Lezione 16 Psicopatologia della vita quotidiana

Share this


Nel 1901 Freud scrive la “Psicopatologia della vita quotidiana”, in cui parla per la prima volta degli errori non voluti come una sorta di manipolazione operata dalla coscienza. Essa dimostra la plasticità della coscienza dell’io, indicata come punto centrale della propria teoria psicologica. Tale teoria comporta una serie di considerazioni di tipo morale, filosofico e giuridico: basti pensare alle conseguenze che comporta quanto viene qui espresso riguardo al libero arbitrio. Fino ad allora non era mai stato fatto alcun collegamento tra la psichiatria e la giustizia. Tuttavia, in questo periodo di grande sviluppo sociale e di conflitti, accadde che il segretario di Mr. Pitt, primo ministro alla fine dell’800, venne ucciso a colpi di rivoltella da un tale che secondo i criteri di allora sarebbe stato condannato a morte; trattandosi, però, di una persona delirante e allucinata, la Camera dei Pari emanò la “legge dei lunatici”, in base alla quale costui non poteva essere considerato responsabile dell’omicidio.
Se si afferma che l’Io “non è padrone in casa propria”, ne consegue che noi non sempre siamo responsabili delle nostre azioni, condizione che sul piano etico comporta uno stato di ingovernabilità.
Oggi i teologi affermano che “l’Inferno è vuoto”. Io, da psicoanalista, mi rendo conto che spesso una persona fa certe cose perché non può farne a meno. E certamente anche il Padre Eterno, lo “psicoanalista degli psicoanalisti”, si accorgerà che, di sovente, quelli che fanno determinate cose le fanno perché non possono farne a meno.
La “Psicopatologia della vita quotidiana” si apre con questa bellissima citazione del Faust:
Nun ist die Luft von solchem Spuk so voll,
Dass niemand weiß, wie er ihn meiden soll.


ACQUISTA IL VOLUME DELLE LEZIONI DI ROMOLO ROSSI

(Ora l’aria è così piena di fantasmi / che nessuno sa più come evitarli.)
questi versi cupi, oscuri, esprimono la sensazione di un’atmosfera inquietante. Il sole è il sapere; il riferimento alla luna esprime al meglio il vissuto del Faust di Goethe: l’aria è pervasa da questi fantasmi che sembrano alterare le cose. Faust si innamora perdutamente di Margherita, offertagli dal demonio, e proprio per questo la sua storia non può che finire male, con il suicidio di Margherita nonostante il suo amore.
Nel primo capitolo della sua opera Freud tratta della dimenticanza dei nomi propri. Riguardo ai “nomi sostitutivi” (quelli che vengono in mente al posto del nome che si cerca di ricordare), egli scrive:
Nell’esempio da me scelto per l’analisi nel 1898, invano io mi ero sforzato di ricordare il nome di quel pittore che nel Duomo di Orvieto aveva creato i grandiosi affreschi del ciclo della fine del mondo. In luogo del nome cercato, Signorelli, mi venivano alla mente con insistenza due altri nomi di pittori, Botticelli e Boltraffio, che il mio giudizio, subito e decisamente, rifiutò come sbagliati. Quando il nome esatto mi fu comunicato da altri, lo riconobbi immediatamente e senza esitazione. La ricerca degli influssi e delle vie associative per cui la riproduzione mnestica si fosse in tal modo spostata da Signorelli a Botticelli e Boltraffio, portò ai seguenti i risultati:
a) Il motivo per la dimenticanza del nome Signorelli non va ricercato né in una particolarità di questo nome né in un carattere psicologico del contesto in cui figurava. Il nome dimenticato mi era altrettanto familiare quanto uno dei due nomi sostitutivi, Botticelli, e di gran lunga più familiare dell’altro, Boltraffio; …
Boltraffio è un pittore del ‘500
… quasi tutto quello che sapevo di Boltraffio è che egli apparteneva alla scuola milanese. Il contesto poi in cui la dimenticanza del nome si era verificata, mi appare innocuo e non serve a illuminarmi: stavo facendo un viaggio in carrozza in compagnia di un estraneo, da Ragusa, in Dalmazia, a una località dell’Herzegovina; si era venuti a parlare di viaggi in Italia e domandai al mio compagno di viaggio se fosse mai stato a Orvieto a vedere i celebri affreschi di…
Nel dipinto in questione, Signorelli ha ritratto tutti i frati con la mano destra dentro il saio (allusione alla masturbazione): Freud è stato per tale motivo bersaglio dell’ironia di molti.
b) La dimenticanza del nome si spiega soltanto ricordando l’argomento immediatamente precedente di quella conversazione e si manifesta come perturbazione del nuovo argomento ad opera del precedente. Poco prima di domandare al mio compagno di viaggio se fosse già stato ad Orvieto, avevo conversato con lui delle usanze dei Turchi che vivevano in Bosnia e Herzegovina. Avevo narrato quanto udito da un collega che faceva il medico tra quella gente, cioè che essa soleva mostrarsi fiduciosa del medico e rassegnata al proprio destino. Quando si deve loro annunciare che non vi è rimedio per il malato, ci si sente rispondere: “Herr [Signore], che ho da dire? Io so che se ci fosse salvezza tu la daresti!”. In queste frasi cominciamo a trovare le parole e nomi Bosnia, Herzegovina, Herr, che è possibile inserire in una serie di associazioni fra Signorelli e Botticelli-Boltraffio.
Siamo nell’epoca dell’Impero austro-ungarico. Allora in Bosnia si parlava il serbo-bosniaco, mentre i medici studiavano tutti a Vienna; parlavano perciò in lingua tedesca. I bosniaci chiamavano comunque il medico “Herr”, che in tedesco vuol dire “signore”. Per un poliglotta come Freud si capisce come si sia verificato il collegamento "Herr “-signore- Signorelli, e quello Herzegovina-Bosnia Herzegovina- Botticelli e Boltraffio. Si vede come l’inconscio operi pressoché costantemente, spesso con modalità difficili da intuire.
c) Presumo che la serie di idee sulle usanze dei Turchi della Bosnia ecc. abbia avuto la capacità di disturbare un pensiero successivo per il fatto ch’io le avevo sottratto la mia attenzione prima ancora di averla portata a termine. Mi ricordo infatti che volevo narrare un secondo aneddoto, che nella mia memoria si collegava strettamente al primo. Questi Turchi pongono il godimento erotico al di sopra di tutto, e in caso di disturbi sessuali si lasciano prendere da una disperazione che stranamente contrasta con la loro rassegnazione di fronte al pericolo della morte.
Per un viennese di quell’epoca il sesso era bandito dalle conversazioni, mentre per i turchi la sessualità non era considerata tabù. Potevano rassegnarsi per qualsiasi perdita, ma non per la rinuncia al sesso.
Un paziente di quel mio collega gli aveva detto una volta: “Tu lo sai, Herr, quando non si può più far quello la vita non ha più valore.” Rinunciai a menzionare questo tratto caratteristico perché non volevo toccare tale argomento nella conversazione con un estraneo. Ma feci di più: …
Di sesso non si parla, e i desideri sono addirittura rimossi. La melanconia, la disperazione del turco di fronte ad un insuccesso sessuale, può essere considerata corrispondente all’abolizione del problema in un uomo occidentale colto: entrambi reagiscono in un modo anomalo.
… distrassi la mia attenzione anche dalla continuazione delle idee che si potevano connettere nella mia mente al tema “morte e sessualità”. Io mi trovavo allora sotto l’impressione di una notizia ricevuta poche settimane prima durante un breve soggiorno a Trafoi [in Alto Adige]. Un paziente, per il quale mi ero prodigato, si era tolto la vita a causa di un inguaribile disturbo sessuale. Io so con certezza che durante quel viaggio in Herzegovina questo triste evento e tutto quanto vi si connetteva non si era presentato alla mia memoria cosciente. Ma la concordanza fra Trafoi e Boltraffio mi costringe a supporre che questa reminiscenza sia diventata operante in me nonostante ne avessi di proposito distolta la mia attenzione.
d) Non posso più considerare la dimenticanza del nome Signorelli come fatto casuale. Devo riconoscere l’influenza di un motivo in tale processo. Erano motivi che mi spingevano a interrompermi nella comunicazione dei miei pensieri (sulle usanze dei Turchi ecc.) e che inoltre influivano su di me perché escludessi dalla mia coscienza i pensieri che vi si ricollegavano e che mi avrebbero condotto fino alla notizia ricevuta a Trafoi. Io dunque volevo dimenticare qualcosa, avevo rimosso qualcosa. Volevo invero dimenticare qualcosa che non era il nome del pittore di Orvieto; ma quell’altra cosa era riuscita a mettersi in collegamento associativo con questo nome, cosicché il mio atto di volontà fallì e io dimenticai una cosa contro volontà, mentre volevo dimenticare un’altra intenzionalmente.
Vedete la sostituzione: l’operazione arriva alla coscienza come dimenticanza di un trauma. Questo lavoro attuato da Freud è stato un lavoro di sostituzione per non ricordare il suo problema sessuale, che evidentemente cercava in qualche modo di nascondere ma senza riuscirvi appieno. Qui Freud procede in modo cauto, attento a non fare riferimenti alle défaillance sessuali, all’impotenza, al suicidio…questioni che allora non erano ritenute tollerabili. In questo complesso ragionamento Freud dimostra come, con una serie di abolizioni e richiami dell’inconscio rispetto alla coscienza, si verifichi il ritorno del rimosso, la sessualità, che viene rimossa con Signorelli, ma ritorna con Boltraffio e Trafoi.
La riluttanza a ricordare mirava a un dato contenuto; l’incapacità di ricordare si manifestava per un contenuto diverso. Il caso evidentemente sarebbe più semplice se la riluttanza e l’incapacità di ricordare si riferissero allo stesso contenuto. I nomi sostitutivi, inoltre, non mi appaiono più così pienamente ingiustificati come prima del chiarimento, richiamando, essi alla mia mente (a mo’ di compromesso) tanto ciò che io volevo dimenticare quanto ciò che volevo ricordare, e mi mostrano che la mia intenzione di dimenticare una data cosa né è interamente riuscita, né è interamente fallita.
