LO SPIRITO E L'OSSO
storia, immaginario, filosofia e psicoanalisi
di Fabio Milazzo

Il sintomo totalitario. Gli Italiani e Mussolini.

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7 giugno, 2013 - 21:54
di Fabio Milazzo
La retorica elaborata successivamente alla caduta del fascismo, nel 1945, ha descritto la Repubblica italiana come “figlia della resistenza”[1], prodotto dell’azione militante del popolo italiano convintamente anti-fascista, almeno nella sua maggioranza. Il contesto geo-politico successivo alla fine del secondo conflitto mondiale,  l’esigenza di uno schieramento anti-comunista che contemplasse l’Italia nella funzione di ante-murale nei confronti del “pericolo rosso” e una più generale difficoltà a fare i conti con l'oscena verità di un passato ben più che problematico, contriburono ad evitare un doveroso processo di elaborazione della ragione-fascista. Pochi gerarchi del regime vennero processati e puniti, la maggior parte transitò nella struttura Repubblicana e l’Italia si trovò immersa in un nuovo contesto di relazioni internazionali, senza aver metabolizzato le istanze mortifere responsabili dell'ampio consenso beneficiato dal fascismo.

Sul piano degli studi storici l’idea dominante del discorso pubblico è stata fissata, tra l’altro, da un’opera, «Storia della Resistenza italiana» di Roberto Battaglia, pubblicata nel 1953[1]. In essa, oltre a venir delineata una storia abbastanza ricca della Resistenza, si fissa storiograficamente una verità che, per diverse ragioni, sul piano dell’opinione pubblica ha già il contrassegno della legalità. Questa verità afferma che l’esperienza resistenziale è stata anzitutto un movimento di massa, nel senso che la gran parte del popolo ha offerto una «formidabile spinta unitaria» concretizzatasi in un sostegno attivo e condiviso alle forze partigiane. L’implicito che anima la tesi riguarda il consenso del fascismo che, evidentemente, non c’è mai stato se non come fenomeno superficiale, dettato più da ragioni di opportunismo che da convinzione ideologica. In altre parole, il successo della Resistenza è il frutto di un ampio e condiviso sostegno di popolo, possibile una volta che le ragioni di opportunismo sono venute meno. Le diverse forze politiche che operano, da un certo momento, a favore della Resistenza, sono dunque espressione di questa unità di intenti che anima l’Italia tutta (o quasi). E’, tutto sommato, la tesi del Partito Comunista - di cui Battaglia fa parte - negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto. E’ anche quella che si fissa nel discorso pubblico assumendo il valore di verità condivisa. La Resistenza come un nuovo Risorgimento per una Nazione momentaneamente in balia di poche intelligenze annebbiate dal delirio fascista.

Storiograficamente, chi ha il coraggio di mettere in discussione questa interpretazione, tutto sommato semplicistica, della Resistenza, e quindi implicitamente del «ventennio fascista», è Claudio Pavone che, nel 1991, pubblica un testo scomodo: «Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza» [Bollati Boringhieri]. Analizzando il conflitto che vide all’opera i Partigiani, Pavone lo contestualizza all’interno di tre declinazioni di guerra: una civile, una patriottica e una di classe. Tutte e tre concorrono alla significazione del conflitto che oppose gli italiani schierati su fronti diversi.
Lungi dall’essere riducibile ad un «movimento di popolo», la Resistenza animò una guerra fratricida che lacerò famiglie, amicizie e comunità di italiani. Italiani che magari, fino a qualche anno prima, abitavano lungo la stessa strada, frequentavano le stesse parrocchie e passeggiavano lungo gli stessi corsi. Italiani che ad un certo punto devono scegliere da che parte stare e, come è normale che sia, prendono le proprie decisioni, con una maggiore o minore convinzione ma, in ogni caso operano una scelta. Una «guerra civile», come intitola il proprio saggio Pavone, è tale perché si fronteggiano almeno due schieramenti, due visioni del mondo, due opzioni politiche. In tale ottica l’attenzione storiografica del saggio punta soprattutto la dimensione di conflitto interno, ma anche, implicitamente, quella del sostegno offerto alle parti da chi non combatte direttamente ma sostiene una delle due opzioni. Così facendo Pavone restituisce le proprie responsabilità ad una Nazione che per quasi quarant’anni ha voluto credere di essere sempre stata nella sua totalità dalla parte “giusta”. Per fare ciò lo storico, nella sua ricostruzione, si serve di diverse fonti di natura privata; queste, più e meglio di altre, riescono a focalizzare le convinzioni morali, le passioni, i desideri, responsabili di una scelta piuttosto che di un’altra. Emerge così tutta la complessità di decisioni diverse, sollecitate da ragioni contingenti a volte, legate al senso del dovere in altre, al proprio immaginario ideologico in altre ancora. Il traditore per l’uno è l’eroe per l’altro, e viceversa, in un caleidoscopio di proiezioni, di immagini, di retoriche attraverso cui si giustificano e si denotano le diverse scelte.

