27. Lalingua - Lalangue

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Lalangue è un neologismo che fa pensare ad una forma primitiva della lingua che ha a che fare con la lallazione del bambino che non ha ancora avuto un accesso pieno alla struttura del linguaggio. Quando si parla si gode e si gode de lalingua. Lalingua è quella dimensione del linguaggio che precede il linguaggio e che investe direttamente il corpo che parla. Lalangue è la dimensione carnale, primaria, originaria del linguaggio, rispetto alla quale il linguaggio sarebbe un’elucubrazione di sapere. Lalangue è la dimensione del linguaggio infarcita di godimento e il linguaggio rispetto a Lalangue è un’elaborazione simbolica.
Esiste un Lacan che ha pensato il simbolico come campo del linguaggio e funzione della parola. Il Simbolico è il luogo delle Leggi della Cultura. È il luogo transindividuale dei significanti dell’Altro, è il luogo che assoggetta il soggetto. Le leggi del linguaggio sono leggi sovraindividuali perché non dipendono dal soggetto, ma è il soggetto che dipende da esse. Il campo del linguaggio è un campo universale. Tutti siamo sottoposti alle sue leggi. Il soggetto appare nella funzione della parola la quale definisce l’intersezione della singolarità nel campo anonimo dell’universale. La parola implica sempre, diversamente dal linguaggio ( che ha un funzionamento anonimo e universale), una responsabilità singolare di chi parla. La parola esige sempre un’intenzione di significazione, un voler dire. Chi parla vuole dire qualcosa che non è mai già contenuto nel campo del linguaggio. Le leggi del linguaggio rendono possibile la parola ma la parola porta con sé un elemento di singolarità che eccede il campo del linguaggio. Per questo parlare in prima persona è impossibile per lo psicotico. Ciò che fallisce lo psicotico non è la dimensione del linguaggio, poiché è parlato dal linguaggio ma fallisce nell’atto di parola in prima persona. Abbiamo congiunture di scatenamento del soggetto psicotico quando viene chiamato a parlare in prima persona dall’Altro, per esempio, all’esame di maturità, alla chiamata militare, al matrimonio, nella paternità. Ogni volta che il soggetto è chiamato all’atto di parola viene esposto all’eccedenza della parola rispetto alle leggi anonime e universali del linguaggio. Il linguaggio non sbaglia mai, ma chi parla è esposto al rischio dell’errore della parola. Il problema della psicosi è che c’è legge del linguaggio senza facoltà singolare della parola. Anche in Joyce abbiamo l’alluvione del linguaggio che elimina la funzione della parola. 
C’è solo il fluire de lalingua, non c’è il soggetto della parola. Nella psicosi il soggetto non parla ma è parlato dal linguaggio. Non è il soggetto che parla ma è il soggetto che sente che si parla di lui. Sente che è parlato. Le allucinazioni acustiche ne sono un esempio. 
Una donna viene in colloquio per uno stato depressivo.
C’è una depressione post-partum e l’alcolismo come medicazione della psicosi latente. La nascita del bambino l’ha esposta all’atto di parola (“sono tua madre”) di cui non è in grado di sostenere il peso simbolico. Il marito vuole lasciarla per la sua gravità e perché teme per l’incolumità del bambino. Ad un certo punto, dopo qualche colloquio, arriva in seduta e dice se io avevo qualcosa da dirle dando all’analista del tu. Le chiedo cosa la autorizza a passare al tu e lei risponde: “sei tu che me lo devi dire”. Le arrivano messaggi di amore ed è convinta che sia l’analista a mandarli. L’analista risponde che se è convinta di questo non può più essere lui ad aiutarla. Si vede bene che il soggetto non parla ma riceve la parola dall’Altro è l’Altro che invia dei messaggi al soggetto. Suppone che l’Altro le abbia inviato dei messaggi in quanto donna, non in quanto madre. C’è un’eclissi del soggetto della parola e un venire in primo piano del soggetto come oggetto del linguaggio.
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