Se la dimenticanza fosse stata totale avremmo avuto amnesia completa; se la dimenticanza non vi fosse stata avremmo invece avuto disperazione; qui c’è una via di mezzo, per cui la psiche agisce in modo creativo sostituendo Signorelli con Botticelli e con Boltraffio, un pittore che lui stesso conosceva poco. Ed il risultato di tale lavoro è questo stato intermedio di non completa abolizione né completa affermazione.
e) Colpisce molto il tipo di nesso che si è stabilito fra il nome cercato e l’argomento rimosso (morte e sessualità ecc., nel quale compaiono i nomi di Bosnia, Herzegovina, Trafoi). Lo schema qui riprodotto dal mio articolo del 1898 cerca di rappresentare questo nesso in modo evidente [vedi schema a pag. 60 O.S.F., Vol. 4]
Il nome Signorelli vi appare scomposto in due parti. Le due ultime sillabe (-elli) ricorrono inalterate in uno dei due nomi sostitutivi, le prime due sillabe hanno acquistato, mediante la traduzione di Signor in Herr, molteplici e svariate relazioni coi nomi contenuti nell’argomento rimosso, ma sono così andate perdute per la riproduzione [cosciente]. La sostituzione è avvenuta come se vi fosse operato uno spostamento entro i nomi collegati di “Herzegovina e Bosnia”, senza riguardo al senso né alla delimitazione acustica delle sillabe. I nomi insomma sono stati trattati in questo processo in maniera analoga agli ideogrammi di una frase da trasformarsi in rebus.
L’inconscio ci riporta alla modalità di procedere tipica dei rebus.
Per esempio: “risotto al sugo”, ri-sotto al su-go, ri sta sotto mentre al sta su.
Di tutto questo processo, che in luogo del nome Signorelli ha creato per tali vie i nomi sostitutivi, nulla è penetrato nella coscienza. A prima vista, tra l’argomento contenente il nome di Signorelli e l’argomento rimosso che lo precedeva nel tempo, pare non si possa scoprire una relazione che vada al di là del ripetersi di sillabe uguali (o meglio, di successioni di lettere uguali). [O.S.F., Vol. 4, da pag. 58 a pag. 61]
A questo punto Freud parla della dimenticanza dei nomi, procedendo per spostamento, della dimenticanza di parole straniere, lapsus ad uso di persone mitteleuropee, colte (che oggi non esistono più!). Oggi sarebbe come dimenticare il nome del centrocampista della Nazionale…
L’estate scorsa rinnovai - anche stavolta in viaggio di vacanza - la conoscenza di un giovane di formazione accademica [Non si sa chi sia, ma certamente si trattava di uno studente universitario], il quale, come presto mi accorsi, conosceva alcune mie pubblicazioni di psicologia. Eravamo venuti a discorrere, non ricordo più come, della posizione sociale della razza alla quale noi due apparteniamo [Erano entrambi Ebrei], ed egli ambizioso, si diffondeva in espressioni di rammarico per il fatto che la sua generazione era destinata ad atrofizzarsi, così si era espresso, non potendo sviluppare i suoi talenti né soddisfare i suoi bisogni [Probabilmente andrà a finire a Dachau, ma non lo sapeva ancora].  Egli chiuse la sua perorazione calda e appassionata col noto verso di Virgilio in cui l’infelice Didone affida ai posteri la sua vendetta contro Enea: “Exoriare…”, o per meglio dire voleva chiudere così, poiché non riuscì a ricostruire la citazione e cercò di coprire mediante trasposizione di parole una evidente lacuna della sua memoria: “Exoriar(e) ex nostris ossibus ultor” …
Adirata con l’amato Enea, in procinto di partire per fondare Roma, Didone dice: “Maledetto te ne vai, verrà un giorno uno che te la fa pagare”. Si riferisce alla profezia riguardante le guerre puniche.
… Infine disse seccato: “La prego, non mi guardi con quella espressione ironica, come se il mio imbarazzo la divertisse, e mi aiuti piuttosto. In quel verso manca qualcosa. [Manca qualcosa, è un esametro che non funziona] Com’è dunque il verso completo?” “Volentieri”, risposi, [Freud sicuramente conosce a memoria tutto Virgilio] e citai correttamente “Exoriar(e) aliquis nostris ex ossibus ultor” [È un bellissimo esametro: Sorga qualcuno dalle nostre ossa come vendicatore – Eneide, 4.625)]
“Ma che stupidaggine, dimenticare una parola così. Del resto pare che secondo Lei non si dimentichi nulla senza motivo. Sarei proprio curioso di sapere come mai io abbia potuto dimenticare questo pronome indefinito aliquis.” Accettai prontamente la sfida, sperando in un contributo alla mia collezione.
Tutti possiedono l’inconscio che rimuove, sia le persone normale che quelle “patologiche”. La psicoanalisi compie il tentativo di collegare il normale al patologico, sostenendo che “la patologia dei matti c’è dentro in tutti noi”.
Dissi dunque:
- Lo potremo sapere senz’altro. La devo soltanto pregare di comunicarmi sinceramente e non criticamente tutto quanto le viene in mente fissando la Sua attenzione sulla parola dimenticata, ma senza una determinata intenzione.
- Va bene, ecco che mi viene in mente una cosa ridicola, dividere la parola in due pezzi, così: “a” e “liquis”.
- Che intende dire con questo?
- Non saprei.
- Che altro le viene in mente?
- Ecco, la continuazione è questa: reliquie, liquidazione, fluidità, fluido. Lei forse ha già capito?
- No, tutt’altro. Ma continui.
- Io penso – proseguì ridendo sarcasticamente – a Simonino da Trento, del quale ho visto le reliquie in una chiesa di Trento circa due anni fa. Penso all’accusa sanguinosa che proprio adesso di nuovo si sta elevando contro gli Ebrei, e allo scritto di Kleinpaul che in tutte quelle presunte vittime ravvisa incarnazioni o nuove edizioni, per così dire, del Redentore.
- Questo che le viene in mente non è del tutto senza connessione con l’argomento sul quale c’intrattenevamo prima che Lei dimenticasse la parola latina.
- Esatto. Penso inoltre a un articolo di un giornale italiano che ho letto recentemente. Mi pare che il titolo fosse: “Quel che sant’Agostino dice alle donne”. E di questo cosa se ne fa?
- Aspetto.
- E adesso viene qualcosa che certamente non ha connessione alcuna col nostro argomento.
- Favorisca astenersi da qualsiasi critica e …
- Lo so; lo so. Mi ricordo di un magnifico vecchio signore che ho incontrato in viaggio la settimana scorsa. Un vero originale. Aveva l’aspetto di un grande uccello rapace. Il suo nome, se le interessa, è Benedetto.
- Perlomeno abbiamo una serie di Santi e Padri della Chiesa: san Simonino, sant’ Agostino, san Benedetto. Un padre della chiesa si chiamava, credo, Origene. Tre di questi nomi del resto anche nomi di persona, come Paolo nel cognome Kleinpaul.
- Adesso mi viene in mente san Gennaro e il miracolo del suo sangue; mi pare che così si continui meccanicamente.
- Lasci stare; san Gennaro e sant’Agostino hanno entrambi a che fare col calendario [gennaio e agosto]. Non vuole ricordarmi il miracolo del sangue?
- Ma Lei lo conoscerà certamente! In una chiesa di Napoli si conserva in una fiala il sangue di san Gennaro, che in una determinata festività per miracolo ridiventa liquido. Il popolo attribuisce valore enorme a questo miracolo e si eccita molto se tarda a verificarsi, come accadde una volta durante un’occupazione francese. Il generale occupante (o mi sbaglio? Che fosse Garibaldi?) prese da parte il reverendo, e mostrandogli con gesto molto significativo i soldati allineati sulla piazza, gli fece intendere che sperava che il miracolo si sarebbe compiuto molto presto. E infatti si compì…
Il reverendo aveva paura, il generale occupante gli aveva fatto capire: “o fa il miracolo del sangue o sparo…”. Questa era la mentalità dell’800…
- Ebbene? Avanti, perché si ferma?
- Adesso per la verità mi è venuta in mente una cosa… troppo intima, però, per essere comunicata… del resto non vedo alcuna connessione e alcuna necessità di raccontarla.
- Alla connessione ci penso io. Non posso costringerla a raccontare cose che le sono sgradevoli; ma allora non mi chieda di spiegarle come sia giunto a dimenticare la parola aliquis.
- Davvero? Crede? Dunque, ho improvvisamente pensato a una signora dalla quale facilmente potrei ricevere una notizia che sarebbe assai sgradevole per entrambi.
Aveva tutto l’interesse per apprendere questa “liquificazione”: il sangue fluido che diventa mestruazioni, Simonino da Trento (il presunto assassinio rituale del bambino), la forzatura con i fucili per far liquefare il sangue, l’idea dell’aborto… Aspetta questa notizia, la liquefazione del sangue.
- Che non ha avuto le mestruazioni?
- Come ha potuto indovinarlo?
- Non è difficile, ormai. Lei stesso mi ha preparato abbastanza. Pensi un po’ ai santi del calendario, alla liquefazione del sangue in un giorno determinato, al tumulto quando il fatto non si verifica, alla chiara minaccia che il miracolo deve avvenire, altrimenti… Lei si è servito magnificamente del miracolo di san Gennaro per alludere ai periodi della donna.
- Senza esserne consapevole. E lei crede davvero che per questa ansiosa attesa io non abbia saputo riprodurre la paroletta aliquis?
- A me sembra fuori dubbio. Si ricordi dunque della Sua scomposizione i a-liquis e delle associazioni: reliquie, liquidazione, fluidità. È proprio necessario che io introduca nella connessione anche san Simonino, che le venne in mente dopo le reliquie e che fu sacrificato bambino?
- È meglio che non lo faccia. Spero che Lei non prenda sul serio questi pensieri, posto che io li abbia veramente avuti. In compenso le confesserò che la signora è italiana, in compagnia della quale ho visitato anche Napoli. Ma tutto questo non può esser un puro caso?
- Lascio giudicare a Lei se può spiegare tutte queste connessioni ricorrendo al caso. Io le posso dire, comunque, che tutti i fatti analoghi, se vorrà analizzarli, la porteranno a “casi fortuiti” altrettanto strani. [Ibidem, da pag. 63 a pag. 66]
A questo punto abbiamo il capitolo della dimenticanza nomi e sequenze di parole: frasi e brani poetici famosissimi.
Un giovane collega che conversando con me espresse l’ipotesi che la dimenticanza di poesie nella madrelingua potesse essere motivata in modo simile alla dimenticanza di singoli elementi di una successione di parole straniere, si offerse anche come soggetto di esperimento. Gli chiesi con quale poesia volesse fare la prova ed egli scelse “Die Braut von Korinth” [La fidanzata di Corinto], poesia [di Goethe] che prediligeva e di cui gli pareva di sapere a memoria almeno qualche strofa. All’inizio della riproduzione si imbatté in una incertezza abbastanza curiosa: “Dev’essere: ‘Da Corinto recandosi ad Atene’, - mi domandò, - oppure ‘A Corinto recandosi ad Atene’?” Anch’io esitai per un momento, finché ridendo osservai che il titolo della poesia, La fidanzata di Corinto non poteva lasciare adito a dubbi sulla strada presa dal giovane protagonista. La riproduzione della prima strofa poi andò liscia o perlomeno senza sbagli notevoli. Detta la prima riga della seconda strofa, il mio collega parve cercare le parole e dopo breve indugio proseguì a recitare:
Aber wird er auch willkommen scheinen,
Jetzt, wo jeder Tag was Neues bringt?
