05. Il postulato melanconico come postulato di indegnità

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Nella melanconia il postulato fondamentale non è quello d’innocenza (paranoia) e non è nemmeno quello di inesistenza (schizofrenia). Il postulato fondamentale della melanconia è il postulato di indegnità. L’esperienza clinica ci insegna che se c’è un fenomeno elementare nella melanconia è il fenomeno della colpa come manifestazione dell’indegnità del soggetto. Nella melanconia, diversamente dalla nevrosi dove è centrale il tema del senso di colpa, l’esperienza della colpa appare come disgiunta dall’esperienza del senso. Non c’è senso di colpa nella melanconia, ma c’è piuttosto un’esperienza della colpa come materializzazione, manifestazione diretta del senso di indegnità che affligge il soggetto. Nella melanconia la colpa non è in una relazione inconscia con il desiderio (come accade invece nella nevrosi) ma è ciò che segnala l’indegnità fondamentale del soggetto.
Il postulato di indegnità si contrappone a un primo sguardo al postulato di innocenza tipico della paranoia. Cosa è in gioco nell’esperienza dell’indegnità melanconica? Nella nevrosi il soggetto può benissimo vivere un’esperienza di indegnità anche quando si sente amato. "Non sono degno di lei"; può essere un’affermazione che intercettiamo facilmente nella clinica della nevrosi. Ma questa indegnità appare legata a doppio filo al fallo, nel senso che è una manifestazione di un senso di insufficienza fallica, dunque è una versione della castrazione immaginaria. La formula che Lacan adotta nel Seminario VIII per definire la melanconia può effettivamente prestarsi a definire un vissuto transclinico. "Io non sono niente" è un enunciato che possiamo declinare in modi molto diversi. Tutti noi abbiamo fatto questa esperienza del sentirci niente, soprattutto, direbbe Freud, quando l’oggetto narcisisticamente sovrainvestito ci ha abbandonato. Da questo punto di vista l’affetto depressivo segnala l’emergere del sentimento di essere niente, di non valere niente, di svalorizzazione fallica della propria esistenza. Dove c’è depressione c’è sempre questa esperienza di sentirsi niente. Ma qual è la differenza tra il sentirsi niente dell’affetto depressivo e il sentirsi niente proprio della melanconia? È la dimensione della certezza. È la certezza della coincidenza reale tra il proprio essere e il niente. È, in altre parole, porre la propria indegnità come un postulato fuori discussione, privo di dialettica, inamovibile, inscalfibile. Questa indegnità – l’indegnità melanconica – diversamente da quella nevrotica non è mai reversibile. C’è un’inflessibilità nella postulazione melanconica dell’indegnità. Nel Seminario X dedicato al tema dell’angoscia Lacan ci offre due termini centrali per cogliere la struttura della melanconia. I due termini sono: "mondo" e "scena del mondo". La scena del mondo è il teatro in cui il mondo accade. È il teatro simbolico e immaginario che incornicia il reale nel quadro della realtà. Si potrebbe dire così: il mondo è una scena e noi siamo su questa scena all’interno delle coordinate simbolico-immaginarie costanti che strutturano questa scena. La scena del mondo è ordinata e noi siamo sulla scena del mondo, dentro una trama di senso. Come direbbe Paul Ricoeur noi siamo sempre dentro un racconto, inseriti in una narrazione. E facciamo parte di questa narrazione. Mondo, invece, è per Lacan un nome del reale. Il mondo è fuori dalla scena del mondo. Mondo qui non è da intendersi in senso heideggeriano come un orizzonte entro il quale avviene l’esistenza, ma è da intendersi piuttosto come lo si intende in certe espressioni del senso comune. "È nel suo mondo"; "è perso nel suo mondo"; "è chiuso nel suo mondo". Da questo punto di vista potremmo dire che l’autismo è l’esperienza clinica più forte dell’essere nel proprio mondo e fuori dalla scena del mondo.
