La malattia mentale tra scienza e politica. Intervista a Giovanni Berlinguer

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( Giovanni Berlinguer uno dei padri politici della riforma, analizza in esclusiva per questo speciale trent'anni di politica sanitaria in ambito psichiatriaco)

 

INTRODUZIONE

Pubblichiamo, in forma solo lievemente modificata e ipertestuale, la trascrizione di un'intervista gentilmente rilasciataci dal prof. Giovanni Berlinguer. 
Giovanni Berlinguer, fratello di Enrico, è stato per molti anni uno dei massimi dirigenti del PCI-PDS con responsabilità nel campo della Sicurezza Sociale e della Cultura, è professore di Igiene del lavoro all'università La Sapienza di Roma ed è direttore, presso la stessa università, di un corso di perfezionamento in Bioetica. Autore di numerosi libri e pubblicazioni, attualmente dirige la rivista trimestrale "Qualità, equità", dedicata ai problemi del welfare.

 

La 180 , il '68 e il Pci

D: Gli anni che precedettero l'approvazione della legge 180 videro un'intensa attività pubblicistica (cfr. Le riviste dell'epoca, come Sapere, Inchiesta, Fogli di informazione e l'opera di L. Maccacaro) da parte di medici e psichiatri della sinistra italiana, tra i quali lei. Vuole indicarci i termini di quel dibattito intellettuale?
R: Questo dibattito aveva una specificità, la psichiatria e i manicomi, ma era collegato a un periodo di intenso e tumultuoso rinnovamento culturale che viene solitamente definito con una data, il '68. Esso però, a ben guardare, precede e segue questa data, soprattutto in Italia, dove l'esplosione del movimento aveva avuto prodromi lunghi e multilaterali. C'era stata una rielaborazione dei temi della condizione operaia e una rivalutazione della soggettività dell'operaio - quindi indirettamente dell'elemento psicologico - nella definizione e nella validazione delle condizioni di lavoro, il che aveva aperto la strada al controllo della salute nelle fabbriche e a progressi sensibilissimi raggiunti negli anni successivi. C'era stato il movimento femminista, che si era presentato con molto vigore e varie differenziazioni. C'erano state le anticipazioni della stagione dei diritti civili, che culminò nella rielaborazione del diritto di famiglia, poi nella battaglia per il divorzio, poi ancora in quella per l'aborto. C'erano stati, infine, movimenti per la riforma dei servizi sanitari - con la presentazione delle prime proposte di legge -, con la partecipazione di forze interne ed esterne alla medicina, come le amministrazioni locali: molti Comuni si mossero, in base a un'antica tradizione di impegno dei comuni italiani risalente per lo meno al Rinascimento. In questo ambito, anche i sindacati si dettero da fare: tra l'altro, la prima proposta di riforma sanitaria fu presentata dai parlamentari della Cgil.
D:Vuole sintetizzarci i termini della discussione nello specifico ambito della psichiatria?
R:E' in questo quadro che si comincia a discutere la condizione manicomiale, appaiono inchieste e denunce, queste raggiungono tutti i mezzi di comunicazione, creano una sensibilità. Si realizzano contemporaneamente le prime esperienze negli OOPP, nelle quali c'è ancora l'eco del rinnovamento psichiatrico inglese. Man mano, però, si delinea una specificità italiana, con le esperienze di Parma e Gorizia. Quello che è interessante, e che si manifesterà fin da allora, è il silenzio degli antagonisti: non c'è da parte della psichiatria ufficiale una risposta, un'affermazione delle proprie posizioni, si tende a sfuggire al dibattito. Comincia così a maturare quello che verrà giustamente unificato sotto il nome di "esperienza basagliana", anche se si tratta di un'esperienza composita, con molte sfumature, e non solo, con vere e proprie differenziazioni secondo le sedi e i personaggi. Questo è un po' il clima, che ha un punto di partenza nel '68, anno in cui si determinano in Italia - e questa è una specificità tutta italiana - movimenti concomitanti, e convergenti sotto molti aspetti, di lavoratori e di studenti.
D:Può dirci come allora s'intendeva il rapporto tra politica e scienza? 
R:Il rapporto tra politica e scienza fu uno dei temi più controversi. La tesi che ebbe maggiore espansione in quel periodo fu formulata come: "La scienza non è neutrale". La non neutralità della scienza comprendeva una critica sostanziale soprattutto alle sue applicazioni, per esempio nell'ambito manicomiale - dove l'istituzione si giustificava con l'esistenza di una malattia organica, incurabile, pericolosa -, ma anche in altri settori. Nel campo generale della medicina, nell'uso della scienza per la costruzione di armi distruttive, nelle tendenze selvagge della sperimentazione umana e anche di quella sugli animali. Nell'uso di quella, che all'epoca del terrorismo, venne chiamata "organizzazione scientifica del lavoro", e che in sostanza era una forma di sfruttamento perfezionato. Da questo, fu fatta derivare la tesi che coinvolse anche una visione epistemologica, cioè la "teoria della scienza", che anch'essa non è neutrale.