Denn er ist noch Heide mit den Seinen
Und sie sind Christen und — getauft.
[Ma sarà davvero il benvenuto
Adesso che ogni giorno c’è qualcosa di nuovo?
Infatti egli è ancora pagano, come i suoi,
E quelli sono cristiani e battezzati.]
Già al principio della strofa la mia attenzione era stata attratta da qualcosa di non familiare; dopo l’ultimo verso ci trovammo d’accordo nel giudicare che doveva esserci stata una qualche deformazione. Ma siccome non riuscimmo a correggerla, andammo di premura allo scaffale a consultare il volume delle poesie di Goethe, e trovammo con nostra sorpresa che il secondo verso della strofa aveva una dizione completamente diversa ed era stato per così dire estirpato dalla memoria del mio collega, e sostituito da qualcosa di apparentemente estraneo. Il testo corretto suona come segue:
Aber wird er auch willkommen scheinen,
Wenn er teuer nicht die Gunst erkauft?
[Ma sarà davvero il benvenuto,
Senza pagar caro per tale favore?]
Erkauft fa rima fa rima con getauft (battezzati)…
[Erkaufen significa “pagare caramente”, (per tale favore); taufen (participio passato getauft) significa “battezzare”]
… e mi stupì che la costellazione: pagani, cristiani e battezzati, lo avesse così poco aiutato nella ricostruzione del testo.
“Sa spiegarsi — chiesi al mio collega — perché nella poesia che credeva di conoscere tanto bene, Lei abbia decisamente eliminato quel verso, e ha un’idea da quale contesto ha potuto trarre il sostituto?”
Era in grado di dare una spiegazione, benché evidentemente non lo facesse volentieri. “La frase ‘Adesso che ogni giorno c’è qualcosa di nuovo’ mi sembra conosciuta; devo avere adoperato poco fa queste parole parlando della mia pratica professionale che, come Lei sa, attualmente segna un progresso che mi soddisfa molto. Ma come si inserisce questa frase in quel punto? Io saprei un nesso. La riga ‘Senza pagar caro per tale favore’ evidentemente non mi è gradita, e ciò si ricollega a una richiesta di matrimonio che fu respinta una prima volta e che ora penso di ripetere in considerazione della mia situazione materiale molto migliorata. Non posso dirle di più, ma certamente non può essermi gradito, nel caso che adesso fossi accettato, pensare che tanto la prima quanto la seconda volta l’esito sia dipeso da una sorta di calcolo.”
Mi sembrò convincente anche senza bisogno di conoscere i particolari. Ma domandai ancora: “Come è giunto a mescolare sé stesso e i suoi affari privati col testo della Fidanzata di Corinto? Ci sono forse nel suo caso differenze confessionali come quelle che hanno importanza nella poesia?”
(Keimt ein Glaube neu
Wird oft Lieb’ und Treu
Wie ein böses Unkraut ausgerauft)
[Quando l’amore germoglia una fede nuova,
Spesso l’amore e la fedeltà
Si strappano dal cuore come erbacce]
Non avevo indovinato, ma curiosamente questa domanda esplicita bastò a rendere tutt’a un tratto chiaroveggente il mio interlocutore, che poté così fornirmi come risposta un elemento rimasto fin qui certamente nascosto anche a lui stesso. Dandomi un’occhiata che esprimeva tormento e dispetto, borbottò fra sé un brano successivo della stessa poesia:
Sieh sie an genau!
Morgen ist sie grau
[Guardala bene!
Domani sarà grigia.]
Guarda la fidanzata e pensa; l’inconscio ha paura perché la connessione è certo con la madre. Dicono tutti: “prima di sposare una donna, guarda bene la suocera, perché poi tua moglie diventerà uguale a lei!”.
… e aggiunse brevemente: “È un po’ più anziana di me.” Per non aumentare la sua pena, troncai la mia inchiesta. Il chiarimento ottenuto mi parve sufficiente. Ma era ben sorprendente che il tentativo di appurare la ragione di un innocuo mancamento di memoria dovesse toccare faccende private così lontane, intime e investite d’affetto penoso.
Qui il problema era: “guardala bene, domani sarà grigia…”
Voglio qui citare con le parole dell’autore un altro esempio di dimenticanza di un gruppo di parole di una nota poesia, riferito da C. G. Jung.
“Un signore vuole recitare la nota poesia che inizia: ‘ Un pino sta solitario…’. Nel verso ‘ Ha sonno…’ s’incaglia, avendo dimenticato completamente le parole con ‘ bianca coltre’… gli feci dire le cose che gli venivano in mente… ‘La bianca coltre fa pensare a un sudario… un buon amico… suo fratello morì poco tempo fa di morte improvvisa… pare di apoplessia… era infatti corpulento… anche a me potrebbe capitare, in famiglia abbiamo tutti tendenza alla pinguedine…’
“Questo signore, dunque, si è subito inconsciamente identificato col pino avvolto da una bianca coltre”, osserva Jung [Ibidem, da pag. 69 a pag. 72]
Questo è Jung. Quando Jung si accorgeva che a Freud piaceva una determinata cosa, aveva spesso da ridire, ed in tutta la sua analisi lui stesso lo conferma: “Ma a quell’uomo piaceva che gli dicessi certe cose e io gliele dicevo, contento lui contenti tutti!”.
Concludiamo qui il discorso sulla dimenticanza.
Per via un po’ diversa l’autoriferimento produce dimenticanza di un nome nel seguente caso comunicato da Ferenczi, e la cui analisi appare istruttiva soprattutto per il chiarimento dei ricordi sostitutivi (come Botticelli-Boltraffio rispetto a Signorelli).
“Una signora, che ha orecchiato qualcosa di psicoanalisi, non riesce a rammentare il nome dello psichiatra Jung.
Al riguardo, le vengono in mente: Kl. (nome di una persona), Wilde, Nietzsche, Hauptmann.
Io non le dico il nome e la invito ad associare liberamente con ciascuno di questi nomi.
Kl. La fa pensare subito alla signora Kl., che è una persona affettata e manierosa, ma che porta molto bene la sua età. ‘Essa non invecchia.’ A proposito di Wilde e Nietzsche le viene in mente il concetto sommario di ‘malattia mentale’. Poi dice in tono ironico: ‘Voi freudiani tanto farete per trovare le cause delle malattie mentali che diventerete malati voi stessi’. Poi ‘Non posso soffrire Wilde e Nietzsche. Non li capisco. Mi dicono che erano ambedue omosessuali; Wilde ha avuto rapporti con giovani.’ (Pur avendo in questa frase già pronunciato, benché in ungherese, il nome cercato, non se ne accorge.)
A proposito di Hauptmann, le viene in mente Halbe, poi Jugend, e soltanto ora, dopo che ho attirato la sua attenzione sulla parola Jugend, ella sa di avere cercato il nome Jung.
A dire il vero questa signora, che ha perduto il marito all’età di 39 anni e non ha prospettive di rimaritarsi, ha sufficienti motivi per evitare qualunque cosa che le ricordi la giovinezza o l’età. Colpiscono l’associazione puramente contenutistica delle idee di copertura con il nome cercato, e l’assenza di associazioni foniche.” [Ibidem, pag. 78, 79]
Dimenticanza dei nomi, delle poesie, delle parole straniere… Freud giunge alla conclusione che in tutti esiste un substrato che altera le cose, che ci cambia la realtà, la modifica. Noi crediamo che una cosa accada in un certo modo per un determinato motivo, ma in realtà avviene per un altro. Noi abbiamo tutta una serie di validi motivi per dimenticare, aggiungere, sostituire.
Successivamente a questo lavoro preliminare, Freud arriverà al caso Dora, e poi alla teoria sessuale. Adesso tenta di spiegare che in ciascuno vi è una istanza profonda, che “cambia le carte in tavola”.
Il caso Dora è una narrazione simile alle novelle di Cechov, l’autore al cui stile Freud si avvicina di più, molto differente da quello di Thomas Mann.
Si vede la fatica e nello stesso tempo la leggerezza con cui Freud tratta questo argomento, assai difficile per le conoscenze di allora, ma anche per quelle di adesso. La teoria freudiana portava la sessualità al centro dell’attività psichica umana. Questo coglieva culturalmente impreparata la gente di allora: s’imponeva in maniera rivoluzionaria.
Nella prima parte del quarto volume Freud avverte il bisogno di fare una aggiunta alla sua interpretazione dei sogni (uscita nel 1899, datato 1900!), rendendosi conto della rivoluzione psichica e culturale che la sua teoria avrebbe comportato. Egli aveva colto il punto centrale, che la vita dei sogni è fondamentale, ma aveva colto anche il pericolo cui si rischiava di andare incontro nel trattare dei sogni, rischioso perché sfuggenti, potendo scivolare facilmente nel generico e sconfinare nella religione; ma Freud riuscì a non farlo. Nell’interpretazione dei sogni egli sentiva la necessità di confermare questa dinamica tra elementi inconsci ed elementi consci che si verifica di continuo nella vita quotidiana, e di confermarla al di là della patologia. Questo libro esprime il bisogno di Freud di confermare questo gioco dinamico tra inconscio e conscio.
A questo proposito, espongo qui una considerazione abbastanza importante sull’uso del termine ‘psicodinamico’.
Il termine psicodinamico nel linguaggio comune della psichiatria è utilizzato come alternativa al termine psicoanalitico. Ciò non è corretto. La psicoanalisi ha almeno tre dimensioni o momenti, che si definiscono strutturale, topico e dinamico.
Il momento strutturale è quello in cui si parla di conscio e inconscio: queste sono le realtà psicologiche su cui si fonda la psicoanalisi; che esistano conscio ed inconscio non è una teoria, ma un dato di fatto. Il resto è metapsicologia, è teoria. Quando parliamo di conscio e inconscio, non facciamo riferimento ad una struttura topica né ad un luogo, ma viene espresso semplicemente un attributo, e non un sostantivo, che riguarda i vari aspetti del mondo interno. Un contenuto mentale può essere conscio o inconscio. Non esiste un’area del conscio e dell’inconscio, ma una qualità conscia o inconscia dei vari aspetti della mente: questo è l’elemento strutturale.
L’ aspetto topico è quello che divide la psiche in Io, Es e Superio; è una metafora per dire che nella psiche esistono certe istanze, certi movimenti dotati di una specifica direzione e qualità. Quando diciamo che in un essere umano ci sono tre elementi, l’Io, l’Es ed il Superio, ciò non va inteso alla lettera, come se si trattasse di una vera e propria suddivisione della mente.
L’aspetto dinamico riguarda il gioco delle forze e delle controforze.
