La psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT)
Recenti tendenze, prove di efficacia, utilità e limiti
di Gabriele Melli, Eleonora Stopani, Claudia Carraresi, Francesco Bulli

LA CBT NELLE PSICOSI: EFFICACIA E APPLICABILITA’ DEGLI INTERVENTI

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25 luglio, 2013 - 16:50
di Gabriele Melli, Eleonora Stopani, Claudia Carraresi, Francesco Bulli

Di Claudia Carraresi
 
La maggior parte dei protocolli di Terapia Cognitivo-Comportamentale per le psicosi (Cognitive Behavioral Therapy for psychosis; CBTp) sono stati sviluppati con lo scopo di ridurre il distress associato ai sintomi e migliorare il funzionamento individuale. Gli interventi generalmente si concentrano sui problemi centrali riferiti dal paziente e promuovono il recupero o la costruzione di abilità indispensabili per una qualità di vita migliore.
Ad oggi, la maggior parte degli studi sull’efficacia della CBTp  sono stati condotti in condizioni controllate sul piano sperimentale, ovvero situazioni “ottimali” nelle quali si selezionano pazienti con determinate caratteristiche, come, ad esempio, QI non al di sotto della norma, assenza di sintomi positivi in acuto, presenza di trattamento farmacologico stabile, assenza di concomitante uso di sostanze. Un secondo elemento richiesto all’interno di tali ricerche “controllate” è l’elevata preparazione tecnica dei terapeuti tenuti a seguire protocolli di trattamento strutturati ed altamente specializzati. Infine, tali trattamenti vengono erogati gratuitamente al di là delle reali possibilità economiche del paziente coinvolto.
L’efficacia dimostrata dalla CBTp in questa tipologia di studi controllati varia da scarsa a moderata in termini di riduzione della sintomatologia presa in esame, e i risultati sembrano restare stabili a lungo termine, suggerendo l’utilità di integrare nei protocolli di trattamento farmacologico anche questi interventi psicoterapici altamente specializzati. Questo, tuttavia, è spesso possibile solo teoricamente: nella pratica i servizi – sia privati che pubblici – ai quali questi pazienti si rivolgono non riescono a garantire l’applicabilità dei protocolli CBT strutturati né la disponibilità di operatori altamente specializzati. Del resto, anche gli utenti possono raramente essere considerati  “pazienti ideali”, e il fatto che non siano compromessi a livello cognitivo o non abbiano altre gravi problematiche in comorbilità diviene un’utopia.
Alla luce di tali considerazioni, negli ultimi anni sono stati implementati studi sull’efficacia della CBTp nel trattamento della sintomatologia di disturbi psicotici in condizioni reali di pratica clinica. I pazienti sono stati quindi reclutati senza alcun criterio di esclusione, in modo da essere veramente rappresentativi della normale routine del servizio. I terapeuti utilizzati avevano l’usuale carico di lavoro, un numero di sedute a disposizione non precedentemente fissato e nessun monitoraggio dell’aderenza stretta al protocollo manualizzato. Tra queste ricerche sull’effetto della CBTp in condizioni “naturali” emerge un recente studio di Lincoln e colleghi (2012) condotto in Germania su 80 pazienti schizofrenici, sottoposti per 4 mesi, in concomitanza con la terapia farmacologica, a due diverse condizioni di trattamento: un intervento CBTp secondo le linee guida dei manuali redatti dai pioneristi del settore e – di contro - un trattamento psichiatrico standard e un supporto psicologico aspecifico. I risultati hanno dimostrato un miglioramento significativamente maggiore dei pazienti trattati con le tecniche CBTp, sia in termini di cambiamento nel funzionamento globale, sia in termini di sintomatologia; infatti, a un anno di distanza dalla fine del trattamento, il 75% di essi presentava una marcata remissione alla valutazione della psicopatologia generale e il 50% non aveva più sintomi positivi clinicamente rilevanti.
Questi promettenti risultati suggeriscono l’efficacia dell’utilizzo delle tecniche CBT per i pazienti psicotici anche all’interno di condizioni non ottimali e la loro applicabilità anche in contesti privi delle risorse necessarie per l’attuazione di trattamenti controllati; infine – ma non meno importante – gli autori hanno sottolineato quanto il protocollo CBTp implementato sia stato ben accettato dai pazienti che hanno manifestato una buona soddisfazione soggettiva per il trattamento ricevuto.
Concludendo, questo filone di ricerca, rivolto non solo all’efficacia degli ormai validati protocolli CBTp, ma anche alla loro applicabilità nella pratica, dovrebbe portarci a riflettere sulla necessità di incorporare le tecniche cognitivo-comportamentali nei programmi di formazione standard per psicoterapeuti e psichiatri che vogliono occuparsi di psicosi, così che certi tipi di trattamento efficaci (ed applicabili!) siano sempre più a disposizione di questi pazienti.
 
Fonte
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22663901

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