D: Questa critica alla scienza si prestava a suo avviso, a estremizzazioni di tipo ideologico?
R: In un certo senso si, tanto che si arrivò perfino a una identificazione della scienza con gli interessi delle classi dominanti e con una funzione oppressiva sugli uomini. In sostanza, in queste formulazioni c'era un fondo di verità, ma non si faceva distinzione tra la conoscenza e le sue applicazioni, tra il valore intrinseco che ha la conoscenza e gli interessi che si manifestano, al momento delle scelte, nell'uso di queste conoscenze. Tutto sommato, ciò finì con l'avere una funzione poco incoraggiante nei confronti della diffusione della cultura scientifca, che in Italia non era e non è tuttora al suo apice in relazione ad altri Paesi. Se prendiamo a esempio il caso Di Bella, appare evidente che in Italia esistono conoscenze scientifiche anche diffuse; ma cos'è la scienza, quale sia il suo metodo, come la si valuta, questo è abbastanza estraneo alla mentalità comune. Bisogna dire che nel campo della salute mentale l'estremizzazione di questa tesi portò in alcuni casi - non nell'insieme del movimento rinnovatore - alla negazione dell'esistenza della malattia mentale.
D:Accanto a questo movimento di idee, nelle sedi dei partiti si svolgeva un'attività prettamente politica, alla quale lei partecipava, investito di responsabilità come dirigente dell'allora Pci. Può ricordarci quale fu il suo ruolo? può delinearci il panorama visto, per così dire, da quest'altro versante?
Io sono stato dal '63 al '68 nella Direzione del Pci ed ero responsabile del settore della Sicurezza sociale, che comprendeva previdenza, assistenza e sanità. Poi, nel '68, passai a far parte del gruppo dirigente della sezione culturale, in cui mi occupavo particolarmente della politica scientifica. Mi trovai dunque a operare in due campi, scienza e sanità, che erano maggiormente coinvolti in questa riforma. Di conseguenza, fui molto addentro a tutte le discussioni. Nei partiti, allora, c'era una permeabilità al dibattito in campo culturale. A volte quegli anni vengono dipinti come un periodo in cui i partiti, in particolare il Pci, tentarono di stabilire una egemonia, di fare prevalere le proprie idee o i propri interessi. Questo può essere in parte vero, ma la base del lavoro culturale consisteva nel percepire quali erano gli orientamenti, i movimenti presenti nella società, e cercare d'inquadrarli, per quanto era compatibile, con le esigenze del partito. Questo venne fatto con grandi discussioni, fondamentalmente pubbliche. 
Nel campo della psichiatria e della salute mentale, il punto di maggiore impegno fu il convegno promosso dall'Istituto Gramsci, nel '69, su psichiatria e potere (cfr....), che fu concordato con Psichiatria democratica, attraverso confronti e perfino trattative. Ricordo che insieme a Franco Ferri, storico e a quel tempo direttore dell'Istituto Gramsci, andammo a Gorizia per conoscere l'esperienza basagliana, e per discutere con Basaglia e con gli altri le condizioni di questo importante convegno, che fu aperto da una mia relazione e poi da quelle di coloro che avevano partecipato al movimento. In sostanza, era l'apertura di un colloquio, ma anche di un confronto tra due potenze: una aveva le sue radici nella forza politica, l'altra nello spirito innovatore e nelle tesi che portava avanti con impegno e successo pratico, e con seguito di opinione tra i giovani e tra gli psichiatri più aperti. Questo convegno segnò una convergenza di posizioni. Ho parlato di questa discussione, che si svolse anche all'interno del Pci, perché lo scopo del nostro lavoro, una volta compreso che gli orientamenti basagliani erano giusti e che era giusto sostenerli, fu quello di far maturare l'insieme del partito intorno a queste posizioni. Come sul divorzio e successivamente sull'aborto, l'esigenza che la forza del Pci si esprimesse pienamente in sostegno di queste tesi comportava una discussione preliminare faticosa, altrimenti ci sarebbero state troppe divergenze. Il consenso, quindi, non fu il risultato di una disciplina di partito, ma della maturazione di una discussione.

