14. Revisione del grande Altro

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Il Seminario XX mette in questione quello che Lacan aveva teorizzato sin qui come primato del grande Altro, dell’Altro come campo del linguaggio e delle sue leggi. Dovremo fare un excursus sintetico sul concetto di Altro grande in Lacan. 
A pag. 38 del Seminario XX Lacan afferma che l’Altro deve essere rimodellato, riconiato, revisionato. Uno dei grandi temi del Seminario XX è dunque quello del rimodellamento, della riconiazione, della revisione del concetto di Altro grande che cambia volto o, se preferite, mostra un volto nuovo rispetto alla nozione di grande Altro che aveva caratterizzato fino a questo momento l’insegnamento di Lacan. In questo Seminario Il luogo dell’Altro diviene un luogo sensibile che implica il corpo e soprattutto che implica il corpo come sostanza godente, il corpo come Altro sesso. In questo Seminario il viraggio fondamentale che si compie nell’insegnamento di Lacan è il passaggio dal luogo dell’Altro come luogo del Significante al luogo dell’Altro come luogo dell’Altro sesso.
E’ il passaggio dalla dimensione semiotica del significante alla dimensione esistenziale del sesso. Quali sono state le grandi versioni dell’Altro presenti sino a questo momento nell’insegnamento di Lacan? Il luogo dell’Altro è inizialmente per Lacan il luogo dell’inconscio. In un secondo tempo diviene il luogo dell’intersoggettività della parola. Successivamente il luogo dell’Altro diventa il luogo del linguaggio. Ma il luogo dell’Altro è anche il luogo della madre (l’Altro materno) e il luogo dell’Altro è anche il luogo del Nome del Padre! Il rimodellamento dell’Altro che avviene nel Seminario XX consiste nel porre il luogo dell’Altro come Altro sesso. Abbiamo così una serie composita di volti dell’Altro. Come ci sono diversi volti del desiderio e diversi paradigmi del godimento, direbbe Miller, ci sono anche diverse versioni dell’Altro grande. Da questo punto di vista vi invito a leggere, a mò di introduzione a questa problematica del grande Altro, la lezione XIX del Seminario II. 
Siamo nel maggio del 1955. Questa lezione è di grande importanza e Miller ha voluto significativamente intitolarla, redigendo questo Seminario, “Introduzione dell’Altro”. In questa lezione Lacan spiega il salto strutturale dall’altro piccolo all’Altro grande. Quest’ultimo coincide con l’Altro come luogo dell’inconscio. Come sappiamo bene tutto l’insegnamento di Lacan è animato dal ritorno a Freud e il ritorno a Freud è innanzitutto il ritorno al soggetto dell’inconscio e all’eterogeneità tra il soggetto dell’inconscio (Je) e l’io (moi). La differenza strutturale tra l’inconscio e l’io è il modo in cui Lacan ritorna a Freud, mentre tutta la psicologia dell’Io post-freudiana avrebbe, secondo Lacan, dimenticato di pensare e di praticare questa differenza fondamentale tra l’inconscio e l’Io assimilando l’inconscio all’istintualità animale che l’Io dovrebbe imparare a governare. 
Questa è per Lacan una riduzione dell’esperienza dell’analisi ad una terapeutica ortopedica fondata sul rafforzamento dell’Io. Il riferimento al soggetto dell’inconscio resta invece per Lacan il riferimento imprescindibile ad una trascendenza interna al soggetto che non coincide affatto con l’identità dell’Io. Proprio per questa ragione l’inconscio viene definito come il luogo dell’”Altra scena”, come il luogo dell’Altro da dove viene l’istanza indistruttibile del desiderio. Se l’altro minuscolo è l’Io (moi) l’Altro maiuscolo è il soggetto dell’inconscio (Je). Questa differenza tra il moi e le Je è il punto di partenza dell’insegnamento di Lacan. La nozione di grande Altro ha inizialmente questo significato di soggetto dell’inconscio come trascendenza interna al soggetto. C’è un soggetto interno al soggetto che trascende il soggetto, ripete Lacan; non un’istintualità disordinata, non il disordine acefalo degli istinti, ma una soggettività, un’altra ragione. Il luogo dell’Altro ha in un primo tempo la configurazione del soggetto dell’inconscio. 
