03. La melanconia freudiana

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Facciamo un piccolo esercizio teorico e proviamo a riprendere, seppur brevemente, Lutto e melanconia di Freud. Solo se, infatti, si riprendono le tesi centrali di questo straordinario testo di Freud potremo apprezzare fino in fondo il movimento ulteriore che Lacan imprime alla riflessione freudiana sulla melanconia.
Lutto e melanconia è un’opera che precede di poco lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, è un testo che interroga il problema della melanconia alle soglie della prima guerra mondiale. Limitiamoci a fissare alcuni punti decisivi. Innanzitutto la distinzione tra depressione, melanconia, lavoro del lutto e mania che sono i quattro concetti cardine di questo testo. Secondo Freud l’affetto depressivo ha come condizione la perdita dell’oggetto. Non di qualunque oggetto, ma la perdita di un oggetto che ha la caratteristica, scrive Freud, di essere sovrainvestito narcisisticamente. Dunque l’affetto depressivo sarebbe la reazione soggettiva alla perdita di un oggetto non qualunque del mondo, ma di un oggetto che il soggetto sovrainveste narcisisticamente e la cui perdita, afferma Freud, comporterebbe una emorragia libidica, uno svuotamento di senso del mondo intero. Con la perdita di quest’oggetto si perde la funzione di ritorno narcisistico che l’oggetto garantiva al soggetto. In questo caso, quindi, perdere l’oggetto significa anche perdersi, perdere una parte di sé. Questa secondo Freud è una legge fondamentale nella strutturazione della soggettività umana. Sempre la perdita dell’oggetto, per esempio, se seguiamo alla lettera Freud, la perdita del seno, comporta la perdita del soggetto, di una parte di esso, poiché l’oggetto è effettivamente una parte, un pezzo, del soggetto. Su questo tema, come abbiamo visto l’anno scorso, Lacan imposta tutto il problema della separazione come separtizione (sépartition). Dunque l’affetto depressivo è una reazione soggettiva inevitabile di fronte alla perdita dell’oggetto investito narcisisticamente; è la reazione soggettiva di fronte all’apparizione di un buco nel mondo, in quanto nella depressione, secondo Freud, è il mondo che si svuota. L’esperienza depressiva ci confronta con un buco nel mondo, con un vuoto nel mondo. È il mondo che si svuota di senso. Niente senza di lei o di lui è più come prima. Il mondo non è lo stesso mondo. L’affetto depressivo sorge nella constatazione che il mondo non è più come prima. Ebbene questo affetto che porta con sé uno svuotamento libidico e di senso del mondo, può essere trattato in tre maniere differenti. Freud definisce questi tre possibili trattamenti dell’affetto depressivo come mania, melanconia e lavoro del lutto.
La mania, secondo Freud, sarebbe una difesa rispetto all’esperienza della perdita dell’oggetto e questa difesa (questo tema verrà ripreso ampiamente da Melanie Klein) si configura come un vero e proprio negazionismo. In atto è una scotomizzazione che nega il reale implicato nella perdita; non è accaduto nulla, non si è perduto nulla, tutto è come e meglio di prima…. Da questo punto di vista la mania e la dimensione di euforia permanente che l’accompagna consiste proprio nella negazione dell’esperienza traumatica della perdita. La mania tende piuttosto a produrre la sostituzione compulsiva dell’oggetto al posto della simbolizzazione della sua perdita irreversibile. Se volete questa dimensione della sostituzione febbrile e incalzante la ritroveremo nella riflessione di Lacan sulla mania, ma è anche un tema che attraversa i nostri tempi. Il discorso del capitalista è affetto da una maniacalità di fondo che offre l’oggetto come sostituto artefatto dell’oggetto perduto. Ma torneremo su questo problema quando affronteremo la definizione che Lacan dà della mania. Rimaniamo su Freud. La mania è una reazione possibile, patologica per Freud, alla perdita d’oggetto e all’affetto depressivo che essa suscita: il soggetto non si incammina nel lavoro del lutto, non prende la via difficile del lavoro del lutto, non tiene vicino il mortuum, come diceva Hegel. La mania è piuttosto un antilavoro. In questo senso la mania è sempre senza inconscio. È un’apologia dell’io e della sua follia.