 

Iter istituzionale e principii della legge. Il referendum radicale, la legge Mariotti

D: Può raccontarci come si arrivò alla proposta della legge 180 e quale fu il suo iter di discussione politica fino all'approvazione? ci fu una dialettica? quali erano le parti in gioco? Più precisamente, la proposta di legge ebbe come primo firmatario Orsini, psichiatra democristiano: può spiegarci come mai, nonostante che l'esigenza di abolire l'istituzione manicomiale fosse stata originariamente avanzata, e successivamente sostenuta, soprattutto da ambienti di sinistra?
R: La spiegazione sta in due fattori. Uno riguarda il clima politico generale, l'altro la proposta dei referendum, avanzata dal Partito radicale. Quest'ultima fu decisiva. Perché mentre si discuteva in molti ambienti su come modificare la legge, intervenne la richiesta di un referendum per abrogare la legge del 1904, che passò al vaglio della Corte costituzionale, per cui il referendum fu indetto e l'unico modo per evitare che ci fosse un voto di pura e semplice abrogazione - che avrebbe creato un vuoto operativo, oltre che legislativo - fu quello di presentare, con carattere d'urgenza e con il consenso di tutti i partiti, una proposta che avesse un iter rapido. Questo fu il motivo procedurale, per cui tutti i partiti che desideravano cambiare la situazione dei manicomi, pur avendo tra loro divergenze, nella sostanza concordarono di presentare una proposta comune. Il motivo per cui fu Orsini a presentarla è dovuto a un accordo preciso: fu giudicato più opportuno che il primo firmatario fosse appartenente al partito di maggioranza relativa. Nei documenti ufficiali risultano comunque anche altre firme, e dunque la proposta della180 è da considerare pluripartitica.
D: Quando si parla di 180, spesso ci si appella alla giustezza dei suoi principi animatori. C'era stato però un precedente, al quale raramente si fa riferimento, ovvero la legge Mariotti, nell'ambito della quale si era stabilito che il ricovero psichiatrico non venisse più registrato sulla fedina penale così come avveniva in passato. In questo provvedimento è sicuramente rintracciabile un principio, diciamo così, laico importante, che tende a distinguere il malato da altre forme di devianza, restituendogli un'identità precisa. Più confusi appaiono invece i principii della180, che sono risultati a volte perfino in contrasto con la distinzione accennata. Lei trova che la 180 rappresenti un elemento di continuità, o di contraddizione, rispetto alla Mariotti?
R: Già negli anni precedenti alla legge Mariotti c'erano state varie tendenze a trasformare le strutture psichiatriche e i servizi partendo da esperienze di diversi Paesi, cito solo l'esempio francese della psichiatria di settore. Ci furono dei convegni, organizzati dalla regione Emilia-Romagna, per tentare di tradurre in italiano quest'esperienza; e ci furono processi di umanizzazione degli ospedali psichiatrici, denunce pubbliche. La presenza di psichiatri democratici in molti servizi, infine, provocò in alcune sedi il miglioramento delle condizioni di esistenza. Però l'innovazione rispetto alla legge Mariotti, che aveva semplicemente riconosciuto che la malattia mentale era malattia mentale e non altro - e qui concordo che si tratta di un principio laico importantissimo, assolutamente fondamentale -, fu quella di aggiungere a questo principio una constatazione di fatto, cioè che i manicomi, istituzionalmente e per come si erano strutturati in Italia, non permettevano di affrontare la malattia mentale. Questa era una constatazione sviluppata sul piano teorico, contestando in genere l'istituzione manicomiale, e sul piano operativo, documentando in modo specifico la condizione particolarmente aspra e irriformabile dei manicomi italiani . 
Su questo si innestò la discussione sull'esistenza o meno della malattia mentale. Una parte di Psichiatria democratica - non prevalente ma combattiva, che fu quella le cui tesi furono utilizzate più ampiamente dall'opposizione - sosteneva che la malattia mentale non esiste. Ma la tesi di Basaglia era un'altra: l'istituto manicomiale nasconde, impedisce di vedere la malattia mentale e, quindi, senza sopprimerlo non ci si può rendere conto di cosa essa è, poiché è totalmente deformata e trasformata dall'istituzione. Per affrontare la malattia mentale bisogna uscire dall'istituzione, cioè bisogna creare relazioni extraistituzionali, extramanicomiali. Questi furono i due poli della discussione interna. Naturalmente la destra, gli oppositori, si aggrapparono molto all'idea che la malattia mentale non esiste. Io stesso scrissi più volte che mi sembrava una tesi spiritualista, perché se qualunque organo può ammalarsi e la mente no, questo può avere l'unica spiegazione che la mente è puro spirito. Cioè, una negazione della materialità. Ci furono discussioni teoriche su questo punto, però la soluzione che prevalse fu quella di considerare il fatto che i manicomi andavano soppressi e che il ricovero, anche coatto, in certi casi poteva essere realizzato evitando però che fosse senza termine e deciso solo dai medici. Io ritengo che questa sia una posizione altrettanto laica, anche se impregnata di ideologia. Mi sembra che abbia funzionato, poiché anche in altri Paesi oggi si tende a realizzare un'assistenza psichiatrica al di fuori dei manicomi. Ritengo, quindi, che sia una tesi fondamentalmente giusta, anche se nell'applicazione della legge l'estremizzazione di questa tesi ha creato una situazione di sconcerto e di difficoltà.

 