La disciplina fondata da Freud in origine era un’analisi positiva ed “economica”, secondo la concezione della scienza di allora. Secondo questa esistevano forze che tendevano verso qualcosa e controforze che per qualche motivo impedivano questo movimento. Ne derivava una risultante di forze, ed in base a questo processo Freud parla di “lavoro del sogno”. Il lavoro in fisica è forza per spostamento. Sempre traendo dalla fisica una metafora, Freud parla di sublimazione, il passaggio di stato saltando lo stato intermedio; è questo l’aspetto dinamico.
In psicoanalisi si hanno quindi questi tre aspetti (dinamico, strutturale e topico) e non uno solo.
Oggi la psicoanalisi, che è sempre meno economico-positiva, un po’ come tutte le scienze, e sempre più cognitivistica, avrebbe difficoltà a definirsi psicodinamica, perché la dinamica è, ad esempio, quella di un liquido che preme su una parete; la parete è una controforza, che può o meno resistere a questo liquido…
Continuando a parlare delle dimenticanze di nomi, Freud riporta una “gustosa” scenetta raccontatagli da Ferenczi, sulle dimenticanze dei nomi nome di città italiane. Allora, nell’800, non tutte le persone colte potevano fare il giro dell’Italia! I pochi che ne avevano la possibilità facevano il giro del nostro paese per due motivi piuttosto contraddittori: per disprezzare gli Italiani e per apprezzare l’arte. Non avevano peraltro tutti i torti, in un’epoca in cui, partendo da Genova per andare a La Spezia, la probabilità di essere assaliti dai briganti era molto alta, cosa che né in Germania, né in Inghilterra, né in Francia normalmente accadeva.
Ecco cosa racconta Ferenczi:
“Oggi mi trovavo presso una famiglia amica; si venne a parlare delle città dell’Alta Italia. Qualcuno dice che in queste città ancora si riconosce l’influsso austriaco. Se ne citano alcune; anch’io ne voglio nominare una ma il suo nome non mi viene in mente anche se so di avervi trascorso due giorni molto gradevoli, il che non si accorda bene con la teoria di Freud sulla dimenticanza …
Ferenczi si chiede: “Ci sono stato bene, perché mai me ne sono dimenticato il nome?”. È un’ingenuità, a dire il vero...
… Invece del nome di città cercato mi si affacciano le seguenti associazioni: Capua, Brescia, Il leone di Brescia.”
“Mi vedo davanti questo ‘leone’ realisticamente come statua di marmo, ma mi accorgo subito che assomiglia non tanto al leone del monumento alla liberazione, che si trova a Brescia e che ho visto soltanto in immagine, quanto piuttosto a quell’altro leone marmoreo da me veduto nel monumento in memoria delle guardie svizzere cadute alle Tuileries che si trova a Lucerna, e di cui ho una riproduzione in miniatura sullo scaffale dei miei libri. Infine riesco a ricordare il nome cercato: è Verona.”
“So anche immediatamente chi porta colpa di questa amnesia. Non è altri che un’ex cameriera della famiglia presso la quale mi trovo in visita. Si chiamava Veronica, in ungherese Verona, e mi era antipaticissima a causa della sua fisionomia ripugnante, la sua voce roca e stridula e la sua urtante confidenzialità (alla quale si riteneva autorizzata in virtù dei suoi molti anni di servizio presso la famiglia). Anche il modo dispotico con cui a suo tempo trattava i bambini di casa mi era insopportabile. Ed ora sapevo anche che cosa significassero le parole sostitutive.”
“Con Capua associo immediatamente ‘caput mortuum’; molto spesso paragonavo la testa di Veronica e un teschio. La parola ungherese Kapzsi (avido di danaro) forniva certamente un’altra determinazione per lo spostamento. Naturalmente trovo anche le vie associative più dirette che collegano fra di loro Capua e Verona in quanto concetti geografici e parole italiane di uguale cadenza. Lo stesso vale per Brescia; ma anche qui si trovano intricate vie secondarie del nesso ideativo.”
“La mia antipatia era a suo tempo così violenta da farmi apparire Veronica addirittura rivoltante, ed espressi più volte la mia sorpresa che essa potesse tuttavia avere una sua vita erotica e potesse essere amata. ‘Baciarla – dicevo – deve muovere il vomito’.”
Notate il sistema graduale nell’interpretazione, il criterio di avvicinamento graduale: Veronica, Veronica ripugnante, la vita sessuale di Veronica, ma vi è comunque qualcuno che vuole Veronica, e così via...
“Ciò non toglie che essa era certamente da lungo tempo in connessione con l’idea delle guardie svizzere cadute. Almeno qui da noi in Ungheria si usa nominare spesso Brescia non in connessione con il leone ma con un altro animale feroce. Il nome più odiato in questo paese come anche in Alta Italia è quello del generale Haynau, chiamato la ‘iena di Brescia’. Dall’odiato despota Haynau vi è quindi un filo conduttore che, attraverso Brescia, conduce alla città di Verona; …
Haynau fu un generale che spense la rivolta di Brescia, ed anche la rivolta di Budapest, era uno specialista in massacri, una sorta di “castratore”.
… un altro filo conduttore, attraverso l’idea dell’animale dalla voce roca che s’aggira attorno alle tombe (che concorre a far affiorare il monumento in memoria dei morti), va al teschio e alle spiacevoli corde vocali di Veronica, dal mio inconscio insultata così gravemente e che a suo tempo infieriva in questa casa in modo quasi altrettanto dispotico del generale austriaco nelle lotte per la libertà degli ungheresi e degli italiani.”
“A Lucerna si riconnette il pensiero di quell’estate che Veronica passò coi suoi padroni al Lago dei Quattro Cantoni, nelle vicinanze di Lucerna; alle guardie svizzere, il ricordo di quando essa riusciva a tiranneggiare non solo i bambini ma anche i membri adulti della famiglia, compiacendosi di fare la parte della Garde-Dame [vecchia governante].”
“Noto espressamente che la mia antipatia — conscia — per Veronica fa parte delle cose da gran tempo superate. Veronica nel frattempo è cambiata molto vantaggiosamente tanto nell’aspetto quanto nelle maniere e, nelle rare occasioni che ho, posso incontrarmi con lei con sincera affabilità. Il mio inconscio, come al solito, conserva le impressioni con maggiore tenacia; è ‘retrospettivo’ e ‘vendicativo’.”
“Le Tuileries sono un’allusione a una seconda persona, una signora francese piuttosto anziana che effettivamente faceva da guardia in molte occasioni alle donne di casa e che dai piccoli e dai grandi veniva stimata e, un pochino, anche temuta. Fui suo élève [allievo] di conversazione francese per un certo tempo. A proposito della parola élève, mi viene ancora in mente che quando fui in visita presso il cognato del mio odierno anfitrione, nella Boemia settentrionale, trovai molto divertente che la popolazione rurale del luogo chiamasse Löwen [leoni] gli allievi della locale Accademia forestale. Può darsi che anche questo ricordo comico sia intervenuto nello spostamento dalla iena al leone.” [Ibidem, da pag. 80 a pag. 82)
In questa dimenticanza di nomi di città italiani abbiamo due spostamenti.
Il primo da Veronica a Verona, che contiene inoltre un aspetto sadico rilevante, perché il generale Haynau procurò oltre 1000 morti facendo bombardare la piazza centrale di Budapest dove si era adunata una ampia folla per festeggiare una bandiera. Questo nome era connesso angosciosamente alla sessualità e alla repressione.
L’altro aspetto riguarda i ricordi di copertura.
A proposito di passaggi o spostamenti, riporto qui, per inciso, un mio personale episodio di psicopatologia della vita quotidiana, che comporta un elemento somatico. Puccini è un “diabolico” essere che evidentemente con l’ingegno è riuscito a trovare determinate lunghezze d’onda adatte a stimolare, con la musica, certe parti del cervello, portando facilmente a piangere anche chi come me non piange mai!
La trama di Madame Butterfly, è in un certo senso piuttosto banale, concludendosi con il trionfo dell’amore. Io ero a teatro con mia moglie, che stava alla mia destra. Lacrimavo, e mi seccava molto che scoprisse questa mia debolezza. E quelle poche lacrime che avevo scendevano proprio dall’occhio destro. All’intervallo ho quindi cambiato posto, ma a questo punto ho iniziato a lacrimare dall’occhio sinistro! Chiaramente questa lacrimazione era in qualche modo un messaggio. Questo è un esempio di passaggio diretto al somatico, saltando la mente.
Chiusa questa parentesi, riprendiamo il discorso sui ricordi di copertura. Essi sono molto importanti, soprattutto in ambito psicoterapico, perché sono i ricordi di cui noi ci fidiamo. Noi non possiamo fidarci totalmente della nostra sensorialità: la mente è così plastica che non possiamo pensare di conoscere pienamente la realtà: noi crediamo di vedere cose che non ci sono e crediamo di non vedere cose che ci sono. Questo accade perché i ricordi vengono elaborati, cambiati e sostituiti. Vengono cambiate le carte in tavola, ad un ricordo ne viene sostituito un altro.
Ricordo ancora molto bene che quando facevo prima elementare sono entrato in classe e la maestra era dietro la cattedra, con la gonna alzata e un paio di mutande nere, ma questo è impossibile! È possibile invece che abbia visto una cosa simile in casa, avendo due sorelle di 10 e di 13 anni e una mamma giovane. Ho fatto dunque una sostituzione, una dislocazione. Si capisce l’importanza di questo meccanismo nell’ambito della terapia psicoanalitica, in cui si cerca di scavare e trovare cosa si nasconda sotto quei ricordi che la memoria ha poi costruito nel tempo.
Quante volte un “sentito dire” diventa memoria! Quante volte noi non riusciamo a distinguere quello che ci hanno raccontato da quello che realmente ricordiamo! Noi ne siamo convinti, ma in realtà si tratta di qualcosa di sostituito e cambiato. La maggior parte dei nostri ricordi infantili sono proprio di questo tipo.
Un uomo di ventiquattro anni ha conservato la seguente immagine del suo quinto anno di vita. È seduto nel giardino di una villa su un seggiolino accanto alla zia che si sforza di insegnarli le lettere dell’alfabeto. La distinzione fra ‘m’ e ‘n’ gli riesce difficile ed egli prega la zia di dirgli come si fa a riconoscere quale sia l’una e quale l’altra. La zia gli fa notare che la ‘m’ ha tutto un pezzo, ha un’asta in più della ‘n’. Non vi fu occasione di contestare la fedeltà di questo ricordo d’infanzia, che però acquistò la sua importanza soltanto in seguito, quando si dimostrò atto ad assumere la rappresentanza simbolica di un’altra curiosità del maschietto. Infatti, come allora egli volle conoscere la differenza fra ‘m’ e ‘n’, così più tardi si sforzava di apprendere la differenza tra ragazzi e ragazze, e sarebbe certamente stato contento di avere come maestra proprio quella zia. Scoprì anche, allora, che la differenza era analoga, che anche il maschio ha tutto un pezzo in più della femmina, e quando lo apprese, ciò ridestò il ricordo della corrispondente curiosità infantile.