L’altra via patologica rispetto all’esperienza della perdita è la via melanconica, che Freud definisce, in modo enigmatico, come un lavoro (Arbeit). Freud parla dell’esistenza di un "lavoro melanconico". Dunque la mania allude ad un antilavoro mentre la melanconia ad un lavoro. Questo significa che il melanconico, che è un soggetto passivo, senza vita, mortificato, triste, schiacciato dall’ombra del passato, senza avvenire, è, paradossalmente, un soggetto al lavoro. E quale sarebbe il lavoro melanconico? Secondo Freud consisterebbe "nel preservare la pertinace adesione all’oggetto". La risposta melanconica alla perdita è, dunque, una risposta adesiva che tende a trattenere l’oggetto al punto che, come scrive Freud in una frase molto nota, "l’ombra dell’oggetto cade sull’Io". Come vedete è proprio da qui che Lacan recupera l’idea della melanconia come trionfo dell’oggetto. L’oggetto non è perduto, ma cala la sua ombra sull’io. L’oggetto è cioè sempre presente, aderisce pervicacemente al soggetto. È sempre presente nei pensieri del soggetto. L’oggetto perduto non è lasciato essere assente, ma l’assenza diventa una forma allucinata della presenza. L’assenza è la forma della presenza dell’oggetto perduto e il soggetto vi si trova come risucchiato. In questo senso l’oggetto è sempre presente e trionfa sull’io. Lo vedremo meglio più avanti quando parleremo del rapporto tra melanconia e sublimazione nel senso che il vuoto melanconico, l’esperienza del vuoto nella melanconia, è, in realtà, l’esperienza di un pieno. Non è l’esperienza autentica del vuoto. Non è esperienza autentica dell’assenza, perché non c’è lavoro del lutto. Perché il lavoro del lutto viene ostacolato dal lavoro melanconico come lavoro finalizzato a preservare l’oggetto e a rigettarne l’assenza, come lavoro di pura conservazione, dunque come un antilutto. Il lavoro melanconico è un lavoro delirante perché ogni cosa diventa la Cosa perduta, un segno della Cosa perduta. L’io melanconico appare, in effetti, come scrive Freud, sopraffatto dall’oggetto.
Ma cosa sarebbe allora il lavoro del lutto? Esso si configura come un’alternativa sia al negazionismo della mania sia al lavoro melanconico che punta a fare esistere eternamente l’oggetto perduto.
Il lavoro del lutto sarebbe la possibilità di simbolizzare la perdita, di attraversare il dolore, l’esperienza del negativo, ricostruendo la possibilità dell’esperienza libidica del mondo. Nella melanconia invece il lavoro del lutto non avviene. Prevale lo stato luttuoso senza lavoro che caratterizza la posizione del soggetto melanconico. Perché il lavoro del lutto non può attuarsi nella melanconica? Perché, secondo Freud, diversamente dalla depressione, nella melanconia non è il mondo che si svuota ma è l’io che si svuota e l’io si svuota perché sull’io cade l’ombra dell’oggetto. L’oggetto, insomma, prende il posto dell’io spodestandolo. L’oggetto perduto, sempre presente, occupa, invade letteralmente lo spazio del soggetto. Trionfa sul soggetto. Viceversa il lutto come lavoro sarebbe la possibilità di realizzare una simbolizzazione della perdita che si apre nel mondo. Per questo Lacan potrà dire che il lutto è il rovescio della forclusione. Perché il lutto sarebbe il rovescio della forclusione? Vi ricordo che per Lacan la forclusione è il processo costitutivo della psicosi. Perché nella forclusione ciò che è bucato, ciò che è assente, concerne il simbolico. Ciò che è bucato è il simbolico che manca del significante fondamentale che sostiene l’ordine stesso della realtà e cioè il singnificante del Nome del Padre. Nella forclusione psicotica ciò che manca è un significante, un significante particolare, il significante guida, il significante che struttura l’insieme dei significanti, il significante che sostiene l’esperienza della realtà. Questa mancanza genera degli effetti di ritorno nel reale di questo stesso buco. Quindi abbiamo una mancanza simbolica e un ritorno nel reale di questa stessa mancanza. Ritorno nel reale che secondo Lacan inquadra tutti i fenomeni elementari tipici della psicosi (allucinazione, delirio e passaggio all’atto). Nel lutto invece la mancanza non è dell’ordine simbolico ma reale. Lei è morta. Non c’è più. Non la incontrerò più, non ascolterò più il tono della sua voce, non incontrerò più il suo sguardo, non sentirò più il suo profumo. Lui è scomparso, sparito, portato via. Il mondo non è più lo stesso. Il mondo è vuoto. Dunque la perdita dell’oggetto non apre un buco nel simbolico ma ci confronta con un buco reale. Se, dunque, il buco è reale è il simbolico che deve essere mobilitato per ricostruire un’esperienza possibile del mondo. Il buco della perdita dell’oggetto è reale e il lavoro del lutto è simbolico. Mentre la forclusione, diversamente dal lutto, sarebbe un ritorno nel reale del buco – l’assenza forclusiva del Nome del Padre - che è nel simbolico. È per questo che Lacan mette in alternativa la forclusione e il lutto come se fossero l’uno il rovescio dell’altro.
