Valutazione dimensionale della depressione

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L’approccio dimensionale è, per definizione, antinosologico in quanto isola, nel contesto dei diversi disturbi, delle "dimensioni" autonome, indipendenti le une dalle altre, ciascuna delle quali può essere presente in entità nosologiche diverse. Umore depresso, Ansia/Agitazione, Psicoticismo, Ostilità, sono alcuni esempi di dimensioni. L’analisi dimensionale ideale è quella che riesce a "sezionare" un disturbo psichico in tutte le sue dimensioni fondamentali e a definirle in maniera quanto più specifica possibile. La scomposizione dei disturbi psichici in singole dimensioni psicopatologiche è chiaramente artificiosa poiché è il clinico che scompone ciò che in natura è più o meno complessamente e completamente integrato, e tuttavia le scale di valutazione che aiutano in questo processo di scomposizione vanno per la maggiore. Naturalmente, per ogni disturbo può essere identificata una dimensione fondamentale che, generalmente, si associa con un numero variabile di altre dimensioni di vario tipo; nel caso della depressione, la dimensione fondamentale è caratterizzata dall’abbassamento del tono dell’umore, dalla riduzione dell’iniziativa psicomotoria e dalla compromissione delle capacità edoniche; a questa se ne possono associare variamente altre, che esprimono ansia, tensione, somatizzazione, paranoidismo, eccetera e che finiscono per caratterizzare in vario modo il quadro clinico del singolo depresso. Se la dimensione fondamentale può essere considerata sufficientemente "visibile" da parte del paziente, dello psichiatra e/o dei familiari, le altre dimensioni possono essere più o meno visibili (o invisibili) a seconda del punto di osservazione in cui ci poniamo. Così, lo psichiatra è nella prospettiva più adatta per evidenziare gli aspetti comportamentali e le caratteristiche di personalità (di cui il paziente può non avere coscienza), mentre il paziente è più in grado di fornire informazioni sulle più sottili sfumature dei sentimenti e delle sensazioni interiori, ed i familiari per cogliere i cambiamenti relativi al ruolo familiare e sociale, al tempo libero, al lavoro, eccetera. Ognuno di questi punti di vista può essere esplorato mediante appositi strumenti di valutazione, ognuno dei quali fornirà un tipo diverso di informazione, ciascuno importante e prezioso anche se, inevitabilmente, parziale. Chiederci, come qualcuno fa o ha fatto, quale di questi strumenti è migliore, più affidabile o più utile, è del tutto improprio essendo l’utilità, l’affidabilità, la bontà dello strumento in funzione delle finalità della ricerca in cui viene impiegato. In questa sede parleremo degli strumenti di etero e di autovalutazione della depressio- ne e vedremo come hanno affrontato nel concreto la realtà clinica di questo disturbo. È necessario premettere, comunque, che anche nell’ambito della stessa categoria, i diversi strumenti esplorano la depressione in maniera diversa privilegiando ora l’entità dei disturbi ed ora la loro frequenza, ora l’osservazione obiettiva dei segni ed ora il racconto soggettivo dei sintomi, e quindi incontreremo una notevole eterogeneità fra le diverse scale sia di auto che di eterovalutazione.

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