04. La lezione di Lacan sulle psicosi: paranoia e schizofrenia

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Lasciamo ora la mano di Freud per inoltrarci nel campo lacaniano. Lo faremo attraverso una sintesi panoramica della riflessione di Lacan sulle psicosi. Introduciamo il principio generale di questa riflessione: si tratta della biforcazione strutturale, proposta già da Freud, tra nevrosi e psicosi. Il punto di partenza freudiano che Lacan adotta è che non c’è continuità tra nevrosi e psicosi. Piuttosto c’è una discontinuità strutturale. Non ci sono nuclei psicotici della personalità. Nell’insegnamento di Freud e in quello di Lacan la psicosi esclude la nevrosi. La psicosi scaturisce dal processo della forclusione, mentre la nevrosi dal processo della rimozione.
Qual è la base freudiana di questo ragionamento di Lacan? La base freudiana di questo ragionamento è che bisogna distinguere due rimozioni differenti, come dichiara Freud stesso. Nel caso della nevrosi la rimozione è rimozione del desiderio inconscio, è rimozione di un moto del desiderio. Quello che la rimozione rimuove sarebbe un’istanza del desiderio. Nella psicosi invece non è il desiderio ad essere rimosso, ma la realtà stessa, o, se preferite, in termini lacaniani, il fondamento che struttura la realtà, cioè il Nome del Padre, cioè la castrazione simbolica. Freud parla di una rimozione della realtà. In un caso, quello delle nevrosi, avremmo al centro il soggetto del desiderio, mentre nell’altro caso – le psicosi – avremmo al centro il rapporto del soggetto con la realtà perché è il quadro stesso della realtà che viene meno, che si disgrega perché non c’è più il significante (Nome del padre) che lo sostiene.
A partire da questa discontinuità strutturale di nevrosi e psicosi – di rimozione e forclusione – la clinica lacaniana distingue le forme fondamentali della psicosi in paranoia, schizofrenia e melanconia. Vi propongo uno schema che può mettere un certo ordine nella riflessione di Lacan sulle psicosi. Potremmo individuare un postulato fondamentale per ciascuna famiglia (paranoia, schizofrenia, melanconia) al quale corrisponde un contenuto delirante specifico. Nella paranoia il postulato fondamentale sarebbe il postulato di innocenza. Il soggetto paranoico si presenta in effetti come il soggetto innocente. Dire che il soggetto paranoico è il soggetto dell’innocenza significa dire che nella paranoia l’esperienza della colpa è l’esperienza dell’Altro, è un’esperienza che resta impossibile da soggettivare; esiste un rapporto direttamente proporzionale tra il grado di innocenza del soggetto e il grado di colpevolezza dell’Altro. Più il soggetto si sente innocente più l’Altro è colpevole. Potremmo dire che quello che Lacan chiama il lavoro paranoico è il lavoro anti-analizzante per eccellenza perché se il lavoro dell’analizzante è il lavoro che questiona la colpa del soggetto, la sua responsabilità etica, il lavoro paranoico consiste nel trasferire la responsabilità nel campo dell’Altro, nell’accusare l’Altro di ogni indegnità. E da questo punto di vista la querulomania, oggi molto diffusa, si configura come una delle forme più pure della paranoia. Il soggetto querulomane interpella il tribunale, la legge, perché venga fatta giustizia, perché l’Altro corrotto, maligno, cattivo, sia punito. Possiamo dire ancora che il soggetto paranoico è veramente un soggetto senza inconscio perché anziché soggettivare la sua propria divisione la attribuisce proiettivamente all’Altro. Lacan lo teorizza apertamente nel Seminario XXIII quando parla della paranoia facendo un’autocritica rispetto ai suoi studi giovanili che interrogavano il rapporto tra la paranoia e la personalità. Dichiara di aver sbagliato a titolare la sua tesi di dottorato La paranoia di autopunizione e i suoi rapporti con la personalità perché la paranoia non ha rapporti con la personalità in quanto coincide con la personalità. Questo significa che la paranoia suppone l’immagine di un soggetto compatto, non-diviso, privo di inconscio. Personalità e paranoia coincidono teorizza Lacan. L’Altro del paranoico deve essere un Altro puro incorrotto, indiviso, non castrato. Il paranoico non tollera la minima sbavatura nell’Altro. Se appare una sbavatura nell’Altro, se l’Altro mostra la sua castrazione, l’Altro diventa il luogo maligno del godimento che tormenta il soggetto. Il luogo dell’Altro si anima persecutoriamente. In questo senso Lacan può dire che nella paranoia il godimento viene identificato con il luogo dell’Altro.
Facciamo due esempi storico-filosofici di questa identificazione dell’Altro come luogo incorrotto della legge di cui il paranoico ha esigenza. Possiamo pensare a Hitler. Il rapporto che Hitler stabilisce con la Natura e con l’ideale della razza ariana cerca di far esistere un Altro incorrotto, senza sbavature, puro, non intaccato dal godimento. Di qui l’idea delirante che l’Altro della Natura e della Storia gli ha consegnato una missione che è quella di salvare la Germania dalla corruzione comunista e ebraica. Il secondo esempio potrebbe essere quello di Rousseau, il quale, come mostra bene uno studio notevole di Colette Soler, pone lo stato di natura e l’idea di una "volontà generale" come una Legge che sovrasta il soggetto, come Legge della Legge, dando luogo ad una rappresentazione paranoica del luogo dell’Altro.