Qui c’è il discorso del pezzo in più e del pezzo in meno, riferito alla gambetta in più della m rispetto alla n, e del maschio rispetto alla femmina.
Un altro esempio di un fatto rievocato dalla fanciullezza. Un uomo gravemente inibito nella sua vita amorosa, ora più che quarantenne, è il primogenito di nove fratelli. Alla nascita dell’ultimo egli aveva quindici anni, ma ora sostiene ostinatamente che non si era mai accorto della gravidanza della madre. Sotto la pressione della mia incredulità, gli si affaccia il ricordo di avere visto una volta, all’età di undici o dodici anni, la madre che davanti allo specchio si slacciava in fretta la gonna. E aggiunge spontaneamente che era venuta a casa dalla strada, colta da doglie improvvise. Questo slacciarsi (Aufbinden) la gonna è, però, un ricordo di copertura per il parto (Entbindung). Incontreremo ancora in altri casi l’uso di questi “ponti verbali”. [Ibidem, pag. 97, 98]
Nella lingua tedesca ‘aufbinden’ significa slacciare (ma anche, nel lessico familiare, “dare a intendere”), e ‘entbinden’ significa liberare, ma anche “partorire”. Si ha quindi un gioco linguistico che in italiano, invece, viene a mancare.
Passiamo ora ai cosiddetti lapsus verbali, quegli errori che Freud individuerà come un desiderio di verità. I “lapsus freudiani” indicano gli errori verbali, di linguaggio. Freud fa alcune annotazioni a riguardo. I lapsus sono stati molto studiati dal fondatore della psicologia sperimentale, Wundt, lo psicologo per eccellenza dell’800. Freud cerca di contrastare le implicite annotazioni critiche mosse da questa scuola. Mentre prima si parlava di nomi e di poesie, qui si parla di errori di lingua, di scambio di una parola con un’altra.
Questi sottendono un bisogno di verità: quando si fa un lapsus è perché si vuole dire qualcosa, in genere la verità, ossia ciò che si pensa.
Laddove il materiale linguistico ordinario dei nostri discorsi nella madrelingua sembra al riparo della dimenticanza, il suo uso soggiace con frequenza molto maggiore a un altro disturbo noto come “lapsus verbale”. Questo lapsus, osservato nell’uomo normale, fa l’impressione di uno stadio preliminare delle cosiddette “parafasie” che intervengono in condizioni patologiche.
Mi trovo qui eccezionalmente in grado di poter apprezzare un lavoro anteriore.
Vedete qui l’alta autostima di Freud: “una volta tanto qualcuno aveva scritto una cosa prima di me, ma ha capito solo una minima parte”
… Nel 1895 Meringer e Mayer pubblicarono uno studio sui “lapsus verbali e di lettura”, ma i loro punti di vista sono ben lontani dai miei. Uno degli autori, ed è quello che nel testo ha la parola, è difatti glottologo e fu spinto dall’interesse linguistico a ricercare le regole che presiedono ai lapsus commessi nel parlare.
Questo grande linguista, divenne psicoanalista quando iniziò a studiare sul piano linguistico questi lapsus, accorgendosi dell’ingenuità delle sue deduzioni; in realtà le soluzioni erano più globali. Ma qual è la differenza tra la soluzione linguistica e quella proposta da Freud? Quella linguistica proviene dall’interno, come elemento interiore al linguaggio e parcellare, quella di Freud riguarda la totalità, il lapsus riguarda tutto il complesso della personalità.
… Egli sperava di poter dedurre da tali regole l’esistenza di un “certo meccanismo intellettuale nel quale i suoni di una parola, di una frase, e anche delle parole fra di loro, sono collegati e interconnessi in maniera particolarissima”.
Gli autori raggruppano gli esempi da essi raccolti di lapsus verbali anzitutto secondo punti di vista meramente descrittivi, classificandoli in scambi (per esempio “la Milo di Venere” anziché “la Venere di Milo”); presonanze o anticipazioni (per esempio “mi sentivo il pesso... petto oppresso”); risonanze e posposizioni…
La soluzione esterna, l’analogia di suono, di fonetica, l’analogia semantica, plesso - petto… qui è chiaramente coinvolto l’inconscio! L’inconscio opera in questo modo, tendendo a nascondere i significati attraverso spostamenti e sostituzioni. Quella d Meringer e Mayer è la teoria interna al linguaggio, mentre la teoria freudiana è una teoria che riguarda globalmente la psiche. Il lapsus freudiano è espressione di un fatto emotivo, il lapsus del linguista è un errore interno alla struttura del linguaggio.
… (per esempio “vi invito a ‘ruttare’ [aufzustoßen] alla salute del nostro capo”, invece di ‘brindare’ [anzustoßen]); …
In tedesco ruttare e brindare sono due parole simili per suono, aufzustoßen e anzustoßen. In tedesco un lapsus di questo tipo si può fare facilmente. Sarebbe assai improbabile farlo nella nostra lingua.
… contaminazioni (per esempio quando per dire “fa l’ostinato” si combinano i due modi di dire tedeschi aventi questo significato e cioè: “er setz sich einen Kopf auf” e “er stellt sich auf di Hinterbeine”, dando origine alla nuova frase “er setz sich auf den Hinterkopf” [si siede sulla testa posteriore]; sostituzioni (per esempio “ripongo i preparati nella ‘cassetta delle lettere (Briefkasten)’”, anziché nella ‘cassetta di incubazione (Brütkasten)’ [Ibidem, pag. 101, 102]
Freud evidenzia come la sua teoria del lapsus linguistico sia differente dalle teorie elaborate fino ad allora. Vediamo ora come procede Freud nel costituire la teoria psicoanalitica.
Egli cita una divulgazione di Wundt, “La psicologia legata al popolo”. Quella considerata allora letteratura “del popolo” era stata introdotta da Goethe con il “Dolore del giovane Werther” e “Le affinità elettive”, opere scritte in modo molto diverso da quello cui si era soliti, appositamente per la gente comune. Ed in seguito Dostoevskij, Tolstoj, la letteratura francese…, tanto è vero che queste opere venivano pubblicate a puntate nei giornali, come, ad esempio, “Delitto e castigo”.
In questi fenomeni e in altri affini non mancano mai secondo Wundt certi influssi psichici. “Ne fa parte anzitutto, come condizione positiva, il flusso non inibito delle associazioni fonetiche e verbali stimolate dai suoni pronunciati. Gli si affianca, come fattore negativo, la perdita o l’allentamento degli effetti inibitori della volontà su questo corso, e dell’attenzione, anche qui attiva in quanto funzione della volontà.
Secondo Wundt attenzione, volontà e percezione costituivano la psicologia. Freud qui afferma “anche Wundt la pensava come me, soltanto che lui usava una terminologia diversa: “diminuisce la volontà, diminuisce l’attenzione, c’è un certo meccanismo per cui subentra qualche cosa al di fuori di esse”. Wundt non aveva colto la dinamica tra realtà interna ed esterna, i movimenti tra dentro e fuori.
Che quel gioco dell’associazione si manifesti mediante l’anticipazione di un suono successivo o la riproduzione di un suono precedente, o l’inserimento fra altri suoni di un suono abitualmente usato, o infine mediante parole interamente diverse che stiano in relazione associativa con i suoni parlati e agiscano su questi ultimi, si tratta sempre e soltanto di diversità di orientamento, e se mai di campo d’azione delle associazioni in gioco, ma non di diversità nella loro generale natura. In molti casi inoltre può essere dubbio a quale forma sia da ascrivere un dato disturbo o se non si debba, con maggiore ragione, secondo il principio della complicanza delle cause, risalire a una coincidenza di più motivi.” [Ibidem, pag. 107]
Wundt non si discostava molto da Freud nella sua concezione sulla coincidenza di più motivi, sulla concomitanza di diverse cause. Qui ci si allontana sempre più dalla struttura positiva ed economica della psicologia di allora, per entrare in questa concezione più antropica e più letteraria.
Qui di seguito abbiamo un lapsus “sinistro”, di quelli che pesano, e fanno sì che alcune persone vengano considerate ‘portagrane’, poiché hanno molta aggressività pronta a manifestarsi come cattivo augurio a qualcuno…
Il seguente esempio di lapsus verbale illumina come al lampo di magnesio uno dei dolorosi conflitti che sono retaggio del medico. Un uomo verosimilmente colpito da una malattia fatale, la cui diagnosi però non è ancora certa, è venuto a Vienna per attendere qui la soluzione del suo caso, e ha pregato un amico di gioventù, ora divenuto medico di fama, di prenderlo in cura: il medico infine accetta di farlo, ma non senza riluttanza. Il malato dovrà soggiornare in una casa di cura e il medico propone il sanatorio “Hera”. “Ma quella è una clinica specializzata (una maternità)”, obietta il malato. “Oh no! — ribadisce infervorato il medico. — Nella ‘Hera’ si esequiescono…volevo dire si eseguono cure di qualunque genere!” Egli poi si difende accanitamente contro l’interpretazione del suo lapsus verbale. “Non crederai che io nutra impulsi ostili contro di te?” Un quarto d’ora dopo il medico dice alla signora con cui sta uscendo e che si era assunta la cura del malato: “Non posso trovare nulla e non posso ancora crederci. Ma se dovesse essere così, sarei del parere di dargli una buona dose di morfina e poi sarà pace”. Risulta che l’amico gli aveva posto come condizione di accorciargli le sofferenze con un farmaco non appena fosse accertata l’impossibilità della guarigione. Il medico dunque, effettivamente, aveva assunto il compito di curare le esequie dell’amico. [Ibidem, pag. 120]
Qui sotto il “lapsus del professore”:
Aggiungo un altro caso di lapsus verbale facilmente interpretabile. “Il professore si sforza, nella lezione di anatomia, di spiegare la cavità nasale che, com’è noto, costituisce un capitolo difficilissimo della splancnologia. Alla sua domanda se gli ascoltatori abbiano capito la spiegazione, tutti in coro rispondono di sì. Allora il professore, che è noto per la sua presunzione, osserva: ‘Non lo credo, perché le persone che capiscono la cavità nasale si possono contare su un dito, pardon, sulle dita di una mano, anche in una metropoli come Vienna che ha milioni di abitanti (…)
Freud cita Brantôme, un tipo strano che visse dal 1527 al 1614 e, alla fine del ‘500, scrisse tre volumi intitolati “Vies des dames galantes”. Credo che questo sia il libro più pornografico che si conosca nella storia, ancorché raffinatissimo nel linguaggio. Brantôme è un soldato, un ex-comandante, che ad un certo punto si mise a riposo, recandosi a corte, dove ne succedevano di tutti i colori. Le corti vanno da Francesco I fino a Luigi XIII. Su quest’ultimo re è stato scritto un libro, “Sull’educazione di Luigi XIII”, costituito dal diario del medico del sovrano stesso, che narrava dell’educazione impartitagli: veniva spesso frustato, viveva isolato in un castello, aveva diverse mamme, - la sua vera era Maria dei Medici -, che chiamava “10000 mamme”. Quando suo padre Enrico IV fu ucciso, egli divenne re ancora giovanissimo. Arrivato all’età di diciott’anni, il potere era tenuto da un certo Concili, un sinistro individuo, un mestatore, insieme a Maria dei Medici, che era la reggente.
