28. Il rischio della parola e le leggi del linguaggio

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Nella nevrosi il problema è piuttosto il contrario: il soggetto è confrontato al rischio della parola e si confronta a questo rischio nella modalità della rinuncia e della mortificazione, come accede per l’ossessivo. Il soggetto ossessivo evoca le leggi universali del linguaggio per proteggersi dal rischio della parola. Nel discorso universitario si usa sempre un plurale anonimo che nasconde l’enunciazione soggettiva. L’ossessivo fa appello ad un noi generico schivare il rischio della parola singolare. Fa fatica a scegliere una donna e assumersi la responsabilità del matrimonio così come fa fatica a soggettivare la sua propria parola. L’ossessivo fa riferimento alle leggi del linguaggio come soluzione alle leggi della parola, dell’enunciazione singolare, subordinando l’enunciazione all’enunciato. Di qui la sua necessità, quando parla, di essere impeccabile, di parlare come un libro stampato. Nell’ossessivo c’è una necessità del linguaggio come rete protettiva rispetto all’acrobazia senza garanzie della parola. Che sotto ci sia una rete. L’ossessivo è bravo nel ripetere quello che gli altri hanno detto. 
Nell’isteria, invece, la difficoltà è che quando il soggetto parla vuole che la sua parola sia inconfondibile, rara, anti-universale. L’isterica fa fatica ad assimilare i concetti troppo universali, troppo staccati dalla vita. L’isterica segue una parola piena di vita, una parola unica, originale. Il femminile anche è sensibile alla parola rara, alla parola unica: “non dire a me quello che hai detto ad altri, non con le stesse parole”. L’ossessivo dice le stesse cose a tutti, la sua lingua è quella del generale, l’isterica esige l’unicità, la sua lingua è quella del singolare. Questo è il fondamento nevrotico del non incontro tra i sessi. L’isterica tende a produrre un transfert su i maestri che hanno un sapere sulla verità della vita, dell’amore e del sesso. Non il sapere dei concetti che invece è il mito ossessivo, il quale ricerca solo il sapere sul sapere. 
La parola isterica è una parola che rischia l’imperfezione, il frammento, l’incompiutezza, il caos, l’antisistematicità perché vuole essere unica e rara e non si coordina con l’universale. Un’isterica può insultare e fare una scenata in mezzo al ristorante perché quella parola non tiene conto dell’universale. L’ossessivo subisce passivamente l’acting isterico. Ciò che più fa inferocire l’isterica è il formalismo ossessivo. Per l’isterica la parola deve dire sempre la verità. L’isterica esige che si dica sempre la verità, salvo per lei che può mentire in nome della verità. Nella psicosi prevale un linguaggio anonimo che domina il soggetto. Nella nevrosi prevale la complessità di produrre un’enunciazione singolare. Ciò che tranquillizza l’ossessivo è ciò che angoscia l’isterica. L’isterica non sa mai bene quello che pensa che vuole dire c’è sempre qualcosa che le sfugge. La parola isterica è sempre determinata dall’incompiutezza. L’isterica non sa quello che vuole e a volte non sa quello che dice. L’ossessivo appare come granitico nei suoi enunciati. Sa quello che vuole, sa quello che dice. Il suo discorso rifiuta la sbavatura. Rifiuta l’incertezza. Nella nevrosi ossessiva il sapere ha sempre una funzione di cemento della divisione, mentre l’isterica la ama.
La parola è il luogo di una enunciazione singolare che può prodursi solo grazie alle leggi universali del linguaggio. Senza linguaggio non c’è parola. Il linguaggio subordina la parola. Ma la parola eccede il linguaggio. Perché il linguaggio è sul lato dell’universale anonimo mentre la parola è sul lato creativo della singolarità. La parola è sempre un atto mentre il linguaggio è un sistema, un codice. L’etica della psicoanalisi è un’etica della parola. La legge fondamentale della parola - prima di sostenere come accade in questo Seminario che “quando si parla si gode” - Lacan l’aveva individuata hegelianamente nella legge del riconoscimento: la parola umana si soddisfa nell’ascolto dell’Altro. Lo schema fondamentale della parola è che la parola si dirige verso il luogo dell’Altro, domanda di essere ascoltata e l’ascolto dell’Altro la soddisfa. Questa circolarità dialettica è ciò che utilizziamo nel dispositivo analitico, anche se il Seminario XX porta ad un ripensamento generale della funzione della parola. 
La parola non ha più come funzione quella di farsi riconoscere, in evidenza non è più la comunicazione interumana, l’intersoggettività, ma un elemento supplementare che non annulla quanto dentro prima. Miller tende a far comparire un nuovo paradigma del godimento che finisce per annullare quelli precedenti...Non penso che in Lacan funzioni così..Piuttosto il vecchio coesiste al nuovo. Sarebbe inconcepibile pensare ad un’analisi senza questa cellula fondamentale della parola vincolata alla legge del riconoscimento, anche se questa legge si inserisce in un contesto diverso dove qualcosa gode a prescindere dall’ascolto dell’Altro....Parlare assume le forme di un atto pulsionale, di una manifestazione pulsionale. Questo ripensamento della funzione della parola porta con sé anche un ripensamento della funzione del linguaggio.

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