Allora nella paranoia dobbiamo mettere l’accento su postulato di innocenza. La colpa è sempre dell’Altro. Anche il nevrotico va in questa direzione. Il nevrotico lavora per attribuire la colpa all’Altro sin da bambino. L’attribuzione della colpa all’Altro è trasversale dal punto di vista clinico. Appartiene probabilmente alla struttura dell’essere umano rispetto a cui il lavoro analitico è in controtendenza perché porta il soggetto ad assumere la propria responsabilità. Cosa differenzia però la nevrosi dalla paranoia? Nella paranoia c’è una certezza inconfutabile, antidialettica nell’attribuzione della colpa all’Altro e nel postulato di innocenza assoluta del soggetto. Il nevrotico invece oscilla: vede la sua responsabilità anche se poi può provare a chiudere gli occhi, a non volerne sapere; poi di nuovo torna a vedere e a richiudere gli occhi, a non volerne sapere nel senso della rimozione. Insomma nella nevrosi il rapporto del soggetto con la sua colpa può essere un movimento intermittente. Potremmo dire che un’analisi finisce quando questa intermittenza non c’è più e il soggetto mangia integralmente il proprio Dasein – come disse una volta Lacan - quando mangia integralmente il proprio esserci, la propria esistenza. E proprio perché mangia tutta la merda della propria esistenza che forse riuscirà a smettere di mangiare quella degli altri…
Quale sarebbe dunque il contenuto del delirio paranoico? Se il postulato è di innocenza, il contenuto del delirio è semiotico. La paranoia è una semiosi infinita. Freud sostiene che vi sia un rapporto stretto tra filosofia e paranoia. L’esperienza paranoica del mondo consiste nel porre il senso dappertutto, come dichiarava il presidente Schreber; per il paranoico, come si esprime Lacan nel Seminario III, "tutto è segno". Tutto è significazione. L’esperienza del non senso, come afferma Lacan sempre a proposito di Schreber, viene abolita. Questo significa che tutto è senso, che il senso prolifera smisuratamente. Il mondo del paranoico è un mondo dove il senso non trova il suo limite e diventa esso stesso un oggetto persecutorio.
Quale sarebbe invece il postulato fondamentale della schizofrenia? Nella schizofrenia il problema è che c’è piuttosto un’assenza di postulato fondamentale, ma se dovessimo comunque provare a definirlo, potremmo dire che si tratta di un postulato di inesistenza. Questo significa che il soggetto schizofrenico appare come un soggetto frammentato, senza forma, volatile, sparpagliato, dissociato perché la schizofrenia è essenzialmente un’esperienza di perdita e di frammentazione dell’identità, di disgregazione dell’immagine stessa del proprio del corpo, del corpo a pezzi (corp morcelée) .
Nell’esperienza schizofrenica del mondo il centro non è occupato, come nella paranoia, dal senso. Nella paranoia il centro è occupato dal senso e il delirio è semiotico perché tutto ha un senso. Nella schizofrenia il centro non è occupato dal senso ma dall’esperienza del corpo. Per lo schizofrenico il corpo, il proprio corpo, non sta insieme, ma tende a disgiungersi, a frammentarsi. Allora lo schizofrenico può inventare strategie differenti per tenere insieme un corpo che, come se fosse mercurio (è un’immagine di una mia paziente schizofrenica), sfugge da tutte le parti.. Lacan nel Seminario I sostiene che lo schizofrenico non ha accesso all’immaginario, nel senso che non riesce a guadagnare un’immagine narcisistica sufficientemente stabile per ordinare il campo pulsionale del proprio corpo. Nello schema del vaso di fiori rovesciato questo significa che i fiori e il vaso non stanno insieme. I fiori – ovvero gli oggetti pulsionali - non entrano nel vaso, non si integrano, ma restano sparpagliati fuori dal vaso. Non c’è integrazione tra il campo narcisistico e quello pulsionale. Lacan precisa: se nella paranoia il godimento è identificato con il luogo dell’Altro, nella schizofrenia il godimento è sovrapposto al corpo, cioè ristagna nel corpo, non è separato dal corpo. Questo è un punto che ci interessa molto per capire l’enigma della melanconia che è un’altra forma di non separazione del godimento dal corpo. Questo ristagno del godimento nel corpo, questa non-separazione del godimento dal corpo, spiega i deliri di molti schizofrenici che dicono di sentire il proprio corpo come il corpo di un animale, o il corpo preda di un’energia illimitata, potente, straripante, che non si può governare, dunque un corpo dove il godimento non è castrato, dove il godimento non si localizza nel quadrilatero delle zone erogene (orale, anale, scopico, uditivo) ma è come sparpagliato nel corpo.

Nella clinica della schizofrenia è difficile trovare un postulato fondamentale perché nell’esperienza schizofrenica niente è vissuto come stabile e sicuro. Non c’è alcuna esperienza della certezza se non relativa all’incontro con il reale che si dà nelle allucinazioni. Mentre nella paranoia la certezza assume la forma della colpa dell’Altro, nell’esperienza schizofrenica del mondo la certezza non esiste e il mondo "entra in uno stato di dissolvenza", come si esprime Eugenio Borgna nel suo lavoro sulla schizofrenia. Dov’è l’esperienza della certezza schizofrenica? L’allucinazione è la sola esperienza che il soggetto schizofrenico fa della certezza. Il contenuto delle allucinazioni è "certo" nonostante la sua bizzarria estrema. Allora potremmo dire, proseguendo nella costruzione del nostro schema, che nella schizofrenia il corpo viene al posto che il senso occupa nella paranoia. Il postulato schizofrenico non è "tutto è segno", il contenuto del delirio non è semiotico, ma somatico. C’è, in effetti, un delirio somatico nella schizofrenia che ha come tema centrale il corpo in frammenti.
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