Il giorno del suo diciottesimo compleanno, mentre stava giocando a biliardo, fece chiamare il capo delle guardie, e gli disse di arrestare Concili, il capo del governo. Il capo delle guardie rimase sorpreso e, girato dall’altra parte, fece “spallucce”. Fece in seguito una strage con un agguato e di nascosto uccise tutti.
Brantôme racconta quello che succedeva allora alla corte di Francia, narrando cose straordinarie. Egli, descrive una dama molto bella che, mentre parlava con un gran signore del corso degli affari della guerra, durante la guerra civile, disse:
‘J’ay ouy dire que le roy a fait rompre tous les c…de ce pays-là.’ Elle vouloit dire les ponts.
C deriva dal latino culus, il re oltre ai ponti rompeva anche ‘les c’. Si trattava di Francesco I.
Pensez que, venant de coucher d’avec son mary, ou songeant à son amant, elle avoit encor ce nom frais en la bouche ; et le gentilhomme s’en eschauffa en amours d’elle pour ce mot...
Questa donna veniva dal letto del marito, ma pensava all’amante. Poi compare un’altra dama più bella di lei
... « Une autre dam que j’ai cogneue, entretenant une autre grand’dame plus qu’elle, et luy louant et exaltant ses beautez, elle luy dit après : ‘Non, madame, ce que je vous en dis, ce n’est point pour vous adultérer’ ; voulant dire adulater, comme elle le rhabilla ainsi : pensez qu’elle songeoit à adultérer. » [Ibidem, pag. 122, 123]
Stava pensando a commettere adulterio.
Freud accosta Wundt a Brantôme, indicando come quest’ultimo abbia una visione molto più profonda del primo.
A questo punto vengono riportati questi lapsus di grandezza e di sostituzione paterna
“In prima ginnasio mi toccò (per la prima volta nella mia vita) di recitare una poesia in pubblico (cioè davanti a tutta la classe). Ero ben preparato e fui costernato di essere disturbato subito all’inizio da uno scoppio d’ilarità generale. Il professore poi mi spiegò questa strana accoglienza. Io infatti avevo bensì detto giusto il titolo della poesia, ‘Da lontano’, come autore però non nominai il vero poeta bensì…me stesso. Il nome del poeta è Sàndor Petöfi. Anch’io mi chiamo Sàndor (Alessandro) e ciò favorì lo scambio; ma la causa vera di esso stava certamente nel fatto che io allora nei miei segreti desideri m’identificavo con il festeggiato poeta-eroe. Anche coscientemente io nutrivo per lui un amore e una stima che confinavo con l’adorazione. Naturalmente dietro a questo atto mancato sta anche tutto il fastidioso complesso dell’ambizione.”
Un’identificazione consimile mediante scambio di nome mi fu riferita da un giovane medico che timido e deferente si era presentato al celebre Virchow come “Dottor Virchow”. Il professore si volse a lui sorpreso e domandò: “Ah, anche Lei si chiama Virchow?”. Io non so come il giovane ambizioso abbia giustificato il suo lapsus; se abbia trovato la cattivante scusa di essersi sentito così piccolo accanto al grande uomo che il proprio nome dovette sparire dalla sua mente, o se abbia avuto il coraggio di ammettere che sperava di diventare anche lui un grand’uomo come Virchow, e che quindi il signor professore non doveva trattarlo dall’alto in basso. Uno dei due pensieri, o forse ambedue contemporaneamente, potrebbero avere provocato la confusione del giovanotto nel presentarsi. [Ibidem, pag. 128]
Vediamo ora il meccanismo dell’identificazione.
Sui lapsus di grandezza c’è la nota battuta dei tre prelati che, parlando tra di loro, sostengono d’essere estranei a tutti i peccati, soprattutto a quelli di superbia, e uno dice: “L’altra volta, mentre stavo parlando, un signore mi disse ‘Monsignore’, e io non gli ho detto che non ero monsignore”; l’altro racconta di essere stato salutato con ‘buongiorno Eminenza’, “ma io non gli ho detto che non ero Vescovo”; al terzo, che era un fraticello andato a chiedere l’elemosina, fu detto “Cristo, te ne torni a piedi!”.
In questo libro integratore, aneddotico, “La psicopatologia della vita quotidiana”, Freud riporta una serie di scenette nel tentativo di convincere il lettore dell’esistenza di una motivazione al di sotto di ogni azione compiuta; una motivazione che sta al di fuori di quella conosciuta e “normale”, e spingerebbe ad agire. È assai difficile accettare l’idea di essere come “marionette” mosse da qualcuno, o meglio da una parte di noi che non vorremmo esprimere: è il cosiddetto “fantasma della libertà”. Quello appena passato è stato il secolo della retorica della libertà e della democrazia, che però non è mai realmente esistita! Le “democrazie”, in realtà, sono sempre state governate da piccoli gruppi al potere, ed il loro massimo livello è stato raggiunto con il Suffragio Universale, quando tutti ottennero la possibilità di votare, ogni 4 anni, per un simbolo, con l’illusione di poter “gestire le cose”. Il nostro Io è nelle stesse condizioni: ogni tanto prende una decisione, credendo di averla presa lui stesso, ma in realtà non è affatto così…
Riguardo a libertà e democrazia, Freud era amaramente pessimista. Einstein era un grande ammiratore di Freud, lo considerava un vero e proprio innovatore scientifico. Nel carteggio “Perché la guerra” sono contenute due lettere scambiate tra Einstein e Freud, che permettono di confrontare l’ottimismo del primo ed il pessimismo di quest’ultimo. Einstein sosteneva che “verrà un giorno in cui le guerre non ci saranno più, perché la gente cambierà, si renderà conto ecc.”. Freud invece era di opinione contraria, ritenendo che vi fosse solamente l’illusione, il “fantasma della libertà”, ad esempio, di poter scegliere la pace. Egli temeva tuttavia di non poter chiarire tale concetto: la gente aveva bisogno della rassicurazione di essere libera e autonoma, di ritenere che il destino dell’uomo fosse quello d’essere libero, di poter credere che gli uomini fossero esseri buoni, costruttivi e pacifici.
Oltre a questo pessimismo in Freud c’era una rigorosa moralità che sconfinava talora nel moralismo, che è poi il “tarlo” che rode la psicoanalisi, dando luogo a una sorta di “perbenismo”: la persona normale doveva essere anche una persona “per bene” dal punto di vista etico; non si poteva allora accettare che una persona potesse essere al contempo delinquente e sana. Qui Freud affronta il problema dei lapsus di scrittura. Egli coglie anche un punto fondamentale della sua conflittualità.
Come potei un giorno leggere nel giornale: “attraverso l’Europa im Fass [in una botte]”, anziché “zu Fuss [a piedi]”? La soluzione di questo caso mi creò difficoltà per molto tempo. Le prime idee invero mi facevano ritenere che si dovesse trattare della botte di Diogene e in una storia dell’arte avevo letto recentemente qualcosa sull’arte all’epoca di Alessandro Magno...
Freud ha un fratello che si chiama Alessandro!
Era quindi facile pensare alla nota frase di Alessandro: “Se non fossi Alessandro vorrei essere Diogene.” ...
Questa frase viene attribuita ad Alessandro Magno da Puzio Lupo, lo scrittore della biografia di tale personaggio storico, che descrive il quadro di uno squilibrato.
Un esempio. Alessandro è a pranzo, sta parlando con gli amici; uno è Tito, il suo più fedele compagno, il suo generale. Ad un certo punto Tito esprime un’opinione contraria a quella di Alessandro. Egli reagisce scagliandoglisi contro e viene trattenuto dai suoi amici; ma alla fine del pranzo prende una lancia, va vicino alla porta, e, quando Tito passa lo trafigge e lo uccide. Un comportamento tipicamente “borderline”. Qui c’è una giusta osservazione di Alessandro: “se non fossi Alessandro vorrei essere Diogene”. Diogene ovviamente non avrebbe ucciso nessuno a quel modo!
Qui è evidente il conflitto di Freud stesso. “Dobbiamo fare una psicologia naturalistica, che allora diventa una psicologia del “delinquente che può essere sano”, oppure dobbiamo fare una psicologia socio-etica che ci dice “solo una persona perbene è sana?”. Ancora oggi si dibatte su questo problema…
... Inoltre avevo come un vago ricordo di un certo signor Hermann Zeitung [Zeitung: giornale] che aveva iniziato un viaggio entro una cassa. Ma non riuscii a stabilire connessioni ulteriori, né riuscii a ritrovare quella pagina nella storia dell’arte dove mi era caduta sott’occhio quell’osservazione. Soltanto mesi dopo ritornò alla mia mente all’improvviso il rebus già messo da parte, e questa volta insieme alla sua soluzione. Ricordai un trafiletto in un giornale sugli strani mezzi di Beförderung [trasporto] scelti dalle persone che volevano recarsi all’Esposizione universale di Parigi [del 1900], e credo che lì vi fosse l’informazione scherzosa che un signore intendeva farsi rotolare entro una botte, da un altro signore, fino a Parigi. Naturalmente questa gente non avrebbe altro motivo per tali sciocchezze se non quello di far parlare di sé. Hermann Zeitung era in realtà il nome dell’uomo che aveva dato il primo esempio dello straordinario mezzo di trasporto. Poi mi venne in mente di avere una volta curato un paziente la cui angoscia morbosa verso il giornale risultò essere una reazione contro l’ambizione morbosa di vedersi stampato e celebrato sui giornali. Alessandro il Macedone fu certamente uno degli uomini più ambiziosi che mai siano esistiti. Egli si lamentava che non avrebbe trovato un Omero che cantasse le sue gesta. Ma come mai potei non pensare che un altro Alessandro mi era molto più vicino, che Alessandro era il nome del mio fratello minore? Tosto scopersi il pensiero criticabile e che doveva essere rimosso nei riguardi di questo Alessandro e la sua presente causa immediata. Mio fratello è un esperto di tariffe e trasporti e doveva a una determinata epoca ottenere, per la sua attività di insegnante presso una scuola commerciale superiore, il titolo di professore. Io stesso da molti anni ero stato proposto per analoga Beförderung [promozione] all’Università, senza averla ottenuta
Trasporto, avanzamento.