 
Lo studio di Pavone consente di problematizzare l’idea di una Nazione che attraverso la Resistenza riesce a deresponsabilizzarsi e a non fare i conti con il proprio passato, con le scelte di una porzione di Paese che, in una certa congiuntura, si identifica con la «camicia nera», con la grammatica ideologica che veicola. La domanda che resta in ballo è: cosa del sintomo fascista affascinò l’Italiano a tal punto da condurlo su un percorso mortifero quale quello mussoliniano? Lo esprime abbastanza bene il giornalista Tommaso Cerno, nel recente «A noi. Cosa resta del fascismo nell’epoca di Berlusconi, Grillo e Renzi» [Rizzoli]: «Nel dopoguerra la retorica antifascista può aver dato l’impressione di un taglio netto con i vent’anni precedenti, ma come il “politicamente corretto” non cancella il razzismo, non ridà la vista a un cieco chiamandolo non vedente, l’affermazione di essere antifascista […] non basta a cancellare ciò che del fascismo è dentro di noi. Dentro di noi perché italiano come noi, forse più di noi». (p.7). Per tale motivo bisogna interrogarsi con coraggio per scoprire quali modi d’essere, forme di pensiero, immaginario, relazioni di potere, abitano di nascosto l’opzione fascista di ieri. Questo perché, forse, in una certa misura, è anche l’oscena opzione di ogni presente.

 



[1] Cfr. F.Foccardi, La guerra della memoria: la Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 ad oggi, Laterza, Roma-Bari 2005.
 

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Commenti

Per costituire una dittatura che mangia i propri figli, come Hitler ebbe a dire dei suoi tedeschi che meritavano la morte per non averlo seguito, è necessario un capo ( inteso come punta estrema) paranoico e una folla perversa, in senso lacaniano, che lo segue.
Come ben descritto nel brano , in Italia le cose furono diverse rispetto alla Germania.
Se da un lato fu una dittatura a tutti gli effetti, elesse a suo 'Dux' chi incarnava quelle doti di padre ambiguo che contraddistinguono i corpi sociali non ben amalgamati.
Lui , e con lui tutti gli Italiani, poteva avere ogni donna.
Lui era la sommatoria di un insieme di maschilisimo e paternalismo nel quale tanti si immedesimarono.
Dice bene Fabio Milazzo, sulla auspicata ascesa del Fascismo ben accolto da tanti Italiani.
Si profittò di un padre del tutto assente e vigliacco quale il re che abdicò alla propria funzione e accetò di dare a Mussolini il potere.
Quasi tutti i professori che giurarono fede al fascismo, non ebbero cattiva sorte. Molti di essi vennero reintegrati come 'emeriti' in diversi atenei.
Da ultimo, cito il mio vecchio professore di Filosofia:'Mussolini, si dice, aveva la claquè. Ma quale claquè.! Certo che c'era, ma Piazza Venezia era spontaneamante piena'.
Fu solo dopo la sciagura portata in Italia che si mostrò il vero volto feroce e canagliesco della dittatura, condensando nella Repubblica di Salò un quadro clinico più preciso e fine. Non più le masse, ma tutte la schiera di perversione che si radunava attorno a ciò che restava del 'puzzone'.

Grazie Maurizio dell'intervento, innanzitutto. Dici bene: l'Italia poté godere attraverso quel "padre ambiguo" che fu Mussolini. IL problema è che questi discorsi, ancora oggi, risultano indigeribili per buona parte dell'opinione pubblica italiana, almeno per quella non schierata a destra e ciò ci conferma che c'è un problema di memoria storica e di gestione del trauma collettivo all'origine del fascismo. Insomma, bisognerebbe estendere l'uso della psicoanalisi alle dinamiche di gruppo con più vigore di quanto attualmente in uso: una storiografia psicoanalitica non guasterebbe. Piazza Venezia era piena di gente che attraverso "er puzzone" godeva e per un anti-fascista costretto all'esilio c'erano decine di ferventi fautori dell'uomo nuovo che scalciavano per occupare i posti dell'amministrazione pubblica. Eppure facciamo fatica ad ammetterlo; l'identificazione con l'ideale dell'io ci permette più salutari proiezioni, anche se illusorie e "costruite".