Anche nella nevrosi possiamo trovare un’oscillazione tra scena del mondo e mondo. Quante volte ci siamo rifugiati nel nostro mondo? I bambini spesso vivono nel proprio mondo. Soprattutto quelli più angosciati. Ma nella clinica della nevrosi scena del mondo e mondo sono sempre in una relazione dialettica. Siamo nella scena del mondo, possiamo uscire dalla scena del mondo per chiuderci nel nostro mondo, possiamo tornare su questa scena, sulla scena del mondo…C’è una porosità, una fluidità nello scambio. La tristezza non psicotica è l’esperienza di essere chiusi nel proprio mondo, provvisoriamente fuori dalla scena del mondo. Tanto è vero che se uno fa una battuta di spirito ad un soggetto afflitto, triste, depresso questi tende a non ridere, a non sanzionare con il riso il legame con la parola dell’Altro, tende cioè a restare nel proprio mondo. Ebbene nella melanconia il soggetto cade fuori dalla scena del mondo. Ecco perché il passaggio all’atto suicidario è uno degli indici diagnostici della melanconia. Tutti i tratti tipici della fenomenologia della melanconia (senso di colpa, tristezza vitale, passaggi all’atto suicidari, delirio di rovina e di autoaccusa) sottolineano questa sconnessione del soggetto dalla scena del mondo. Certo, il passaggio all’atto suicidario esibisce questa sconnessione del soggetto dal campo dell’Altro nella forma più drammatica. Esso segnala precisamente la caduta del soggetto fuori dalla scena del mondo. Ecco perché Lacan sottolinea come il suicidio melanconico "prediliga" la defenestrazione. Perché la defenestrazione è saltare fuori dalla scena del mondo, uscire dal quadro della realtà, sconnettersi dal sistema dei significanti che strutturano quella scena. Non la pistola, non le lamette, non l’abuso di farmaci ma la finestra: catapultarsi fuori dalla scena del mondo. Il passaggio all’atto suicidario melanconico è un ritorno nel reale della certezza di indegnità.
Cosa troviamo al centro del delirio melanconico? Non troviamo la centralità del senso (paranoia) e non troviamo la centralità del corpo in frammenti (schizofrenia) - anche se nella clinica della melanconia il corpo occupa un posto importante - ma troviamo la centralità dell’esistenza in quanto tale. Cosa significa? Significa che la melanconia mette al centro l’esistenza che per Lacan non è da confondersi con l’essere. L’essere, se si vuole, è il luogo della scena del mondo. L’esistenza invece è il luogo del mondo. L’esistenza è sprovvista di senso, afferma Lacan. È la nuda vita di cui parla Agamben. L’esistenza come tale è una protuberanza, una muffa, una contingenza superflua. L’esistenza, scrive Freud in Lutto e melanconia, è "una povera cosa". Lacan la definisce come "stupida e ineffabile". In un libro che ho amato e continuo ad amare molto che è un romanzo filosofico del 1938 titolato La nausea di Sartre, e che non a caso Sartre avrebbe voluto titolare Melanconia, ci imbattiamo in una famosa scena in cui il protagonista si trova nella solitudine sempre un po’ strana di un giardino pubblico e resta ad osservare la massa amorfa e grinzosa di una radice di castagno che gli appare come manifestazione bruta dell’esistenza, del reale dell’esistenza sganciato da ogni significazione possibile. Antonie Roquentin, il protagonista del romanzo, fa cioè esperienza di uno scollamento spaesante di questa massa informe e priva di senso dal sistema canonico delle nominazioni, da tutte quelle nomenclature che inquadrano nella finestra della realtà, sulla scena del mondo, quella cosa come una radice. L’esperienza della nausea sartriana è cioè l’esperienza dello scollamento del linguaggio dall’esistenza, dove l’esistenza si palesa come una eccentricità che il linguaggio non è in grado di addomesticare. Quella massa informe, nodosa, grinzosa come una pelle di elefante, cos’è se non la posso più chiamare "radice"? Se il nome si stacca dalla cosa? Se non posso più usare il linguaggio della biologia o della scienza per inquadrarla? Cos’è dunque questa cosa nella sua nuda esistenza? È pura esistenza. L’esistenza come un reale che si sgancia dal linguaggio, che si sconnette dalla rete dei significanti e che dunque appare come qualcosa di assurdo, di troppo, di superfluo, senza diritto, senza senso.
L’esperienza melanconica dell’esistenza è l’esperienza dell’esistenza come radice, come massa informe , come scarto, come rifiuto. È esperienza della propria vita come assurdità priva di senso, come muffa, come bruta contingenza, come detrito dell’essere. È l’emergenza di questa esistenza che costituisce il fenomeno elementare della melanconia. La colpa interviene a questo punto; è colpa inesauribile di esistere, è una colpa associata non al desiderio ma all’esistere. Allora il contenuto del delirio melanconico non è semiotico (paranoia), né somatico (schizofrenia) ma morale. È una tesi che troviamo già in Lutto e melanconia: la melanconia è un delirio morale. La colpa è il suo tema centrale.

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