Cosa sarebbe dunque il lavoro del lutto in Freud? Sarebbe quel lavoro simbolico, Freud lo definisce "psichico", che rende possibile una introiezione della perdita, una sua simbolizzazione.. Questo lavoro psichico ha alcune caratteristiche fondamentali che Freud esamina con grande precisione. Si tratta di una lavoro psichico che comporta memoria, dolore e tempo. Usa l’espressione "lasso di tempo" per definire quel supplemento di tempo che il lavoro del lutto esige. Cosa significa? Significa che non esiste lutto rapido perché i lutti rapidi sono, in realtà, risposte maniacali all’affetto depressivo legato alla perdita dell’oggetto. Il lutto esige lasso di tempo, supplemento di tempo, un più di tempo. Ancora una volta si potrebbe dire che il discorso del capitalista è avverso all’esperienza del lavoro del lutto perché utilizza l’offerta dell’oggetto come alternativa all’esperienza dell’assenza dell’oggetto. Molti adolescenti, per esempio, arrivano dalle prime esperienze amorose fino ai trent’anni senza alcuna discontinuità tra un oggetto e l’altro. Siamo di fronte a sostituzioni accelerate, iperattive dell’oggetto.
Non c’è lavoro del lutto che non implichi dolore. Il dolore è il segnale dell’incontro con il buco reale lasciato dall’oggetto. Il dolore implica un ritiro della libido dal mondo, una sua introversione. Il soggetto è assorbito dal dolore della perdita. Si ritrae dal mondo, si concentra su se stesso, sul suo lavoro psichico. Anche da questo punto di vista il discorso del capitalista prova a sviare l’esperienza dolorosa della perdita incoraggiando il ricambio continuo dell’oggetto e la sua funzione analgesica. Anziché muovere dal dolore psichico esso sostiene l’illusione che si possa sempre evitare il dolore, che il dolore non è vero.
L’altra grande caratteristica del lavoro del lutto è che si tratta di un lavoro della memoria. Non c’è lavoro del lutto senza memoria. Memoria dell’oggetto perduto; il lavoro del lutto implica ricordarsi, ripensare, rivedere, proiettare il film di come era, le tracce della sua presenza, i ricordi, la memoria volontaria, la memoria involontaria dell’oggetto. In Freud c’è una grande problematicità relativa al tema della memoria. Non si tratta di ricordarsi semplicemente di come era. La memoria per Freud è anche l’esperienza di una sorpresa. Qualcosa che appare al di là dell’intenzionalità. È memoria involontaria. Più radicalmente è impossibilità di dimenticare. La memoria freudiana custodisce questo tratto spettrale della memoria, del passato che non passa e ritorna. Custodisce la dimensione più assillante della memoria: l’impossibilità di dimenticare. Ma anche l’impossibilità di ricordare come vorrei ricordare. La memoria freudiana ha questo doppio statuto: non posso ricordarmi veramente come vorrei di chi non c’è più e non posso dimenticarmi di chi non c’è più. Quando il lavoro del lutto si realizza, quando può dirsi compiuto? Quando esso, sostiene Freud, dà luogo ad una liberazione della libido dai legami che la vincolavano all’oggetto perduto. La libido si deve poter staccare dall’oggetto perduto reinvestendosi così nel mondo. L’energia ritorna, "il vento del disgelo", di cui parla Nietzsche nella prefazione alla Gaia scienza, scioglie i ghiacci dell’inverno dando luogo al risveglio della primavera. Il ritorno della primavera, il vento del disgelo, sono possibili dopo la convalescenza del lutto. Solo dopo la convalescenza dell’inverno la vita può ritornare e, se seguiamo Freud, possiamo dimenticarci finalmente dell’oggetto perduto. Dopo averlo ricordato possiamo dimenticarlo e possiamo incontrare altri oggetti e reinvestire su di essi la nostra libido. Questo, se volete, è una certa idealizzazione freudiana del lavoro del lutto. L’idea che il lavoro del lutto non lasci resti, che sia un lavoro che possa dissolvere ogni legame con l’oggetto perduto senza lasciare resti. Vedremo, invece, come in Lacan il tema del resto occuperà un posto centrale. Ma in Freud la separazione dall’oggetto perduto sembra senza resti. Se il lavoro del lutto si compie, la separazione non lascia resti, la libido è libera, il vento del disgelo spazza via le nubi dell’inverno. L’io si libera dall’ombra dell’oggetto.