Nostra madre in quel tempo manifestava la sua sorpresa per il fatto che il figlio minore diventasse professore prima del maggiore. Tale la situazione nell’epoca in cui non riuscivo a trovare la chiave dell’enigma che il mio errore di lettura racchiudeva. Poi anche per mio fratello sorsero difficoltà; le sue probabilità di diventare professore divennero anche più scarse delle mie. Ma allora tutt’a un tratto il senso del lapsus di lettura mi apparve evidente; fu come se la diminuzione delle speranze di mio fratello avesse scostato un ostacolo. Io mi ero comportato come se avessi letto la nomina del fratello nel giornale e avessi pensato: strano che per stupidaggini simili (come quelle che formano oggetto della sua professione) si possa figurare nel giornale (cioè, si possa essere nominati professori)! [Ibidem, pag. 147. 148]
Si potrebbe pensare: “figuriamoci se tu non conoscevi la storia di Attilio Regolo, che fu messo dentro la botte di chiodi e fatto rotolare...”, ma Freud non la nomina, e noi rispettiamo la sua dimenticanza.
Qui emerge poi il discorso della rivalità verso il fratello, che sarebbe in realtà la rivalità verso il padre. Trent’ anni dopo Freud riuscirà a soddisfare uno dei suoi più grandi desideri, visitare l’Acropoli di Atene. Qui manifesta un disturbo della memoria; una sorta di amnesia, di stato confusionale, di dissociazione della coscienza direbbe il DSM.
Mentre si trova nell’Acropoli egli si chiede: ‘dove sono? cosa sono venuto a fare?’. Allora non era facile andare ad Atene… Freud ci va insieme al fratello Alessandro. Scrive in seguito il lavoro “Un disturbo della memoria sull’Acropoli”, su cui si basano tutti i lavori successivi, tra i quali quello sulla Sindrome di Stendhal, l’improvviso senso di perdita di contatto con la realtà di fronte ad una forte emozione, legata alla contemplazione dell’opera d’arte.
Mentre si trova ad Atene con il fratello Alessandro, Freud capisce di trovarsi in una sorta di ideazione trionfante, “mio padre non sarebbe mai potuto venire qui, io sì…”. È quel tipo di discorso che tutti a volte facciamo, quando abbiamo il padre “inferiore” a noi, quando riusciamo a realizzare qualcosa che nostro padre invece non ha potuto fare. E questa presa di coscienza, l’acquisizione di questa consapevolezza, risulta devastante per Freud, “io posso andare molto al di là di quello che ha potuto fare il nostro povero padre...”. Qui è evidente la rivalità con il padre.
Il secondo punto riguarda il discorso con il fratello Alexander.
Negli anni ‘20 era evidente lo scontro tra le due più grandi correnti di pensiero del momento: la psicoanalisi ed il marxismo. Si cercò di conciliare queste due correnti contrapposte, da un lato, con la scuola tedesca di Francoforte di Fromm e Marcuse; quest’ultimo dichiaratamente psicoanalista e marxista, si trasferì in America provocando una serie di polemiche… Dall’altra parte c’era Wilhelm Reich.
Freud era ostile nei confronti di Reich, tanto che uno fra i migliori lavori di questo Autore, “Analisi del carattere masochista”, venne pubblicato sulla rivista di psicoanalisi solo a patto che venisse rispettata la richiesta di Freud di aggiungervi: “questo è stato fatto al servizio del partito comunista2. Sebbene Freud avesse esagerato, Reich astutamente accettò, facendo fare una “figuraccia” a Freud. Reich scrisse inoltre “La rivoluzione sessuale”, e nel ’21 si recò in Russia, allora governata da Lenin, proponendo e divulgando il “libero amore”: niente matrimoni, i figli sarebbero stati allevati dallo stato, nelle strutture pubbliche. In questo paese, Reich venne accolto entusiasticamente, lui che preconizzava la libertà del sesso in una società priva di legami di tipo borghese.
Reich criticava la psicoanalisi “ufficiale”: per lui l’analista portava la fiaccola della rivoluzione, ma egli stesso viveva nel buio, perché si trovava a vivere nella sua famiglia borghese, nella sua piccolezza borghese. Da qui prese poi avvio il movimento francese del ‘68. Freud era in netta opposizione a questa ideologia.
Il principio del marxismo, per un certo periodo sostenuto da Reich, era il seguente: “una società in cui gli uomini vivono armonicamente tra di loro, suddividendosi in modo uguale i beni della terra, è possibile perché gli uomini vi sono portati; se invece ciò non avviene è perché vi sono la proprietà privata dei mezzi di produzione, ed il potere politico borghese al suo servizio, che alterano la situazione. Ma sottraendo ai singoli la proprietà dei mezzi di produzione, e affidandola alla ‘res publica’, allo stato, equa ripartizione delle ricchezze e armonia fra gli uomini diventano possibili”.
Freud era in completo disaccordo: “no, per carità, perché questo contrasta con il principio in base per il quale l’uomo non è buono; l’uomo in realtà non ha alcuna intenzione di suddividere i beni, e usa la ricchezza come mezzo di potere”, utilizzando la metafora di Romolo e Remo.
Il marxista affermava: “Romolo uccise Remo perché si era convinto che, fondando una città, avrebbe detenuto il potere; se non ci fosse stato il potere sulla città, Romolo e Remo sarebbero andati d’accordo, coltivando il loro campo e prendendo solo quello di cui avevano bisogno”.
Freud, al contrario, sosteneva: “non è affatto così: in realtà Romolo uccise Remo perché non voleva avere un fratello rivale, e quindi con la scusa del potere della città lo aveva ammazzato”. L’esistenza del potere politico, quindi, non era il reale motivo del disaccordo, ma solo un pretesto.
Queste erano le due posizioni contrapposte.
Qui comincia a delinearsi il problema del contrasto politico tra la psicoanalisi marxista di Marcuse, capostipite della scuola di Francoforte, e la psicoanalisi non marxista, freudiana, che all’opposto considerava utopistica l’idea dell’uomo come essere buono.
Abbiamo infine un altro tipo di dimenticanze: quelli di impressioni e propositi.
Nell’estate del 1901 dichiarai una volta a un amico, col quale allora ero in vivace scambio di idee su problemi scientifici, che certi problemi nevrotici si possono risolvere soltanto se ci mettiamo interamente sul terreno dell’ipotesi di un’originaria bisessualità dell’individuo.
Siamo nel 1901, epoca in cui i sessi erano e dovevano essere rigorosamente divisi; Freud espone qui un concetto che allora poteva sembrare inaccettabile: che tutti gli individui sono bisessuali…Il tema della bisessualità porterà poi, nel ’37, al discorso sull’analisi terminabile e interminabile. Oggi sappiamo che questo è vero, e non soltanto sul piano strettamente psicologico; sappiamo come la parte maschile e femminile di ognuno di noi rientrino entrambe nell’atto sessuale, per cui il rapporto soggettivamente inteso è quello in cui non si sa più chi è il penetrato e chi il penetrante. Ma questo allora non si sapeva ancora. Questi discorsi erano fortemente rivoluzionari.
Ottenni la risposta: “E’ ciò che ti dissi due anni e mezzo fa a Br. [Breslavia], quando facemmo quella passeggiata serale. Allora non ne volesti sentir parlare.” Ora, è doloroso essere invitati a rinunciare così alla propria originalità. Non potei ricordare quella conversazione e quell’affermazione del mio amico. Uno di noi doveva essere in errore; secondo il principio del cui prodest? dovevo esserlo io. Nel corso della settimana successiva infatti rammentai tutto l’episodio proprio nel modo in cui il mio amico avevo voluto risvegliare in me il ricordo, e so anche quel che io allora avevo risposto: “Non ho ancora un’opinione al riguardo, non voglio mettermi a discuterne.” Ma da allora sono diventato un po’ più tollerante quando, nella letteratura medica, m’imbatto in una delle poche idee alle quali si può collegare il mio nome e non ve ne trovo menzione.
Critiche alla moglie, amicizie tramutatesi in inimicizia, errori di diagnosi, ripulse da parte di concorrenti, furto di idee: certamente non è un puro accidente la necessità di toccare argomenti così penosi volendo risolvere un certo numero di esempi di dimenticanza, che ho raccolto a caso. Suppongo piuttosto che chiunque voglia esaminare i motivi delle proprie dimenticanze possa radunare un simile campionario di avversità. Mi sembra che sia del tutto generale la tendenza a dimenticare quel che è sgradevole; la capacità di farlo è certamente diversa da persona a persona. Molti dinieghi che incontriamo nella nostra attività medica devono probabilmente essere ricondotti a dimenticanze: il nostro modo di concepire tali dimenticanze limita le differenze tra le due forme di comportamento a condizioni puramente psicologiche, permettendoci di ravvisare in entrambi i modi di reagire l’espressione dello stesso motivo. Tra i numerosi esempi di rinnegamento di ricordi sgradevoli da me osservati presso i parenti dei miei malati, serbo memoria di uno particolarmente singolare. Una madre mi informava sugli anni d’infanzia di suo figlio sofferente di nervi, ora nell’età della pubertà, e mi raccontò che, come i suoi fratelli, anche lui stesso aveva sofferto di enuresi notturna sino a tardi, cosa che infatti non è senza importanza per la nosografia di un caso di nevrosi. Alcune settimane dopo, quando ella volle informarsi sullo stato del trattamento, ebbi occasione di richiamare la sua attenzione sui segni di una disposizione costituzionale alla malattia da parte del ragazzo, riferendomi, al riguardo, alla enuresi rilevata anamnesticamente. Con mia sorpresa essa negò il fatto sia per questo figlio sia per gli altri suoi figlioli e mi domandò come potevo affermare una cosa simile, finché dovetti dirle che lei stessa me lo aveva narrato poco tempo prima; dunque ora lo aveva dimenticato. [Ibidem, da pag. 180 a pag. 182]
Freud nota come molte delle nostre concezioni, molti nostri princìpi, diagnosi e teorie specifiche, derivino in realtà da un “gioco” profondo che altera e cambia le carte in tavola.
Ad esempio, quando si fa uno studio sperimentale su un determinato farmaco ed i risultati sono positivi per la molecola studiata, noi non mentiamo; avviene tuttavia che il nostro stato d’animo generale venga manipolato fuori dalla coscienza in una certa direzione: quella d’ignorare i risultati negativi.
Un altro esempio: provate a prendere un uomo di destra o uno di sinistra, ed a convincerlo che, sulla base dei fatti che gli mostrate, lui ha torto; vi accorgerete che non lo ammetterà mai, ma rimarrà sempre della stessa opinione. Far cambiare opinione alla gente è sempre estremamente difficile.
Freud fa notare come non ci si possa fidare di noi stessi, nemmeno nella formulazione di una teoria scientifica: se è giusta la difendiamo fino all’ultimo, mentre quando è sbagliata la difendiamo ugualmente.
Nel caso sopra menzionato viene riferito il dato anamnestico dell’enuresi, che poi viene però negata, poiché si tratta di un elemento “offensivo”, che colpisce l’autostima e l’orgoglio materno; tale elemento di verità viene come cancellato.