In un secondo tempo Lacan pensa al luogo dell’Altro come luogo della parola e dell’intersoggettività. Mentre la prima versione del grande Altro è una versione integralmente freudiana la seconda versione del grande Altro è una versione hegeliano-dialettica. Lacan seguiva meticolosamente i Seminari di Kojève sulla lettura del testo di Hegel, in particolare dedicati al commento de Fenomenologia dello spirito. Lacan che si è formato alla dialettica hegeliana con Kojève, lettore straordinario di Hegel, assume l’idea hegeliana per cui il soggetto non è una sostanza che si autofonda, ma il una realtà desiderante che dipende dalla dialettica del riconoscimento, cioè dalla presenza dell’Altro, dal desiderio dell’Altro. La soggettività hegeliana è una soggettività che non può prescindere dall’intersoggettività. Si costituisce attraverso l’intersoggettività perché se rimanesse sul piano del puro appetito, della Begierde, della pura concupiscenza, non si costituirebbe mai come un’autocoscienza. Si può costituire come autocoscienza, come vita umana, solo rispecchiandosi e riflettendosi nell’Altro. Perché io possa vedermi come sono devo passare dall’Altro, dallo specchio dell’Altro. La funzione dello stadio dello specchio viene formulata da Lacan proprio a partire da questa intuizione di Hegel: il soggetto ha necessità del riconoscimento dell’Altro per esistere. La brama, l’appetizione, la concupiscenza, il bisogno naturale è invece una “negazione unilaterale” dell’oggetto. Attraverso la brama l’oggetto viene negato unilateralmente, senza reciprocità (la sete nega unilateralmente l’acqua). Essa non rende possibile il riconoscimento della soggettività. Affinchè il riconoscimento abbia luogo è necessaria la presenza di un altro uomo, di un’intersoggettività, del desiderio dell’Altro. Nella misura in cui l’Altro è fondamentale nella costituzione della soggettività, la dialettica del riconoscimento prenderà necessariamente – secondo Hegel - una forma conflittuale: ci sarà chi riconosce e chi è riconosciuto, chi è nella posizione del servo e chi è nella posizione del padrone, chi è attivo e chi è passivo. Anche per Freud l’odio è all’origine della soggettività. La dissimmetria conflittuale sembra l’esito di una simmetria originaria: il soggetto dipende dall’Altro ma questa dipendenza genera una spinta alla differenziazione, al conflitto, all’odio come pulsione di differenziazione. Possiamo notare che la presenza costituente dell’Altro ci viene rivelata anche dalla semplice applicazione della regola fondamentale della associazione libera; “dica tutto quello che le viene in mente”. L’applicazione di questa regola fondamentale dell’analisi mostra che il soggetto per parlare di sé deve parlare dell’Altro. Il soggetto non può parlare di sé senza passare attraverso il suo Altro, senza parlare del padre, della madre, della sorella... E questo senza che lo psicoanalista interferisca...Lo fa da sé. La catena delle associazioni che scaturisce dall’Altro, intesa come Altra scena, tende a mostrare la dipendenza del soggetto dal luogo dell’Altro, cioè dal luogo dell’intersoggettività. In questa intersoggettività costituente il motivo che Lacan mette più in rilievo è quello della funzione della parola. L’intersoggettività simbolica è diversa dalla relazione immaginaria con il simile che è una relazione di pura identificazione, perché segnala la dimensione simbolica dell’evento della parola. L’identificazione è sul lato dell’immaginario, mentre la parola è sul lato del simbolico. La parola definisce precisamente la dimensione umana del desiderio come desiderio di riconoscimento. Parlare significa domandare di essere ascoltati, significa domandare di essere riconosciuti come soggetti. Per questo Lacan dice che il silenzio dello psicoanalista mette in valore la parola del soggetto. L’analista sta in silenzio al posto di rispondere solo per mettere in valore la parola del soggetto, la dimensione simbolica della parola. Certi soggetti sopportano il silenzio mentre altri lo vivono con angoscia. Per l’ossessivo che voi ci siate o meno è indifferente; l’ossessivo va dritto nel suo discorso salvo poi rimproverarvi che voi non interveniate mai.... La modalità dell’ossessivo è quella di annullare l’esistenza del grande Altro, mettendola in funzione in modo puro, disincarnato, logificato... Il silenzio nella pratica della psicoanalisi ha come funzione quella di mettere in valore il luogo del grande Altro come luogo della parola, come luogo dove si dispiega la dialettica del riconoscimento del soggetto. Lacan nel Seminario II, nella lezione che ho citato, commenta lo schema L. Il controtransfert, la capacità di immedesimazione nel paziente, l’empatia, rientrano nella relazione immaginaria tra io e prescindono dalla parola. L’intuizione affettiva, il rispecchiamento emotivo, la comunicazione tra inconsci, sono dimensioni dell’affettività che Lacan definirebbe immaginarie perché non passano dal filtro della parola. La parola coinciderebbe con il luogo dell’Altro in quanto permetterebbe al soggetto dell’inconscio di emergere, di manifestarsi, di essere riconosciuto bucano la consistenza immaginaria del rapporto tra io. Una mia analizzante di vecchia data che mi parla della sua pratica di psicoanalista si accorge che qualcosa è cambiato nel suo fare l’analista; non si interessa più di aiutare, di salvare la persona che sta per annegare... L’unica cosa che ora le interessa quando pratica la psicoanalisi è che emerga il soggetto dell’inconscio. Questo è il lato “inumano” della nostra pratica. Il soggetto dell’inconscio si manifesta nella ripetizione, in tutto ciò che non ha a che fare con l’Io, in tutto ciò che sfugge al suo governo. Il medium della parola è sull’asse S-A grande dello schema L. Anche l’analista è allora una versione dell’Altro grande che dobbiamo mettere vicino all’Altro della parola, perché l’Altro della parola ha senso solo se è in funzione l’Altro (incarnato dall’analista) come destinatario del soggetto dell’inconscio. Senza questo destinatario il soggetto dell’inconscio non esisterebbe. Per questo Lacan dice che lo psicoanalista fa parte del concetto stesso di inconscio.