A questo punto potrei introdurre un tema clinico che mi limito ad evocare perché è un tema che interessa molti di noi. Si tratta del tema della somatizzazione o, se si preferisce, del rapporto tra somatizzazione e separazione, del rapporto tra somatizzazione e lutto. In effetti si potrebbe dire che la somatizzazione può essere la cicatrice di un lavoro del lutto compiuto che segnala il fatto che non può esistere un idealismo del lutto e che la perdita dell’oggetto lascia necessariamente un resto, un segno indelebile, un corpo estraneo, una traccia. E magari un chirurgo completa il lavoro del lutto! Oggetti bizzarri, calcoli, pietre, resti di un lavoro della simbolizzazione, detriti che ristagnano nel corpo. Le somatizzazioni (macchie, nei, lesioni, ulcere) potrebbero avere questo rapporto stretto con la simbolizzazione, quando, per esempio, è in gioco una separazione rispetto ad un oggetto che, come precisa Freud sempre in Lutto e melanconia, può non essere un essere umano, ma anche un’istituzione o un ideale collettivo…Nella somatizzazione l’oggetto perduto può lasciare questa traccia pietrosa, non significante, dell’oggetto.
Per concludere dobbiamo sottolineare come la melanconia freudiana designi un’identificazione del soggetto all’oggetto perduto che non viene sufficientemente distinta dall’affetto depressivo. Nel melanconico e nel depresso saremmo ugualmente di fronte ad un deficit del lavoro del lutto, ad una difficoltà a procedere nella simbolizzazione della perdita dell’oggetto. Al posto del lavoro del lutto subentra un’identificazione all’oggetto che, se impedisce la sua perdita irreversibile, finisce per invadere il soggetto riducendolo ad oggetto ("l’ombra dell’oggetto cade sull’Io"). La melanconia freudiana scaturisce dunque da un’identificazione inconscia all’oggetto perduto. L’affetto depressivo non ha un’altra natura da questa. Il solo motivo discriminante resterebbe la tendenza transitoria di quest’ultimo di fronte alla tendenza cronicizzante della melanconia. Ma in entrambe risulterebbe comunque centrale il processo di identificazione narcisistica all’oggetto che annichilisce il lavoro simbolico del lutto rendendolo impossibile.

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Commenti

Buongiorno, si può avere la bibliografia del testo?

Trovo utile, in particolare, soffermarsi sul 'tratto spettrale della memoria' (freudiana), ovvero sul rapporto con un 'passato che non passa e ritorna'. Dimensione frequentemente osservabile nella pratica clinica. Credo che l'analista debba e possa fare i conti con la propria memoria, per poterne poi cogliere le talvolta assillanti dinamiche in atto nel paziente. Accettare, in sintesi, di non poter avere un controllo sulla memoria, accettare di dover rimanere in un territorio sdrucciolevole, tra l’impossibilità di dimenticare e l’impossibilità di ricordare come si vorrebbe. Umiltà e senso di realtà possono diventare utili collaboratori...


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