08. Il rigetto melanconico dell’inconscio

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Lacan in Televisione definisce la mania "un rigetto dell’inconscio"? Rigetto dell’inconscio significa pensare a soggetti senza inconscio, dove la rimozione non è attiva. Nella mania questo rigetto prende le forme di uno scorrimento senza punti di arresto, di una metonimia infinita non ancorata alla funzione dell’oggetto piccolo (a). Il soggetto si dissolve in una spinta infernale, in una eccitazione imparentata con la pulsione di morte. Dobbiamo pensare anche alla melanconia come una forma radicale di rigetto dell’inconscio. Al centro della melanconia in effetti non abbiamo l’esperienza del desiderio inconscio e della sua eventuale rimozione. Anzi, dovremmo porre nell’inesistenza del desiderio, o nella presenza di un desiderio morto, mortificato, assente un tratto clinico importantissimo per una diagnosi di melanconia. Qui possiamo scorgere qualcosa fondamentale del passaggio dalla melanconia freudiana alla melanconia lacaniana. Se Freud pone l’accento sul delirio morale di colpevolezza, per Lacan in gioco è una certa distorsione nel rapporto del soggetto col desiderio inconscio. Il rigetto dell’inconscio è, infatti, rigetto del desiderio. E allora ne deriva che il rigetto del desiderio sarebbe tutt’uno, almeno secondo Lacan, con l’assenza della dimensione etica della responsabilità o meglio con l’assenza dell’assunzione della responsabilità soggettiva nei confronti del proprio desiderio. Qui qualcosa cade e si perde. Lacan riprende e infonde un nuovo senso al discorso di Freud intorno alla natura morale del delirio melanconico. Per Freud la melanconia è un delirio centrato sull’autodenigrazione e sul senso di indegnità dove il soggetto si accusa di essere responsabile, per esempio nel delirio di rovina, di ciò che accade di terribile alla sua famiglia o nel mondo (tratto megalomanico).. La natura delirante di questa auto-accusa prescinde dalla responsabilità etica del soggetto. Egli si rimprovera di essere responsabile di tutto ciò che di negativo accade, si attribuisce responsabilità immaginarie di ogni genere, ma tutto questo non ha alcun rapporto con l’assunzione soggettiva della responsabilità etica. Per Lacan, infatti, questa responsabilità confronta il soggetto col proprio desiderio inconscio. Ma, come abbiamo visto, nella melanconia il desiderio è morto e l’inconscio rigettato. Dunque la caratteristica più rilevante della melanconia lacaniana è l’esistenza di una forclusione etica della responsabilità di fronte al desiderio. Lo abbiamo già sottolineato: la melanconia non è in rapporto alla problematica nevrotica dell’assunzione o meno del proprio desiderio. La clinica della nevrosi è una clinica dell’assunzione o meno del desiderio, nel senso che il soggetto nevrotico fatica ad assumersi il proprio desiderio essendo impegnato a soddisfare quello degli altri. Ed è per questo che l’affetto depressivo, secondo Lacan, sorge proprio là dove il nevrotico rinuncia ad assumere il proprio desiderio, cede sul proprio desiderio. Ed è per questo che Lacan recupera l’idea di San Tommaso e dei Padri della Chiesa secondo i quali la depressione sia da considerare innanzitutto come un peccato, come una "viltà morale". L’’accidia è infatti considerata un vizio capitale. Ma quale sarebbe la viltà morale della depressione? Per Lacan questa viltà consiste nell’indietreggiare rispetto al proprio desiderio. La depressione segnala l’allontanamento del soggetto dalla verità del proprio desiderio inconscio. E’ questa la dimensione nevrotica dell’affetto depressivo. E’ l’effetto di una rinuncia al desiderio ed è per questo che la depressione, secondo Lacan, è un peccato. Non è una degenerazione dell’umore, non è un venire meno della volontà, ma è un vero e proprio peccato morale. Un peccato di viltà: la viltà di cedere sul proprio desiderio. Tuttavia se passiamo dalla depressione nevrotica alla melanconia psicotica, nella melanconia non troviamo la viltà, non troviamo un evitamento della responsabilità, ma una forclusione etica della responsabilità. Il soggetto melanconico si colpevolizza non per non aver assunto il proprio desiderio, ma perché l’accesso stesso al desiderio è forcluso. E’ questo il cuore della clinica differenziale dell’umore, se volessimo usare un termine classico della psicopatologia. Da una parte l’affetto depressivo che segnala un arretramento etico del soggetto rispetto alla responsabilità che comporta l’assunzione del suo desiderio; dall’altra