A beneficio dei lettori interessati, considerando il numero di messaggi in pvt giunti sull'argomento, proverò a chiarire la prospettiva dell'articolo a partire da qualche considerazione:

1) L'articolo non vuole assolutamente esprimere giudizi di merito sul fascismo (tale operazione è aliena ad un'indagine analitica!), men meno vuol giustificare il fenomeno "fascismo" (?), tutt'altro! Vuol invece gettare un sasso e stimolare il dibattito intorno ad una domanda: perché gli italiani ad un certo punto hanno scelto (più o meno inconsciamente) di esperire il proprio godimento (secondo l'accezione lacaniana) attraverso "er puzzone"?

2) a differenza di altri paesi (come la Germania), in Italia, dopo il 47, in concomitanza con la fase del centrismo e l'inserimento nel blocco statunitense, attraverso una retorica costruita sul sacrificio delle poche migliaia di partigiani che attivamente si opposero ai nazi-fascisti si è voluto credere alla storia di un'Italia anti-fascista da sempre. Sappiamo che non è così. Questa rimozione nazionale è una delle cause dell'anomalia politica italiana (anche attuale). Incominciare a fare i conti con la "verità" del consenso a Mussolini, vuol dire incominciare ad attraversare il fantasma che orienta la storia nazionale (sempre utilizzando Lacan).

3) Gentile, Mosse, Corner, Colarizi, da parte storica, hanno fornito dati a sostegno della questione "consenso" ormai difficilmente contestabili. L'interrogativo è: perché in Italia, dopo 60 anni, ancora si fa fatica a fare i conti con questi dati? Perché si ha così bisogno di una costruzione immaginaria in grado di sostenere la storia Repubblicana?

4) La tesi è che l'Italiano, durante gli anni 30, abbia proiettato e identificato l'oggetto "a" in alcuni degli elementi che costituivano il personaggio Mussolini duce (elementi non presenti nel Mussolini direttore dell'Avanti, ad es.). Queste "caratteristiche" (proviamo a chiamarle così) rappresentano la vera invenzione di Mussolini, quella capace di captare il consenso degli italiani. Come ha chiarito Zizek, l'ideologia è una maschera dietro la quale si celano le istanze gaudenti che simbolizziamo attraverso il ricorso alla partigianeria, alle idee in cui diciamo di credere. Indagare "come" si delinea il nostro immaginario, come si esperisce il "godi-senso", è il compito di un'analitica che non si limita a riproporre le usurate "credenze" irriflesse tipiche delle diverse chiese ma che vuol "comprendere" e, magari, provare a "spiegare".

Ecco alcuni commenti sul post sviluppatisi sullo spazio facebook "sentieri erranti"

Chiara Ferrari E perchè ancora desiderano un "Mussolini"? Altra domanda che ancora non siamo in grado di porci. E che è la conseguenza della prima.
Sabato alle 19.20 ·

Sentieri Erranti Sai Chiara, contrariamente a quanto si potrebbe pensare non credo che oggi gli italiani desiderino un Mussolini, vogliono Altro; ed è ciò che hanno. Ciò che è ineludibile è l'interrogativo sulle cause che originano un certo desiderio, oggi come ieri.
Sabato alle 19.27 ·

Chiara Ferrari Io invece vedo un grande conformismo e bisogno di seguire un "capo". a vari livelli. Non a caso abbiamo partiti rappresentati da un solo "uomo forte, carismatico". Scusa le virgolette, ma è una generalizzazione e come tale va presa. Ma concedimi un'osservazione: dove sono finiti i nostri eccentrici, gli intellettuali, le persone integre?
Sabato alle 19.32 · Mi piace

Sentieri Erranti Credo che quella degli intellettuali sia una categoria vacua fatta da soggetti più interessati a garantire il proprio narcisismo che a dire qualcosa di "interessante" sulla realtà.
Sabato alle 20.26 ·

Maurizio Montanari La figura dell'intellettule è assolutamente contemporanea. Noi forse non ci siamo accorti della violenta ondata di omologazione imperante che ha modificato i mores. Dire che oggi è
Sabato alle 23.57 · Mi piace

Maurizio Montanari di moda esserlo, significa fotografare l'attualità di una figura che per sua natura dovrebbe essere disomogenea al potere. UN potere che non si basa nè sulla forza, nè sul convincimento, ma sul silenziamento delle divergenze. Io ci sto provando a lavor...Altro
Domenica alle 0.05 ·