La discussione sulla malattia mentale tra compromessi e occasioni mancate

D: Se ben ricordo, a quell'epoca si andava anche oltre la negazione dell'esistenza della malattia: nel movimento di Psichiatria democratica c'era chi vedeva nel malato psichiatrico addirittura un soggetto rivoluzionario. Non pensa che ciò abbia creato confusioni, nuocendo molto alla psichiatria?
R: Anch'io sono convinto che la negazione dell'esistenza della malattia mentale, e la considerazione dei comportamenti anormali e patologici come una risposta alla società, o perfino come l'individuazione di strade che l'insieme della società avrebbe dovuto percorrere, è stata molto nociva. Debbo dire che Basaglia non ha mai condiviso nella sostanza queste posizioni, qualcuno lo ha criticato per non averle combattute abbastanza. Ma io, in un certo senso, lo capisco per avere io stesso avuto il problema di mantenere l'unità del partito su questi terreni, comprendo quindi che lui abbia parallelamente avuto quello di consolidare l'unità del movimento di Psichiatria democratica.
D: Problemi di compromesso, in un certo senso. E a proposito, si è detto che la 180 è stata uno dei prodotti del compromesso storico. Cosa ne pensa? E in particolare, al di là degli accordi politici, pensa che in essa si sia realizzata per così dire una contaminazione del pensiero comunista da parte di altre posizioni ideologiche? 
R: In qualche senso la legge è un prodotto di compromesso storico, perché se non ci fosse stato in quegli anni, tra il '75 e il '78, un clima di collaborazione tra i maggiori partiti, una disponibilità all'ascolto, una tendenza a trovare soluzioni e non a cercare nemici e distruggerli, questa e altre leggi difficilmente sarebbero state approvate. Invece su questo punto, come su altri, ci fu un accordo, o una rinuncia alla belligeranza. Ci fu dunque un clima di collaborazione che sicuramente giovò all'approvazione della legge e coinvolse anche l'insieme della riforma sanitaria, tanto è vero che la legge 833 che creò il Servizio sanitario nazionale fu approvata nello stesso periodo e incorporò la 180. La Basaglia durò isolatamente solo alcuni mesi, quelli necessari per evitare il referendum e collegarla alla riforma sanitaria. Per quanto riguarda gli aspetti ideologici, il movimento basagliano respinse un'idea di semplice soccorso a dei poveretti, forse eccessivamente. Però la respinse in nome di una riforma molto più sostanziale che avrebbe potuto consolidare un'idea del comportamento umano che non fosse quella di chi si considera normale, ha il potere e non tollera che ci siano altri che si comportano diversamente da come lui vorrebbe, che è un'idea restrittiva, oppressiva.
D: L'impressione è, comunque, che si sia persa un'occasione per approfondire il discorso sulla malattia mentale. Di malattia mentale, in definitiva, si è parlato pochissimo, ancora oggi ci ritroviamo divisi tra posizioni spiritualiste e organicismo. Perché non c'è stato modo di andare più a fondo sulla realtà psichica umana?