parte la struttura melanconica del soggetto come determinata dall’impossibilità di accedere al desiderio, dalla sua forclusione, dal suo annientamento. Se teniamo questa biforcazione come bussola allora le autoaccuse melanconiche esprimerebbero, come dichiara Lacan, il "trionfo dell’oggetto", nel senso che il soggetto si manifesta come totalmente coincidente con l’oggetto. Il luogo del soggetto diventa cioè il luogo della Cosa. E’ su questo punto che possiamo misurare tutta la distanza che separa la speculazione lacaniana da quella freudiana. Per Freud, infatti, il fenomeno dell’autoaccusa rivelerebbe non tanto la coincidenza con l’oggetto piccolo (a), o addirittura con la Cosa in quanto tale (coincidenza che implica, come abbiamo visto, il rigetto dell’inconscio), ma l’identificazione inconscia del soggetto all’oggetto perduto investito narcisisticamente. Questo significa che in Freud c’è un’incertezza, un’oscillazione teorica tra la nozione di melanconia come stato depressivo e come struttura psicotica. Se nel passaggio all’atto suicidarlo il soggetto, come sottolinea Freud, colpendo se stesso in realtà colpisce l’oggetto che l’ha abbandonato, rivelando in questo modo tutta l’aggressività trattenuta nell’affetto depressivo, al centro non c’è affatto la coincidenza identitaria alla Cosa, ma il rapporto con l’oggetto narcisistico e con il suo valore fallico. Quando invece affermiamo che il soggetto melanconico rifiuta, rigetta o forclude l’inconscio, al centro non c’è affatto l’identificazione narcisistica ad un oggetto, al quale è sospeso il valore fallico del soggetto, ma la coincidenza assoluta con l’oggetto piccolo (a) o, se si preferisce, con la Cosa primordiale. Perché con la Cosa? Perché in realtà l’oggetto piccolo (a), finendo per coincidere con l’esistenza stessa del soggetto, non si sposta nel campo dell’Altro. Resta più Cosa che oggetto; non si trasferisce nel campo dell’Altro, ma rimane incollata al soggetto come un godimento senza castrazione, adesivo, inerte. Non c’è, direbbe Lacan, transfert primario dell’oggetto nel campo dell’Altro. La Cosa non si frammenta nell’oggetto piccolo (a), non si delocalizza, non si trasferisce nel campo dell’Altro e dunque non può dare luogo al desiderio dell’Altro. Il soggetto, senza desiderio, resta solo la merda della Cosa. Allora nelle autoaccuse autenticamente melanconiche non troviamo, come pensava Freud, il rimprovero dell’oggetto, ma, seguendo Lacan, il trionfo dell’oggetto sul soggetto. Nella mania, come nella melanconia, il soggetto, come si esprime sempre Lacan, non è attrezzato di alcun piccolo (a). Questo significa che il desiderio non è attivo in quanto tale perché non c’è alcun oggetto investito della funzione di oggetto che causa il desiderio. E se non c’è nessun oggetto che causando il desiderio lo fissa nel quadro del fantasma, allora il soggetto, come avviene in modo eclatante nella mania, è consegnato alla metonimia pura, infinita e ludica della catena significante. Se il soggetto non è attrezzato dell’oggetto piccolo (a), cioè se il suo desiderio non è fissato fantasmaticamente su di un oggetto che lo causa, ma slitta metonimicamente da un oggetto all’altro, allora avremmo la dimensione infernale della mania. In questo senso per Lacan, diversamente da Melanie Klein, la mania non è una difesa dalla depressione e dalla pulsione di morte ma una sua manifestazione estrema. E’ ciò che sa bene e che sfrutta il discorso del capitalista; il suo tenore fondamentalmente maniacale consiste nel considerare la consumazione come un circuito di riciclo infinito del godimento dove il soggetto stesso si perde in questo consumo dissipativo di tutto.
Ricapitolando la tesi della melanconia come forclusione etica significa che nel melanconico l’esperienza del soggetto dell’inconscio, l’esperienza del desiderio, è annientata. Di qui il fenomeno elementare dell’autoaccusa che segnala che ciò che non è stato soggettivato, ovvero la responsabilità nei confronti del proprio desiderio, ritorna nel reale sotto forma di una colpa incalzante e spietata sostenuta e animata dal postulato di indegnità. Al posto dell’assunzione soggettiva del proprio desiderio avremmo allora la certezza delirante dell’indegnità che è l’effetto preciso del ritorno nel reale della responsabilità etica forclusa. Questo mi pare il fenomeno centrale nella melanconia. E qui dobbiamo poter stabilire tutta la differenza tra la depressione nevrotica e la melanconia psicotica.

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