Nelle diagnosi a volte l’abolizione è consapevolmente necessaria. Quando ero ragazzino, in clinica neurologica, ho assistito alla discussione circa una diagnosi, avvenuta tra un clinico ed un neurofisiologo. La diagnosi era “sindrome delle corna anteriori”, ma era presente il riflesso di Babinski, che non concordava con tale conclusione. In questa discussione uno diceva: “Non possiamo porre questa diagnosi perché c’è il Babinski”; l’altro replicava: “Facciamo finta che non ci sia”. Uno era lo scienziato: “Se c’è il Babinski non possiamo fare diagnosi”, l’altro era il clinico: “Non fa niente, tutto il resto mi porta a questa diagnosi”. Questa è una magnifica sintesi di due modalità di comportamento che esprimono la differenza di impostazione generale: l’uno tormentosamente attaccato alla scienza, l’altro estremamente bisognoso di arrivare alla conclusione. Vedete come le cose possano essere cambiate….
Vediamo ora le sbadataggini.
Da molti anni si trovano sulla mia scrivania un martelletto per riflessi e un diapason, l’uno accanto all’altro. Un bel giorno esco in tutta fretta appena finita l’ora di visita, perché voglio fare in tempo a prendere una determinata corsa della ferrovia metropolitana, e metto in tasca, alla piena luce del giorno, il diapason in luogo del martelletto. Mi rende accorto dello sbaglio il peso dell’oggetto. Chi non è abituato a meditare su questi fatterelli, certamente spiegherà e scuserà l’errore con la fretta del momento. Ciononostante ho preferito chiedermi perché io avessi preso il diapason anziché il martelletto. La fretta avrebbe potuto ben essere un motivo per afferrare la cosa giusta, per non dover poi perdere tempo nel correggere lo sbaglio.
“Chi ha per ultimo afferrato il diapason?” ecco la domanda che mi si presenta spontanea. Fu pochi giorni prima un bambino idiota, di cui esaminai l’attenzione alle impressioni sensorie e che era talmente affascinato dal diapason da farmi durar fatica a strapparglielo. Ciò significa forse che non sono un idiota? Pare di sì, perché l’idea successiva che si associa al martelletto [in tedesco Hammer] è Chamer (in ebraico: asino).
Ma che significano questi insulti? Bisogna fare qui un esame della situazione. Mi affrettavo per recarmi a consulto in un luogo sulla linea occidentale, presso un malato che, secondo l’anamnesi comunicata epistolarmente, era caduto alcuni mesi prima da un balcone e da allora non poteva camminare. Il medico che mi aveva invitato mi aveva scritto di non sapere ciononostante se si trattasse di una lesione del midollo spinale oppure di una nevrosi o isteria traumatica. Dovevo decidere io. Era dunque consigliabile la massima prudenza in questa delicata diagnosi differenziale. I colleghi ritengono, del resto, che si diagnostichi con troppa leggerezza l’isteria quando si tratta di cose assai più serie. Ma ciò non basta a giustificare l’insulto. Ma ecco che c’è dell’altro: la piccola stazione era proprio il luogo in cui anni prima avevo visto un giovanotto che dopo una forte commozione aveva perduto la capacità di camminare normalmente. Io allora feci una diagnosi di isteria e presi poi anche in cura psichica il malato, e più tardi si vide che la mia non era certo una diagnosi sbagliata, ma neppure una diagnosi esatta. Parecchi sintomi del malato erano isterici e questi prontamente scomparvero nel corso della cura. Ma sotto ad essi apparve un residuo inattaccabile dalla terapia, che si poteva spiegare soltanto con una sclerosi multipla. Coloro che videro il malato dopo di me non ebbero difficoltà a riconoscere l’affezione organica. D’altra parte io ben difficilmente avrei potuto giudicare e procedere diversamente, ma ciononostante rimase l’impressione di un grave errore; la promessa di guarigione che io gli avevo dato non poté naturalmente essere da me mantenuta. Lo sbaglio nell’afferrare il diapason invece del martelletto poteva quindi tradursi nelle seguenti parole: “Idiota, asino che non sei altro, cerca di non sbagliare questa volta, non diagnosticare di nuovo un’isteria in un caso di malattia inguaribile, come con quel poveretto in quello stesso luogo, anni fa!” E fortunatamente per questa piccola analisi, anche se sfortunatamente per il mio stato d’animo, proprio quell’individuo affetto da grave paralisi spastica era venuto a farsi visitare da me pochi giorni prima ed esattamente un giorno dopo il bambino idiota.
Come si vede, in questo caso fu la voce dell’autocritica a farsi sentire attraverso l’errore commesso, errore che è particolarmente adatto per esprimere un rimprovero a sé stessi. Qui lo sbaglio vuole raffigurare lo sbaglio già commesso in altra occasione. [Ibidem, pag. 199, 200]
 
Analizziamo adesso altri due importanti punti, per vedere come in realtà, dietro tutto questo, Freud veda il prepotente bisogno dell’inconscio di affiorare. In quel momento il suo inconscio aveva bisogno di dire “guarda, hai sbagliato! guarda che idiota che sei”; e questa colpevolizzazione solitamente viene poi allontanata, verificata, cambiata, tramite una serie di faticosi lavori operati per cancellare dalla mente questi difetti. “In melanconia veritas”: il depresso si colpevolizza; altrimenti questo non avviene. “Sono una persona tutta di un pezzo”: è facile che chi fa affermazioni di questo tipo sia poi un delinquente, ma questo non vuol dire che si possa esprmere un giudizio sociale al delinquente in mancanza di prove oggettive!
Per Freud vi è una sorta di inconsapevole “moralità”: un profondo bisogno d’esser sinceri. È come se l’inconscio avesse a tutti i costi bisogno di dire la verità, poiché tale verità “è un bene”. In realtà, la verità è spesso un male. Sarebbe meglio non confessare certi peccati, perché assai sovente ciò comporta conseguenze devastanti e disastrose. Freud, però, più che sostenere che la verità sia un bene, è dell’opinione che l’inconscio abbia bisogno di emergere ed esprimersi.
Sul piano etico il giudizio è soggettivo, ma di fatto il problema nasce in questo modo.
Ecco un altro errore mortificante e istruttivo, esempio d’ignoranza temporanea, se è lecito usare tale espressione.
Un paziente un giorno mi sollecitò a dargli i due libri promessi su Venezia, sui quali voleva prepararsi per il suo viaggio di Pasqua. “Li ho già preparati”, risposi, e andai in biblioteca a prenderli. In verità però avevo dimenticato di tirarli fuori, perché non ero molto d’accordo col viaggio del mio paziente, nel quale ravvisavo un’inutile interruzione della cura e un danno materiale al medico. Do allora un rapido sguardo ai miei libri per scovare i due che avevo in mente: uno è Venezia, culla d’arte; ma ne devo avere anche un altro in una collezione simile, un’opera storica. Eccolo: I Medici; lo prendo e lo porto a colui che attende, per poi ammettere mortificato l’errore. Certo, so benissimo che i medici con Venezia non c’entrano, per pochi istanti tuttavia non mi parve che ci fosse errore di sorta. Devo essere giusto, ora; ho rinfacciato le sue azioni sintomatiche al paziente tante volte, che posso salvare la mia autorità davanti a lui soltanto diventando onesto e manifestandogli i motivi, tenuti segreti, della mia avversione al suo viaggio.
Ci si dovrebbe sorprendere, in generale, che il bisogno di verità degli uomini sia molto più forte di quanto si ritiene solitamente.
Questa osservazione, “gli uomini hanno un forte bisogno di verità”, sembra non tener conto del contrasto tra verità a livello cosciente e a livello inconscio. Qui Freud parla di un altro tipo di verità, quella inconscia, non conosciuta. Si avverte la sua grande dirittura morale, che lo “tormenta” per tutta la vita. È chiaro che il paziente andrà a Venezia e non gli pagherà le sedute; Freud vorrebbe dirgli “non ci devi andare perché stai male”, ma si accorge che è lui stesso a non voler perdere le sedute, perché gli fa comodo prendere i soldi! In seguito gli analisti porranno rimedio a questo problema dicendo: “va’ pure a Venezia, ma le sedute le paghi lo stesso!”.
Del resto è forse una conseguenza del mio occuparmi di psicoanalisi se quasi non riesco più a mentire. Ogni volta che tento una deformazione, soggiaccio a un errore o a un altro atto mancato, col quale si tradisce la mia insincerità, come in questo caso e in quello precedente. [Ibidem, pag. 247, 248]
Chi pensa che un analista non commetta lapsus si sbaglia! Forse c’è piuttosto una certa difficoltà a mentire a causa delle nostre conoscenze, perché abbiamo dei canali tra conscio e inconscio che tendono ad essere aperti.
 Qui emerge un concetto importante. Freud si oppone a qualsiasi cognizione magica, extrasensoriale o religiosa circa il verificarsi di eventi imprevisti. L’accadere di qualsiasi cosa di cui siamo gli autori si può spiegare soltanto con i movimenti che si verificano dentro ciascuno di noi. Tutto ciò che è religione, magia, eventi esterni che possono influenzare per una via extra-sensoriale la nostra mente, tutto questo viene criticato e rifiutato da Freud.
Freud si aspetta anche una spiegazione dalla biochimica, che a quel tempo non era ancora possibile: egli ritiene che non esista nulla che non abbia un preciso determinismo. Chiunque, facendo lo psicoanalista, si sposti verso concezioni mistiche o magiche è fuori campo, perché una regola fondamentale dettata da Freud è che tutti i fenomeni, siano essi quelli magici, spirituali, o quelli che non possono essere altrimenti spiegati, derivino da un preciso determinismo, da una precisa relazione di causa ed effetto. Altrimenti nulla si può dire circa la loro esistenza.
Se voi potete convincere voi stessi dell’esistenza di forze esterne, di influssi estranei che agiscono su di noi, se potete convincere un fisico, un biologo o un matematico, non potreste mai convincere uno psicoanalista perché non ci crederebbe categoricamente: lo psicoanalista crede che tutto quello che accade è avvenuto prima dentro di noi.
I sogni non sono mandati dall’esterno, da Giove, per farvi indovinare i numeri al lotto, ma sono soltanto la manifestazione delle nostre esigenze, dei nostri problemi, delle nostre situazioni interiori.
A questo punto Freud conclude la spiegazione di tali fenomeni, attraverso l’elaborazione teorica, per ritornare “trionfalmente” alla clinica.
Questo avviene nel 1901 con il caso di Dora, il caso più famoso dell’opera freudiana. Esso introduce una serie di concetti che pongono le basi per la stesura del saggio sulla teoria sessuale, concetti che sono il fondamento del principio psicoanalitico della vita sessuale.


 

> Lascia un commento   > Torna all'indice

Totale visualizzazioni: 14654