Introduzione

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di Silvia Baldassari, Bruno Pacciardi, Mauro Mauri

Quello della personalità è un campo nel quale, in psichiatria, si è molto lavorato, anche se i frutti sono ben lontani dall’aver raggiunto una chiarezza ed una stabilità soddisfacenti.

Ne è prova anche la confusione che ancora oggi viene fatta fra i termini "temperamento", "carattere" e "personalità", termini che, nonostante siano stati accuratamente definiti1), sono ancora usati da molti come sinonimi per indicare le caratteristiche personologiche di base, stabili, che caratterizzano ogni aspetto del sentire, del percepire, del pensare e dell’agire degli individui. Questi concetti, d’altronde, assumono significati diversi in rapporto al prevalere ora dell’orientamento psicologico, ora di quello biologico. In un’ottica psicogenetica, nella quale hanno un ruolo privilegiato i fattori ambientali e di sviluppo, il temperamento era considerato come l’espressione di un comportamento individuale regolato da componenti stilistiche, motivazionali e di contenuto. In un’ottica organicistica, invece, il temperamento è stato visto come dipendente da fattori somatico-costituzionali, in rapporto diretto con l’organizzazione della personalità e con la predisposizione alla psicopatologia (Placidi et al., 1999).

Nell’antichità classica erano i filosofi morali (ed i pitagorici in particolare) che, facendo riferimento ai quattro principi del cosmo (aria, acqua, terra e fuoco) da un lato, ed ai quattro umori dell’organismo (sangue, bile gialla, bile nera e flegma) dall’altro, cercarono di definire delle categorie temperamentali che, pur con qualche modificazione, sono giunte fino ad oggi con le stesse denominazioni di allora. Ippocrate, partendo dall’inquadramento pitagorico, collegò le quattro categorie temperamentali con le diverse età della vita, passando l’uomo dalla fase "sanguigna" della giovinezza a quella "collerica" (20-40 anni) e quindi a quella "melanconica" (40-60 anni), per concludere il ciclo con la fase "flemmatica".

I temperamenti rappresentavano aspetti peculiari della costituzione del soggetto, senza essere espressione di patologia, pur potendone costituire un terreno predisponente. Gli umori rappresentavano un "habitus", un modo di essere della persona sana, ma un loro disequilibrio, una loro sproporzione, poteva bastare a dar luogo tanto al genio quanto alla follia o all’abiezione morale (Pallanti e Pazzagli, 1999).

L’influenza del pensiero astrologico arabo portò in seguito all’associazione tra la costituzione e gli astri, per cui i sanguigni erano associati a Giove (gioviali), i melanconici a Saturno (saturnini), i flemmatici alla Luna o a Venere (lunatici o venerei) ed i collerici a Marte (marziali).

Si dovette aspettare fino all’etica razionalista (Spinoza, Pascal, eccetera) perché l’uomo (e quindi la sua personalità) non fosse visto più come determinazione divina, ma come, invece, il prodotto delle sue esperienze e della sua educazione. È da lì in poi che il concetto di personalità è entrato a far parte della psichiatria senza trovare, peraltro, unanimità, vuoi di interpretazione concettuale, vuoi, per conseguenza, di consensi.

È dagli inizi del Novecento, comunque, che il concetto di personalità e di patologia della personalità ha ricevuto un notevole impulso ad opera della psicoanalisi e della psichiatria.

La mancanza di idonei trattamenti psicofarmacologici ha favorito, in un primo momento, il ricorso alle terapie di tipo psicologico: questo ha portato al prevalere dell’interesse, tanto per gli aspetti euristici quanto per quelli psicoterapeutici, della psicoanalisi; l’interesse della psichiatria era limitato, a quel momento, da un lato alle problematiche legali, poiché i pazienti con questi disturbi frequentemente finivano per entrare in conflitto con la legge, dall’altro allo studio dei rapporti tra personalità, patologia di personalità e disturbi psichiatrici che potremmo definire, con termine moderno, di Asse I. Questo impatto limitato con la patologia della personalità non motivava lo psichiatra alla definizione di più specifici criteri per una diagnosi clinica di Disturbo di Personalità più affidabile in termini di stabilità, informatività e trasmissibilità.

Lo sviluppo della farmacoterapia, la crescente disponibilità di psicofarmaci con caratteristiche diverse, migliorando le potenzialità terapeutiche anche nel campo della patologia della personalità, ha fatto emergere la necessità di diagnosi più precise, comunicabili ed affidabili, ed ulteriori impulsi allo sviluppo della nosografia dei disturbi di personalità vengono oggi dagli studi di genetica, di neurofisiologia e di psicofarmacologia clinica che, consentendo di discriminare gruppi di pazienti con caratteristiche diverse, forniscono delle basi concrete per un migliore inquadramento nosografico di questi disturbi.

Come per la nosografia psichiatrica generale, così anche per quella dei disturbi di personalità possiamo collocare il momento del cambiamento significativo con la pubblicazione da parte dell’American Psychiatric Association (APA), nel 1980, del DSM-III, che ha segnato il punto di rottura rispetto alla nosografia classica, descrittiva. Il DSM-III, introducendo la classificazione multiassiale, colloca sugli Assi I e II tutti i disturbi mentali separando, però, i Disturbi di Personalità (DP) ed i Disturbi Specifici dello Sviluppo da tutti gli altri disturbi e condizioni; in questo modo assicura che venga presa in considerazione la possibile presenza di disturbi generalmente meno evidenti rispetto a quelli di Asse I, ma non per questo meno importanti.

Finché l’interesse prevalente nei confronti dei Disturbi di Personalità era limitato all’ambito psicoanalitico, si è assistito allo sviluppo di numerosi ed eterogenei "test di personalità" con caratteristiche psicometriche diverse. Non tragga in inganno la denominazione di "test di personalità" poiché, in realtà, solo alcuni di questi test studiavano la personalità, mentre la maggior parte di essi erano stati formulati anche o soprattutto per la valutazione dei disturbi psicopatologici.

Con la pubblicazione del DSM-III, che forniva per la prima volta criteri operativi specifici per la diagnosi di Disturbo di Personalità, sono state sviluppate interviste più o meno strutturate e strumenti standardizzati per la valutazione sistematica e per la diagnosi della personalità.

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