R: Questo è verissimo. E bisogna dire che mentre sulla legge è stato giusto, corretto che ci fossero determinati schieramenti, perché si doveva arrivare ad alcune decisioni, sui concetti della malattia mentale, sulle sue origini, su come interpretarla, sulle forma di terapia al di là dell'istituzione manicomiale, c'è stato un dialogo tra sordi. Per responsabilità di tutti. Perché si sono manifestate, senza confrontarsi - il confronto non c'è stato per nulla - varie tendenze: da un lato, appunto, il movimento di Psichiatria democratica che rifiutava ogni colloquio con gli altri, dall'altro gli psicoanalisti che continuarono ad andare per conto proprio, ignorando quello che stava succedendo e che riguardava certamente la psiche umana, e non altro. Il terzo gruppo, la terza corrente, che era all'inizio e che è di nuovo la più forte, è l'accademia - parlo naturalmente di determinate tendenze dell'accademia - che ha continuato a fare il proprio discorso e che adesso ha riesumato l'elettroshock, il che va preso come sintomo di una certa tendenza a continuare a formare gli psichiatri secondo vecchie tradizioni, senza tenere minimamente conto dell'esperienza anti-istituzionale. La mancanza di un colloquio, non dico di una integrazione - si tratta di correnti diverse che è giusto che si esprimano con le loro identità - è stata molto nociva sul piano culturale. Non credo che ci sia in Italia nessun altra disciplina in cui c'è stata tanta sordità reciproca, non so per quali motivi. Certo anche per interessi professionali, di scuola.
D: Questo discorso potrebbe portarci lontano. Il discorso sulla malattia mentale, forse coinvolge quello sulla natura dell'uomo.
R: Sono convinto, infatti, che queste tre correnti fondamentali abbiano delle forti legittimità, quello che non condivido è che non si sia cercato il confronto. Non ricordo alcuna sede, forse qualcuna c'è stata, ma molto periferica, in cui queste tre correnti abbiano dialogato tra loro. Forse una delle poche è stato il convegno dell'Istituto Gramsci già citato, al quale c'erano anche psicoanalisti. Ma non poteva essere sufficiente.
D: Probabilmente una delle forze che avrebbero dovuto rappresentare un punto di riferimento per una discussione sulla malattia mentale e sulla realtà psichica umana era proprio il Pci, e questo proprio mentre il partito attraversava una crisi, sia per i movimenti emergenti, sia a livello internazionale. Può darsi che anche per il Pci si sia trattato di un'occasione di approfondimento mancata?
R: E' un'opinione che contiene un fondo di verità. In quella fase, e ancora di più nella precedente, il valore dell'individuo umano, della sua libertà, dell'espressione delle sue facoltà non è stato al centro dell'ideologia comunista in Italia, e questo ha ostacolato una riflessione più approfondita sulla psiche umana. Non credo che il partito avrebbe potuto o dovuto ergersi a giudice, ma avrebbe potuto facilitare il confronto su questi temi, cioè favorire il dialogo e l'approfondimento. Riflettendoci adesso, può darsi che se avessimo fatto dieci anni dopo un'altro convegno sulla psichiatria, prescindendo dall'impegno politico di riformare la legge e di cambiare le istituzioni psichiatriche, sarebbe stato molto utile.