Maurizio Montanari Siamo passati dal tempo delle idee a quello dei Festival.Quello che duole è che i neo intellettuali si riempiono la bocca di autori i quali oggi sarebbero fuori tempo. Fuori moda. Chi oggi non cita Pasolini?
Domenica alle 0.07 ·

Sentieri Erranti Maurizio, assolutamente d'accordo. Penso ai circoli di intellettuali in auge che sono sette all'interno delle quali si pratica lo scambio narcisistico utile per sorreggere ideali dell'io dietro i quali ci sono vuoti e mancanze. Tanti bla, bla, bla che ...Altro
Domenica alle 8.59 · Mi piace

Elisa Dei Li ha già fatti da tempo, fortunatamente. Chi godeva attraverso il fascismo? Il fascismo ha creato un contesto attraverso la propaganda che ha fagocitato la massa. E la libertà come altri diritti dove erano? Chi ne beneficiava ? Come poteva scegliere la massa con gli occhi bendati ? Davvero la gente viveva bene durante il fascismo? Alcuni indubbiamente....Industriali, intellettuali ma al volgo le briciole...
Domenica alle 21.03 ·

Elisa Dei Già poi la promessa del libro e il moschetto.. Ma il libro per andare dove ? Al liceo o alla scuola di avviamento professionale? O per imparare a leggere, scrivere e far di conto...La cultura per il popolo...Tanto le opportune selezioni venivano fatte poco dopo.
Domenica alle 21.17

Sentieri Erranti Elisa Dei, come ho detto, mi interessa utilizzare alcune categorie lacaniane, in particolare quella dell'immaginario, per provare ad indagare quali elementi suscitarono nell'italiano le istanze desideranti che consentirono a mUssolini di non dover solo reprimere ma di poter contare su una larga parte di italiani che "lo volevano al potere". E' una verità con cui non sappiamo ancora fare i conti.
Domenica alle 21.50

Elisa Dei Sentieri Erranti La congiuntura storica con la sua stanchezza e le sue incertezze ?
Domenica alle 21.59 ·

Sentieri Erranti la congiuntura come oggetto causa del desiderio, direi.
Ieri alle 7.12 ·

Elisa Dei Quella congiuntura ha dettato scelte obbligate, necessarie per molti, non desiderate.
Ieri alle 19.49 ·

Sentieri Erranti Non sono assolutamente d'accordo; sono invece d'accordo con Gentile,Corner, che sulla scorta di Mosse, hanno cercato di mostrare come la società di massa esprima e viva dinamiche di coinvolgimento molto complesse in cui l'aspetto desiderante ha svolto...Altro
23 ore fa · Modificato ·

Elisa Dei Non in quel periodo la massa ha svolto un ruolo centrale, questa è storia. Gentile sosteneva anche l'Atto del Pensiero Pensante; lo Spirito, l' Atto puro annulla i singoli individui, nega la loro oggettività naturale e si incarna nello Stato e la class...Altro
22 ore fa ·

Sentieri Erranti Elisa, Gentile Emilio (lo storico), non Giovanni
12 ore fa ·

Elisa Dei A scusami!!!!! Chissà come mai ho visto un legame tra le tue teorie e l'Attualismo di Gentile G.
3 ore fa ·

Sentieri Erranti Ma il post utilizza categorie lacaniane... (anche se Gentile è un pensatore che studio da sempre). I misteri del'inconscio collettivo.

Altro commento, sempre dallo spazio Fb.

Pungolo del Pensiero: "Il potere è innervato delle istanze gaudenti della comunità e, attraverso percorsi e traiettorie rizomatiche delinea il piano di consistenza entro cui si stabilizza un’epoca. Il fascismo non è altro che una contingenza storica, con un immaginario, un’ideologia, delle credenze, dei desideri, dei sogni, costituitasi come risultante del godimento della popolazione attraverso Mussolini. Questa tensione dialettica immanente, che non prevede sintesi, è lo spazio acefalo entro cui si costituiscono le soggettività. Infatti, i processi di soggettivazione, sono, al tempo stesso, la condizione e il condizionato di questa costellazione; al pari dell’immaginario, non pre-esistono ma sussistono come eventi di superficie, frutto di moti invisibili, di logiche acefale" Sono d'accordo. Solo quando si sottopone ad analisi il reale si possono mettere sotto la lente di ingrandimento tutti gli elementi rizomatici. Difficile distinguere fino a che punto un elemento è condizione o condizionato, fino a che punto la retorica della guerra fredda ha condizionato o ha strategicamente alimenentato "le dinamiche patologiche attraverso le quali si è delineata la convivenza successiva alla caduta del fascismo" e viceversa.


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