Nel Seminario II ci propone di decifrare S come il soggetto analitico, il soggetto dell’inconscio, il quale “al solito non sa quello che dice e se sapesse quello che dice non sarebbe qui, non verrebbe a trovarci, se sapesse quello che dice sarebbe da un’altra parte.” (Seminario II, pag. 300). Dobbiamo distinguere due altri, almeno due. Un Altro con la A maiuscola e un altro con la a minuscola. L’altro con la a minuscola è l’Io, mentre l’Altro con la A maiuscola è l’Altro di cui si tratta nella funzione della parola. Cosa è essenziale in un’analisi? In che cosa consiste un’analisi? L’analisi consiste nella realizzazione immaginaria del soggetto? L’analisi confonderebbe l’io e il soggetto? Farebbe dell’io una realtà? Sarebbe una corsa all’Ego trionfante? Sarebbe un rafforzamento dell’Io? Sarebbe qualcosa che si gioca su un’asse immaginaria? Ovviamente no. Lacan ci propone qui una sua formula topica; un pazzo che si crede un re è pazzo ma un re che si crede un re è ancora più pazzo. Credersi un io è la follia umana. Un’analisi non è il rafforzamento dell’Io. L’analisi consiste nel far prendere al soggetto coscienza delle sue relazioni non con l’Io dell’analista, ma con tutti quegli Altri maiuscoli che sono stati i suoi interlocutori e che non ha riconosciuto nella sua storia. Il soggetto deve progressivamente scoprire a quale Altro si rivolge veramente, senza saperlo, e assumere progressivamente le relazioni di transfert dal posto in cui è e da dove all’inizio non sapeva di essere. Il vero interlocutore dell’analizzante non è mai l’Io dell’analista. Il vero interlocutore di S è il grande Altro. Il grande Altro contiene tutta la serie degli altri reali che hanno caratterizzato la storia di un soggetto. Questi sono i suoi veri interlocutori. Per questo bisogna a volte svegliare un soggetto in analisi perché troppo preso nella relazione immaginaria con l’analista per introdurre un: a chi sta parlando? A chi si rivolge? A quale Altro si sta rivolgendo? Qual è l’Altro a cui si sta rivolgendo che l’analista incarna? La tecnica psicoanalitica non è un feticismo delle misure e delle giuste distanze, dell’ambiente e della stanza dell’analisi, come per esempio la intende Alberto Semi, ma la tecnica psicoanalitica ha a che fare con la relazione tra S e A. Se l’analista parla da a piccolo si rivolge necessariamente al moi del paziente come Io e non permette l’apertura di S. Il divano mantiene l’asimmetria e mostra l’irriducibilità di A grande ad a piccolo. Bisogna essere accorti a preservare la funzione del dispositivo. Questa versione è la versione del luogo dell’Altro come luogo della parola e come luogo dell’analista. Il luogo della parola è mantenuto in attività dal luogo dell’analista. Il luogo dell’analista sarebbe qui un luogo vuoto, morto, asessuato, neutro. L’analista dovrebbe tenere la posizione del morto, vuota, silenziosa: lo specchio opaco di Freud. Questo è il contrario di tutto ciò che Lacan attribuisce al luogo dell’Altro nel Seminario XX dove il luogo dell’Altro in quanto luogo dell’Altro sesso è un luogo che non può essere ricondotto alla cadaverizzazione. 