 

La 180 e l'attività dei partiti di sinistra e del sindacato

D: All'interno del suo partito chi si occupava di psichiatria, come veniva visto Basaglia e cosa si pensava della legge? 
R: Coordinatore di questo lavoro ero io, sono diventato molto amico di Basaglia. Ricordo con commozione che, quando morì, la moglie e i figli mi chiesero di parlare al funerale. E ho avuto una straordinaria stima per lui, mai guastata da discussioni acute.
D: Non tutti gli psichiatri di Psichiatria democratica affluivano al Pci. Di quali altre forze politiche facevano parte? 
R: Molti erano socialisti. In quel periodo il Psi e gli psichiatri socialisti svolsero un ruolo positivo, con notevole intesa tra le loro posizioni e le nostre. E in genere i dirigenti di partito che si occupavano delle politiche sociali e delle politiche culturali ebbero incontri con Basaglia, anche se poi il rapporto fondamentalmente faceva perno su di me, per certi aspetti, e sui gruppi parlamentari per l'iter della legge.
D: Può parlarmi del ruolo dei sindacati rispetto alla 180? 
R: Fu un ruolo positivo. Sia dei sindacati del settore, che del movimento sindacale in generale. A quell'epoca il sindacato aveva una molteplicità di collegamenti con il mondo culturale e sentì l'influenza di questo movimento innovativo.
D: Nei primi anni dopo l'approvazione della legge il sindacato era particolarmente attivo, presente ai tutti i tavoli di trattativa con gli enti locali, ma ricordo anche una sua proposta di "operatore unico" piuttosto criticabile. Cosa ne pensa? 
R: Infatti, attivo con qualche distorsione, poiché l'idea dell'operatore unico portò a un livellamento della qualità professionale.
D: Se l'identità dello psichiatra era già stata messa a dura prova dalla presunzione di non esistenza della malattia mentale, si può dire che la proposta dell'operatore unico completava l'opera, rendendo ancora più difficile la vita nei servizi? 
R: L'operatore unico portò a un livellamento professionale, poiché innanzitutto escludeva quelli che avevano una qualifica più elevata, e poi perché portò a una promozione sul campo di molti portantini e ausiliari a infermieri, di infermieri a capo infermieri, e così a uno slittamento verso l'alto della qualifica e non della qualificazione. Ma questo riguarda tutta la sanità e soprattutto il ruolo dei sindacati della pubblica amministrazione che non è stato di favorire le competenze, ma di uniformare e livellare verso il basso.

