04. Mascherata femminile e parata maschile

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Per Lacan il cosiddetto “genere” non investe l’essere, ma il sembiante. Non c’è l’essere l’uomo o donna ma un fare l’uomo o la donna. Fare la donna significa fare la “mascherata”, mentre fare l’uomo significa fare la “parata”. Dal punto di vista del sembiante mascherata e parata definiscono la posizione femminile e quella maschile. Fare la parata, afferma Lacan alla pag.26 del Seminario XVIII, è mostrare le piume, è fare il pavone. In questo seminario Lacan non ha ancora coniato il termine sessuazione. Lo conia solo nel Seminario XX. Fare la parata connota la posizione del maschio che esibisce la sua potenza fallica attraverso comportamenti che Lacan riconduce all’automatismo proprio dei comportamenti animali studiati dall’etologia. La parata è mostrare le piume, le medaglie accumulate, i significanti dell’avere. Il pavone per catturare la pavonessa mostra le piume colorate esibendo l’immagine della sua potenza fallica. La parata è mostrare quello che si ha, è mostrare il proprio avere, la potenza dell’avere. Non solo avere beni, proprietà, oggetti, ricchezza, denaro ma anche avere prestigio. Avere le piume più luccicanti dell’altro animale. La parata mette il maschio in rivalità con l’altro maschio come accade nel mondo animale. La parata serve al maschio per conquistare la femmina. Nella parata maschile la femmina non è assente ma è ridotta alla preda della parata. La mascherata invece non è l’esibizione del fallo che la donna non ha. La mascherata è l’occultamento del non avere e della castrazione. Più precisamente, attraverso la mascherata, attraverso la cura del proprio sembiante femminile, non si fa mostra l’avere fallico ma si incarna l’essere fallico giocando con il suo non-avere-il-fallo. 
La parata esibisce l’avere il fallo, mentre la mascherata esibisce l’essere il fallo, cioè l’essere l’oggetto che può causare il desiderio, essere il significante della mancanza dell’Altro, a partire dal velo posto sul non-avere il fallo. Essere il fallo – come significante del desiderio - significa per una donna essere colei che rende l’Altro mancante, cioè desiderante. Sotto il vestito non c’è niente, non c’è il fallo ma il vestito abbiglia il corpo femminile per elevarlo al rango del significante fallico come significante del desiderio. Mentre la parata mostra che sotto il vestito ci sarebbe la potenza del fallo, la mascherata mostra invece che sotto il vestito non c’è niente nel senso che è l’essere stesso della donna che viene elevato alla dignità misteriosa del fallo. Potremmo dire che parata e mascherata maschile e femminile sono entrambe in rapporto al fallo. La parata nella modalità dell’esibizione, la mascherata nella modalità dell’allusione o dell’esserlo. La mascherata è finalizzata alla seduzione mentre la parata alla conquista. 
Troviamo la formula della seduzione nel piano alto del discorso dell’analista così come Lacan lo matematizza nel Seminario XVII. (a) verso $. Diventare l’oggetto che causa la mancanza dell’Altro, farsi l’oggetto agalmatico che irresistibilmente genera il desiderio nell’Altro. La seduzione è, infatti, l’arte di rendere l’Altro mancante.
Nel rapporto della donna con l’uomo, e viceversa, c’è sempre di mezzo il fallo come ciò che introduce la castrazione nel rapporto. La donna è il fallo e questo suo essere il fallo mette l’uomo nella posizione dell’impotenza perché il fallo non è una sua proprietà ma è dalla parte della donna che lo è in quanto significante del desiderio. Per questa ragione la bellezza di una donna può anche arrivare a spegnere il desiderio di un uomo. Può renderlo, appunto, impotente. Quando l’equivalenza della donna al fallo è eccessivamente piena può provocare l’impotenza fallica nell’uomo che può assumere forme cliniche diverse, quali, per esempio, quella dell’eiaculazione precoce, dell’impotenza, del non sentirsi mai sessualmente adeguato. Agli occhi dell’uomo la donna è il fallo, mentre agli occhi della donna l’uomo ha il fallo. Lacan sviluppa tutta questa articolata geometria nella lezione del 20 gennaio del 1971 del Seminario XVIII.

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