Questo aspetto della cadaverizzazione del grande Altro è ancora più accentuato nella terza versione del grande Altro come luogo del Linguaggio. L’Altro come luogo della parola è l’Altro che consente la dialettica del riconoscimento, mentre l’Altro come luogo del linguaggio è il luogo anonimo della combinatoria significante, della catena significante. Il soggetto non dipende tanto dagli altri reali della parola, ma dipenderebbe dai significanti che hanno costituito la sua vita fabbricandola orientandola, strutturandola. Il soggetto prima di accedere alla parola accede al luogo dell’Altro. Non è la parola che fa il soggetto, ma è il Linguaggio che fa il soggetto. Il soggetto non si costituisce sulla dialettica del riconoscimento, ma è condizionato da una combinatoria significante che precede l’attività intersoggettiva della parola. Il luogo dell’Altro diventa così un luogo strutturale, anonimo, un Codice neutro. Il riferimento di Lacan non è qui più Hegel e la sua dialettica del riconoscimento, ma diventa la combinatoria anonima dei significanti che determina il soggetto come effetto di significato della combinatoria anonima dei significanti. Il luogo dell’Altro è un luogo disabitato dal corpo, è un luogo senza corpo, senza godimento, perché è il luogo della macchina significante. In questo senso è un luogo disantropico. Il soggetto è qui un puro effetto di significato di questa macchina significante. Tutto il Seminario XX è un rimodellamento del grande Altro che contrasta con queste rappresentazioni che non sono da cancellare ma non esauriscono la versione dell’Altro. In Lacan la madre e il Nome del Padre sono due altre rappresentazioni del grande Altro. Il sistema significante ha un’onnipotenza sul soggetto perché lo fabbrica, lo costruisce, lo soggioga tanto quanto la madre. Per Lacan c’è un’onnipotenza che investe il luogo materno; non il narcisismo ma l’Altro. Non esiste onnipotenza infantile, l’onnipotenza è sempre dell’Altro, in particolare della madre perché fabbrica il corpo del soggetto ed è il primo tramite alla sua entrata nel linguaggio. Questa dimensione della funzione materna come ciò che fabbrica il corpo e accompagna il soggetto nell’entrata nel Linguaggio ha un grande spazio nel Seminario XX sotto la figura de Lalingua, cioè una lingua che precede la strutturazione significante del linguaggio e che ha a che fare con l’incontro del corpo del soggetto con la sensibilità materna, con il corpo materno, con la sua stessa lingua. Lacan recupera attraverso questa centralità che assegna all’impronta materna una tradizione importante. Non conosce Bion, ma conosce bene Winnicott e recupera questo aspetto dell’importanza del contatto con la madre teorizzato dalla psicoanalisi nel dopo Freud. Evidenzia l’importanza del contatto con la lingua materna come punto di accesso preliminare del soggetto nel Linguaggio. È come se ci fossero due campi intrecciati: il grande Altro del Linguaggio e il grande Altro della madre. Occorre prestare attenzione a come l’Altro del Linguaggio passi attraverso la cura materna; è un punto su cui hanno lavorato molto sia Dolto che Colette Soler. 
Il Nome del Padre è il luogo delll’Altro nel senso che è il significante del luogo dell’Altro, cioè è quel significante che, diversamente da tutti gli altri significanti, appartiene al luogo dell’Altro in quanto significante, ma ne costituisce allo stesso tempo la Legge e il fondamento. La relazione che il Nome del Padre ha con il sistema dei significanti è una relazione di inclusione in quanto il Nome del Padre è un significante tra i significanti ma è, allo stesso tempo, in una relazione di eccezione in quanto il Nome del Padre è ciò che sostiene la Legge di quel sistema, è l’Altro dell’Altro, è l’Altro che sostiene il luogo dell’Altro, è quell’Altro che dà consistenza al luogo dell’Altro. Se manca il Nome del Padre manca il luogo dell’Altro che si sfilaccia, si sfibra, si disgrega. Non ha senso mettere uno psicotico sul divano perché mancando del Nome del Padre non si può confrontare con il grande Altro. Nello psicotico prevale la dimensione immaginaria e confrontarlo al grande Altro significherebbe confrontarlo con un buco, un cratere, una voragine. Come ha mostrato bene Paul Federn il dispositivo analitico può essere un dispositivo favorevole allo scatenamento della psicosi perché espone potenzialmente il soggetto al confronto con il significante di cui manca, con il vuoto forclusivo che porta con sé. E questo confronto comporta la slatentizzazione della psicosi. Per questo Lacan assegna un’attenzione particolarissima ai colloqui preliminari... Il Nome del Padre è il significante che dà sostegno al sistema del grande Altro. È un significante speciale nella serie dei significanti che compongono il grande Altro.

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