07. Clinica della melanconia

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Quale sarebbe il processo causativo della melanconia? Cosa troviamo nella storia dei nostri pazienti melanconici? Ne abbiamo visti diversi nella presentazione dei casi clinici che coordinavo fino a un anno fa a Jonas Milano. Quali erano gli elementi fondamentali di queste storie? Cosa determinava queste melanconie? Intanto si poteva notare la presenza transgenerazionale della morte, di lutti, di incidenti, di traumi, di perdite, di bambini nati morti, di aborti, di suicidi, di malattie mortali... Qualcosa che evidenziava traumaticamente quella scissione tra l’esistenza e l’immagine narcisistica che dovrebbe invece proteggerla. Inoltre la presenza di un Altro sideralmente distante, compatto, freddo, chiuso nella sua perfezione ideale. Un Altro che non vivifica il soggetto permettendo una trasmissione fallica del desiderio. Le melanconie che incontriamo nella nostra pratica clinica non hanno però come tema centrale quello della colpa e dell’autoaccusa delirante. Piuttosto in Jonas incontriamo una melanconia atipica o, se si preferisce, forme neomelanconiche dove al centro non c’è il delirio morale tipico della melanconia freudiana ma il fenomeno della glaciazione del soggetto, del congelamento del desiderio, della forclusione del desiderio. L’anoressia, per esempio, sospinge proprio in questa direzione, nella direzione di una specie di glaciazione del desiderio. Non a caso Freud in un testo minore titolato Nevrosi di traslazione del 1905, che è un testo profondamente visionario dove si propone una sorta di genealogia mitologico-evolutivistica della psicopatologia, a quale tempo mitico dell’evoluzione umana fa corrispondere la melanconia? Risposta di Freud: all’epoca della glaciazione. Questa glaciazione del soggetto è dunque il tratto costitutivo delle melanconie atipiche, delle neomelanconie senza delirio di colpa.
Ma più in generale il tratto costitutivo della clinica della melanconia consiste nell’emergenza dell’esistenza al di là dell’immagine, scucita dall’involucro narcisistico che dovrebbe consolidarla nell’essere. Il fenomeno fondamentale della melanconia è l’esistenza che si manifesta come nuda vita, come protuberanza, come muffa, come incidente…Un altro elemento ricorrente che abbiano trovato è un certo tipo di Altro familiare che oscilla tra l’Altro ideale, irraggiungibile, perfetto, compatto, lontano e dunque freddo, inavvicinabile, assente, e un Altro vicino ma, come scrive Marie-Claude Lambotte, dallo sguardo vuoto. O la perfezione irraggiungibile o la dimensione dello sguardo assente, dello sguardo vuoto. È un’evidenza anamnestica alla quale la Lambotte, la cui teorizzazione generale della melanconia è criticabile perché non ne fa una psicosi, assegna un rilievo speciale.
Da questi due temi possiamo dedurre un motivo strutturale che caratterizza la melanconia, ovvero un difetto radicale nella costituzione dell’ideale dell’io. L’ideale dell’io è quella identificazione diversa da quella puramente narcisistico-immaginaria dell’io ideale, se è un’identificazione simbolica che è costituente rispetto a tutte le altre identificazioni. Lacan una volta la teorizza come tratto unario, cioè quell’identificazione che dà la base a tutte le altre possibili identificazioni e che rende il soggetto amabile ai propri occhi, cioè che gli conferisce un valore fallico. Se l’esperienza melanconica di sé è l’esperienza di essere uno scarto, un rifiuto, un detrito inumano allora si può dedurre che essa rivela un difetto strutturale nella costituzione dell’ideale dell’Io.
