06. Il corpo nella melanconia: la coincidenza con l’oggetto piccolo (a)

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Quando poniamo al centro della melanconia l’esistenza come resto, dobbiamo distinguere questo resto dal resto del desiderio. Per Lacan il desiderio è, infatti, un resto; il desiderio è ciò che resta una volta soddisfatta la domanda, come dimostra bene l’isteria o come dimostra bene anche l’anoressia. La soddisfazione della domanda lascia sempre un resto e questo resto è nella nevrosi la dimensione da cui scaturisce il desiderio che è, precisa sempre Lacan, al di là della domanda. L’esistenza come resto della melanconia non è in rapporto al desiderio. Qui il resto sembra occupare tutta la scena del soggetto. Il resto diventa l’esistenza stessa. L’esistenza si manifesta come resto, rifiuto, scarto, come merda… Non è un caso che nella melanconia, dal punto di vista psicopatologico, non esiste esperienza dell’allucinazione così come questa può caratterizzare l’esperienza schizofrenica. È vero però che conosciamo come in certi quadri estremi di melanconia, l’allucinazione investa il corpo, non nella forma schizofrenica della frammentazione, cioè della disunione e della disgregazione, del corpo che non sta insieme, ma, se volete, nella versione ipocondriaca del corpo. Non l’ipocondria immaginaria della nevrosi, di cui Molière fa il ritratto straordinario nel suo Il malato immaginario. Dobbiamo infatti distinguere l’ipocondria immaginaria, che è l’ipocondria di Molière, dunque la paura di avere dei mali nel corpo che può dar luogo a delle sensazioni che non riflettono la lesione, che non esiste, dell’organo, dall’ipocondria melanconica che invece implica l’esperienza della decomposizione del corpo o se preferite della putrefazione del corpo in certi nei casi estremi che vengono classificati sotto la sindrome di Cotard. La putrefazione del corpo, cioè la sensazione che i propri organi interni, per esempio, marciscano. Oppure, come avveniva in un caso clinico, la sensazione di emanare un odore di merda. Questa percezione allucinatoria di tipo olfattivo caratterizzava la melanconia di un soggetto e lo metteva in imbarazzo nel trovarsi sulla scena del mondo e percepire che gli altri potevano sentire l’odore di merda che il suo corpo emanava… L’odore, in effetti, non è un oggetto piccolo a, perché l’odore in questa esperienza melanconica del corpo non è un oggetto che si può separare, staccare dal corpo. Come sappiamo l’oggetto piccolo (a) ha come caratteristica la sua possibile separtizione dal corpo del soggetto. Il seno e le feci, freudianamente, sono oggetti separabili. L’odore invece, nel caso di questo paziente, aderisce al corpo. Non si può staccare dal corpo, è il corpo, è la sua esistenza. Possiamo reperire qui un’analogia con l’esperienza schizofrenica del corpo. In entrambe il godimento si deposita nel corpo e non può staccarsi dal corpo. Nello specifico nella melanconia questo ristagno della libido può dare luogo alla marcescenza del corpo come avviene, appunto, nella sindome di Cotard. In primo piano è l’esistenza come muffa e non l’oggetto piccolo (a). In altre parole, l’oggetto piccolo (a) non si può separare dal corpo perché coincide col corpo e il corpo nel suo insieme diventa l’oggetto scarto, l’oggetto rifiuto, il kakon, l’oggetto cattivo. 
Un’altra esperienza tipica del corpo melanconico è quella del vuoto. Anche il vuoto non è l’oggetto piccolo (a) perché la sensazione del vuoto che può pervadere il corpo del melanconico, per esempio nella clinica dell’anoressia melanconica ma non solo, la sensazione di essere un corpo spento, senza vita, privo del sentimento della vita, non si può separare dal soggetto perché coincide con l’esistenza del soggetto. Abbiamo la stessa difficoltà che si trova anche nella schizofrenia; come separare, staccare il corpo dal godimento? Certo, il godimento melanconico, diversamente da quello schizofrenico, non dà luogo alla frammentazione, ma alla emergenza dell’esistenza come melma, come putridume, come scarto.
Nella nevrosi il soggetto è sempre ad una certa distanza dal godimento (e può lamentarsi di questa distanza…). Questa distanza può assumere i modi isterici del rifiuto del godimento per preservare il suo desiderio, oppure quelli ossessivi nei quali spesso il soggetto crea degli esorcismi, dei rituali per addomesticare il godimento. Ma in entrambi i casi abbiamo una distanza che il soggetto introduce tra se stesso e il godimento. L’insoddisfazione isterica e la regolarizzazione dell’ossessivo sono due modalità di introdurre la distanza tra il corpo e il godimento. Ebbene nella melanconia questa distanza collassa e allora il corpo diventa puro oggetto di godimento, coincide con l’oggetto piccolo (a). È ciò che la clinica lacaniana riconosce come un tratto fondamentale della melanconia: l’identificazione all’oggetto piccolo (a). Ma forse più che di identificazione – la quale è un processo inconscio che implica un certo legame con l’Altro, dunque anche una differenza dall’Altro – dovremmo parlare di coincidenza con l’oggetto piccolo (a). Coincidenza significa che il soggetto è l’oggetto (a), è l’oggetto rifiuto. Di qui l’assenza di sentimento della vita, che, secondo Lacan, è il sintomo generale della psicosi, effetto della forclusione della significazione fallica. L’assenza di sentimento della vita, la devitalizzazione della vita e del corpo libidico, la tristezza infinita, senza limite, l’odore di putridume e il vuoto sono tutte esperienze del corpo marcate dall’impossibilità di situare l’oggetto piccolo (a) nel campo dell’Altro, dunque dell’impossibilità della separazione. Se sono una merda è perché le feci non si staccano dal corpo e non separandosi non erogenizzano l’ano, non lo costituiscono come una zona erogena, poiché la condizione di questa erogenizzazione è la separazione dall’oggetto. Il paziente melanconico è una merda perché coincide con l’oggetto piccolo (a).
Un’altra dimensione di questa coincidenza all’oggetto piccolo (a) è determinata dalla sensazione delirante di molti melanconici e che troviamo anche in letteratura in alcuni testi memorabili di Kafka tra i quali svetta Il cacciatore Gracco, di non poter morire, del dramma dell’impossibilità di morire. Nella melanconia questa sensazione di essere per un verso già morti e di essere al tempo stesso nell’impossibilità di morire segnala di nuovo questa coincidenza con l’oggetto piccolo (a). Proprio perché sono già morto non posso morire, cioè non posso separami dalla vita. L’impossibilità di morire è l’impossibilità di soggettivare la separazione. Si tratta di un’esperienza delirante che rovescia l’esperienza della morte come l’esperienza di una separazione. Il soggetto melanconico si pone come intrappolato, non può evadere da una vita che per lui è una vera e propria condanna a morte. Non può evadere perché non può morire.

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