta dalla testimonianza paterna. Forse troppo velocemente. Essa è operativa o non è operativa a livello del linguaggio. Cos’è castrazione? "La castrazione — spiega Lacan - è l’operazione reale introdotta dall’incidenza del significante qualunque esso sia, in rapporto con il sesso". E il Nome del Padre? E la metafora paterna?
Il No! di Empedocle trova nel No! del Nome del Padre il suo fondamento. Ogni possibile separazione soggettiva dipende in effetti dall’azione simbolica del Nome del padre. L’operatore primo della separazione per il Lacan più classico è il Nome del Padre. Il concetto di separtizione sembra invece sganciare la separazione dalla funzione della metafora paterna naturalizzando la separazione, facendola diventare un fenomeno del corpo, per esempio quello dell’educazione sfinteriale.
Rispetto all’incollamento, al ristagno incestuoso del godimento nel corpo, il Nome del Padre agisce come un principio antisadiano: No! tu non puoi godere della Cosa! Infatti, scrive Lacan, Freud ci rivela che è solo grazie al Nome del Padre che l’uomo non resta legato al servizio sessuale della madre. In questo senso la metafora paterna è il principio della separazione come soggettivazione; essa implica sempre una trasmissione simbolica riuscita. In questo senso la castrazione non è una minaccia ma una possibilità. Quella che manca al piccolo Hans. La psicosi è l’effetto della forclusione dell’azione separatrice del Nome del padre che separa il soggetto dal godimento incestuoso.
Come viene sviluppata la teoria della separazione come secondo tempo della costituzione del soggetto? Nel Seminario XI la coppia centrale dell’insegnamento di Lacan, ovvero quella di significante e godimento si declina in quella tra alienazione e separazione. Nell’uso del concetto di alienazione la svolta rispetto all’umanismo critico del Marx dei Manoscritti consiste nel porre la soggettivazione non come una semplice alternativa all’alienazione. Solo in un primo tempo del suo insegnamento Lacan riprende il motivo dialettico della disalienazione del soggetto come obbiettivo della partita analitica. Lo abbiamo visto. E’ il centro della prima dottrina lacaniana della soggettivazione come disidentificazione simbolica del soggetto. Il passo ulteriore di Lacan — ulteriore anche alla seconda teoria della soggettivazione, ovvero quella della storicizzazione retroattiva del proprio passato - consiste nell’implicare il termine di soggettivazione con quello di causazione. La soggettivazione non può prescindere dalla causazione. La soggettivazione è in rapporto alla nozione di causa. Lacan non abbandona alle scienze della natura questa nozione, ma vi riconosce una intenzione fondamentale del pensiero freudiano. Pensare la causalità psichica resta per Lacan il territorio della psicoanalisi. Tuttavia, la causa analitica non è una Legge come stabilisce nel Seminario XI. Se la Legge stabilisce una relazione necessaria tra la causa e il suo effetto, in quanto causa ed effetto sono in una relazione fisica di continuità, la causalità analitica, afferma Lacan, è sempre zoppicante, discontinua, implica uno iato, una fessura. Perchè la causa è zoppicante? Perchè intende evitare qualunque forma di determinismo. La causa non è, diversamente dalla Legge, in una relazione di continuità con i suoi effetti. Il soggetto è per un verso effetto del significante ma per un altro verso è il punto di discontinuità che intervalla e separa la causa dal suo effetto. E’ l’uno e l’altro. E’ sul lato del significato, è l’effetto-significato del significante in quanto la catena significante produce l’effetto soggetto. Ma per un altro verso il soggetto, che è rappresentato sempre da un significante per un altro significante, che è vincolato ad un significante-padrone, è anche ciò che è impossibile da rappresentare, è l’irrappresentabile di ogni significante. La moltiplicazione infinita degli enunciati non esaurirà mai il piano dell’enunciazione. Definisco questo lato della concezione lacaniana del soggetto — l’esclusione del singolare del soggetto dalla rappresentazione significante - come neoesistenzialista. Nessun significante esaurisce l’essere del soggetto. Se il significante padrone ipostatizza il soggetto, lo identifica, lo rappresenta alienandolo e alienandolo da sé lo rappresenta, lo fissa, proprio per questo però lo manca costantemente, non riuscendo mai a rappresentarlo esaustivamente.
Lacan pone come identificazione costituente il tratto unario che ipostatizza il soggetto vincolandolo ad un significante padrone, cioè ad un significante che innesca la ripetizione. Ma questa ipostasi è il contrario dell’alienazione significante. E’ per Lacan un tempo mitico dove il soggetto consiste proprio laddove si subordina integralmente al significante padrone. L’identificazione a S1 abolisce il soggetto perchè lo riduce, solidificandolo, ad un essere che consiste. Questa coagulazione del soggetto precede l’effetto-soggetto dell’alienazione, cioè la sua perdita d’essere in cambio del senso. La soggettivazione non è forse l’assunzione di questa soggezione fondamentale? La differenza si produce solo nella forma dell’assoggettamento. Il soggetto è sempre eccentrico al potere rappresentativo e assoggettante del significante.
Dunque, la soggettivazione suppone e non esclude l’alienazione. Ma l’alienazione lacaniana non riprende affatto, come accennavo, il modello hegeliano-marxista dell’alienazione. L’alienazione di Lacan indica non tanto lo smarrimento, l’estraneazione del soggetto dalla sua propria essenza, ma una condizione strutturale perchè il soggetto non è nulla al di fuori dell’alienazione. Non c’è soggetto che non sia preso nell’alienazione fondamentale della sua immagine. Non c’è soggetto che non sia fabbricato dall’azione del significante. La priorità non è dell’essenza ma dell’Altro. L’Altro viene prima del soggetto e lo subordina. E questa priorità esercita un’azione causale. L’azione della struttura separa il soggetto da se stesso, nel senso che un soggetto — a causa del linguaggio - non è mai ciò che è ma è sempre rappresentato da un significante per un altro significante. Il suo essere è sospeso alla sua rappresentazione. Qui possiamo isolare la funzione del linguaggio che per Lacan non è dimora dell’essere ma taglio, ferita, rottura, separazione del soggetto dal proprio essere, da un essere che in realtà non è mai proprio.
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