La costituzione dell’ideale dell’io viene illustrata da Lacan nel celebre schema del vaso di fiori rovesciato che trova nella Nota sulla relazione di Daniel Lagache un suo riferimento testuale importante. Non entro nel merito dell’esperimento ottico che egli utilizza come base concettuale perché non ne avrei il tempo. Si tratta comunque di un esperimento che promuove delle illusioni ottiche facendo sorgere degli oggetti a dimensioni naturali là dove non esistono di fatto. Mi voglio invece soffermare sul contenuto clinico che Lacan ricava da questa esperienza. Nell’esperimento ci sono due tipi di specchi: uno concavo e uno piano. Al posto di quello concavo Lacan situa lo sguardo del soggetto. È il luogo da dove il soggetto si guarda. All’interno dello specchio concavo c’è qualcosa che il soggetto, a causa della posizione che occupa, non può vedere, qualcosa di cui è impedita strutturalmente la visione. Lo sguardo del soggetto è invece diretto verso lo specchio piano. Non può vedere il contenuto dello specchio concavo, ma vede bene il riflesso dello specchio piano. Lo specchio concavo riflette un vaso e dei fiori che sono in un rapporto discordante, non integrati, scissi direbbero i post-freudiani. I fiori sotto, il vaso sopra. Il vaso sta per l’immagine narcisistica del corpo, mentre i fiori stanno per gli oggetti pulsionali: anali, orali, scopici e vocali. Attraverso questo esperimento Lacan si pone il problema di come gli oggetti pulsionali si possano integrare nell’immagine narcisistica del corpo data una loro iniziale eterogeneità. Un conto, infatti, è l’immagine del corpo e un conto è l’esperienza della pulsione. C’è un’eterogeneità tra l’esperienza della pulsione e l’esperienza narcisistica dell’immagine. Allora Lacan, riprendendo la sua elaborazione originaria dello stadio dello specchio, teorizza che ci vuole l’intervento di un Altro per consentire a questa integrazione.
Il reale è, se posso dire così, dentro lo specchio concavo; l’immagine che si proietta sullo specchio piano è un’illusione però è un’illusione fondamentale perché senza questa illusione non ci sarebbe identità, non ci sarebbe integrazione tra il campo narcisistico e quello pulsionale. Se volete lo specchio piano rappresenta lo sguardo dell’Altro come ciò che offre un sostegno all’illusione dell’immagine ideale che lo specchio restituisce al soggetto. In questo senso lo specchio piano è il luogo dell’Altro. È il luogo dello sguardo dell’Altro che consente l’integrazione tra gli oggetti pulsionali e l’immagine narcisistica. Questo Altro maiuscolo può essere la madre, il padre, insomma qualcosa che funzioni da specchio piano per il soggetto. Per Winnicott lo specchio piano è inequivocabilmente la madre, è lo sguardo della madre. Per Lacan vi possono essere diverse incarnazioni possibili dello sguardo istituente dell’Altro. È ciò che accade ogni volta che l’Altro svolge la funzione di risposta al soggetto che permette al soggetto stesso di integrare il campo narcisistico e il campo pulsionale dando luogo all’ideale dell’io. In particolare l’esperienza dell’analisi per Lacan ripropone lo schema del vaso di fiori rovesciato nel senso che nel luogo dell’Altro c’è l’analista che ha la possibilità di far oscillare lo specchio piano. L’analista è lo specchio piano ma ha la possibilità, essendolo nel transfert, di farlo oscillare. Quindi fa oscillare piano lo specchio piano, scusate il gioco di parole, per mostrare, per permettere al soggetto di vedere l’eterogeneità tra il campo pulsionale e il campo narcisistico che attraversa strutturalmente il soggetto. Ma questa oscillazione, dice Lacan, deve essere calcolata bene. Non può essere troppo violenta. Non deve essere uno smascheramento. Un soggetto arriva ad integrare le parti più scabrose di sé lentamente…Il soggetto deve poter scorgere il reale della sua esistenza, la funzione di copertura esercitata dall’immagine narcisistica, la forza della pulsione…ma non troppo rapidamente… Questo movimento dello specchio piano che l’analista è tenuto ad esercitare non è la funzione costante, con le oscillazioni ridotte al minimo, dello specchio piano che dovrebbe essere assicurata dall’Altro primordiale…
Cosa sarebbe allora la melanconia in questo schema? Possiamo supporre che lo specchio piano della melanconia abbia una sorta di buco, una macchia cieca, che non consente di riflettere l’ideale dell’io e di ricomporre così l’eterogeneità tra l’immagine e gli oggetti pulsionali che, dunque, rimangono discordanti come se ci fosse uno sfasamento nella risposta dello sguardo. Nell’anoressia, che come sappiamo è una patologia dell’immagine, troviamo spesso questo tratto melanconico. L’anoressia ha spesso a che fare con uno sguardo materno che non ha reso amabile il soggetto, che non ha risposto al suo sguardo, dunque con un punto vuoto nello specchio piano, con un difetto nella costituzione dell’ideale dell’io che dà origine a un’amplificazione estrema dell’ideale del corpo magro – dell’io ideale - come compensazione della non costituzione dell’ideale dell’io.

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