 

Problemi vecchi e nuovi nell'applicazione della legge

D: Cosa è successo nella pratica dei servizi all'indomani dell'applicazione della legge? quando si sono cominciati a vedere i limiti di quella legislazione? 
R: Più che ai limiti della legislazione, penso ai limiti applicativi, perché il fatto più rilevante dopo il 1978 fu il cambiamento del clima politico e culturale. Mentre fino a quell'anno c'era stata una situazione di affermazione di diritti, tolleranza, espansione delle attività sociali, a partire dal 1979-80, ci fu un cambiamento sostanziale sul piano mondiale. Una svolta che si può datare con la vittoria della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Stati Uniti, ma che ha radici profonde nelle distorsioni dello stato sociale e nel sistema delle relazioni internazionali. Non voglio attribuire a questo la mancata applicazione della legge, ma sicuramente ha influito molto. E ha influito negativamente anche un'altra distorsione dei gruppi psichiatrici innovatori: la tesi che il compito della psichiatria fosse quello di reinviare alla società le proprie contraddizioni. Formulata in questi termini: "Le malattie mentali sono un risultato delle contraddizioni della società, dobbiamo evitare che la società riesca a segregarle nei manicomi". Il che contiene un nocciolo di verità, ma non tutte le malattie mentali sono un prodotto sociale, ci sono un'infinità di cause; in secondo luogo, se si reinviano alla società senza aiutare la società a risolverli, si determinano dei forti disagi, come poi è avvenuto. Il primo inconveniente è che i malati vengono abbandonat a se stessi, o rimandati alle famiglie. A partire dagli anni Ottanta, si assiste a una ribellione delle famiglie, che cominciano a fondare associazioni per denunciare disagi crescenti. Posizioni che arrivano a negare la validità della legge, ma che hanno motivazioni profonde. A questo si associò l'inerzia delle amministrazioni pubbliche, che non approntavano i servizi paralizzando l'attività, non capendo che questo era un terreno importante di lavoro. Si determinarono delle forti differenze locali, ossia si passò dalla situazione relativamente omogenea dell'epoca manicomiale, a uno stato di cose che presentava punte avanzatissime accanto a siuazioni molto arretrate.
D: Di solito l'insuccesso, diciamo così, della legge viene attribuito alla cecità delle amministrazioni. Ma credo che il punto che debba interessare noi psichiatri, e probabilmente la medicina in generale, è come si sia potuto pensare che una malattia (o delle malattie) con le caratteristiche che sappiamo, venisse rimandata nelle case, alle famiglie.
R: Una linea irresponsabile, tipica ideologia. Il punto fu che questa linea di gestione territoriale, di integrazione sociale, che è una linea di straordinaria umanità e apertura al diverso, a tutti i diversi - e il malato mentale è forse uno dei più diversi - richiede una maturazione culturale profondissima. Adesso sembra esserci una situazione nuova, caratterizzata da un ricambio generazionale e da un maggiore impegno delle amministrazioni. Però io vedo due buchi neri in questa situazione: uno è l'accademia, ovverossia la formazione degli psichiatri italiani, l'altro è il proliferare di case di cura private, che sono come i manicomi: un esempio è Napoli, dove c'è un vero e proprio manicomio privato e lì nessuno può mettere il naso. Bisogna aprire gli occhi su queste situazioni.
D: Riprendendo tutto l'arco della nostra intervista, si può dire che partendo dall'autocritica e dalla messa in discussione della propria identità intellettuale, una parte della psichiatria si è trovata a fare un percorso per così dire suicidario, arrivando a minare, se non a distruggere, la propria identità.
R: Si, all'identità dello psichiatra si è sostituita quella dell'operatore sociale, più o meno combattente politico.

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