GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Settembre 2013 II - Desideri, violenze, tecnologie, differenze

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17 settembre, 2013 - 19:30
di Luca Ribolini

Il paradosso del porcospino. In amore se stai (troppo) vicino ti ferisci, se stai (troppo) lontano senti freddo. L’incapacità di accettare la fine di una storia

di Silvia Vegetti Finzi, Il Corriere della Sera – La Lettura, 8 settembre 2013

Una decina di anni fa, riflettendo sulle testimonianze che compongono il libro Quando i genitori si dividono: le emozioni dei figli, mi sembrava evidente che la grandezza di un amore si misurasse dall’imponenza delle sue rovine. Ma ora il mondo è così cambiato che quella metafora mi appare improponibile: nella società liquida in cui viviamo, tutto scivola via e la crisi degli affetti, anche i più cari, lascia dietro di sé una scia di detriti poco visibili e difficilmente valutabili. Significa forse che erano inconsistenti? Che i legami amorosi si dissolvono nell’indifferenza generale? Che il collante che ci tiene emotivamente uniti non funziona più e che ciascuno di noi procede nella corrente del tempo nella solitudine dell’abbandono? Non credo. Penso piuttosto che la fine di una relazione venga spesso dimenticata, sottratta alla riflessione e alla condivisione ma che, come un grumo opaco, continui a interferire sulle nostre vite e a condizionare le nostre scelte. Amore e odio costituiscono da sempre i poli energetici che alimentano la nostra vita e quando l’odio prevale, l’amore si inabissa, ma non scompare. Nonostante ogni tentativo di normalizzare l’abbandono e di considerare irrilevanti le sue conseguenze, lasciarsi non va da sé.
La separazione muta il copione della nostra vita, ma gli attori dello spettacolo precedente permangono sullo sfondo come presenze incancellabili. Nulla, infatti, va perduto e, negli archivi della memoria profonda, giacciono tanto le storie concluse quanto quelle interrotte, quelle che per certi versi continuano come quelle che avrebbero potuto accadere e non sono mai accadute, pronte a ricomparire nella forma ipotetica del «se». Ogni ricordo è correlato dalle emozioni corrispondenti, ma è raro che prevalgano quelle positive. Come sanno gli psicoterapeuti, nel ricordo prevale il dolore, quasi le esperienze infelici fossero scritte nella mente con un inchiostro indelebile e quelle felici con una sostanza volatile. Scoperchiare il passato vuol dire affrontare stati d’animo più o meno penosi, come la nostalgia, il rimorso, il rimpianto. Eppure non vorremmo distruggere l’album dei ricordi, che raramente sfogliamo, perché sentiamo che racchiude la trama della nostra identità e che quanto accadrà non può essere disgiunto da quello che è stato. Nella separazione degli affetti sono contenuti tutti i temi della nostra vita: il passato, il presente e il futuro, correlati dal filo della narrazione con cui cerchiamo di conferire continuità e senso al mero succedersi degli avvenimenti. La motivazione che ci spinge a eseguire questo compito è l’amore, l’amor proprio innanzitutto nel senso di affermazione e valorizzazione di sé, e l’amore per gli altri in quanto coautori e interpreti della nostra storia.
Al «cogito ergo sum» di Cartesio aggiungerei la più impegnativa dichiarazione «amo ergo sum»: io sono la forza dei miei sentimenti.
Questa formula contiene due princìpi importanti: la relazione fonda l’identità (non c’è io senza l’altro); amore e odio coesistono. Dal loro impasto nasce l’armonia, dalla loro contrapposizione il conflitto. Mentre l’amore unisce l’odio divide, ma se amo in modo assoluto provoco una adesione fagocitante, se odio senza condizioni, una contrapposizione evitante. Come esemplifica efficacemente Schopenhauer, noi siamo come i porcospini: se stiamo troppo vicini ci pungiamo, se stiamo troppo lontani abbiamo freddo. Ogni relazione comporta di stabilire la giusta distanza, di trovare una mediazione tra la paura di perdere l’oggetto d’amore e il timore di esserne invaso.
Il primo amore, quello materno, è totalizzante, possessivo, un amore calibrato in modo da avvolgere e proteggere l’essere più indifeso del mondo, il neonato. Un amore al tempo stesso necessario e oppressivo dal quale il figlio cerca progressivamente di allontanarsi. Ma che lascia dietro di sé una scia di timore e di rimpianto. Scrive Fromm: «Non si può comprendere la vita di un uomo se non si capisce quanto oscilli tra il desiderio di ritrovare la madre in un’altra donna e il desiderio di allontanarsi dalla madre trovando una donna che sia il più possibile diversa da lei».
Vi è timore nell’amore perché, osserva Donald Winnicott, ci ricorda ciò che vorremmo dimenticare: di essere stati, nei primi tempi della nostra vita, assolutamente dipendenti da qualcuno, per lo più la madre. Senza la disponibilità e la dedizione di un altro, di un’altra, non avremmo potuto sopravvivere. Ma i nostri figli, prosegue Winnicott, crescono e diventano a loro volta padri e madri senza riconoscere quanto devono a una figura materna, senza dire «grazie» alla madre.
L’incapacità di provare gratitudine genera, negli uomini, paura delle donne, timore di sottostare al loro potere come è accaduto all’alba della vita. E, nelle donne, difficoltà di accettare la gerarchia femminile, di inscriversi in una genealogia materna. Eppure nell’innamoramento cerchiamo proprio l’assoluto del primo amore, l’esclusività del primo legame. La contraddizione tra riconoscerci dipendenti dal partner e affermare la nostra libertà è presente sin dalle prime mosse, ma non ce ne accorgiamo, presi da un sogno o meglio da un’illusione destinata a svanire… E pronta a risorgere perché l’amore, sin dall’infanzia, dice «ancora».
Come sottolinea provocatoriamente Freud, la scelta dell’oggetto d’amore si regge sull’inganno, sulla sopravvalutazione del tutto arbitraria della persona amata. Una esaltazione che lascia l’amante privo delle qualità che ha proiettato sull’altro, esposto alle sue reazioni come un giocatore che punta tutta la posta su una roulette che non controlla. C’è rischio nell’innamoramento e, anche quando l’impresa va a buon fine, è poi difficile passare dall’illusione alla dis-illusione senza cadere nella de-lusione e non riuscire più a comprendere perché ci siamo lasciati coinvolgere in una relazione che ne esclude mille altre, perché si è scelto proprio quel partner tra i tanti possibili.
Dopo l’esaltazione dell’amore allo stato nascente, dovrebbe iniziare un percorso di fondazione della coppia, la condivisione di un progetto comune. Un tempo le tappe erano già fissate: fidanzamento, matrimonio, figli. Ma ora non ci sono indicazioni e ognuno procede cercando di tracciare da sé il proprio futuro. Impresa difficile, talora impossibile quando si vive in un presente destrutturato e precario, dove gli ideali sono collassati, il lavoro è stato sostituito dai lavoretti, la casa di proprietà è diventata una chimera e i ruoli familiari hanno perduto l’alta definizione che li caratterizzava.
In un mondo incerto manca all’amore una cornice sociale che lo confermi e lo stabilizzi.
Anche i bambini sanno che l’unione dei loro genitori ha fondamenta instabili e basta che mamma e papà, discutendo, alzino un po’ la voce perché temano che la loro famiglia si frantumi.
Amarsi per sempre sembra una pretesa assurda e, come si suole dire con un certo cinismo, l’amore è eterno finché dura. Eppure il desiderio di prolungare all’infinito l’incanto dell’innamoramento rimane nella penombra della mente, incapace di giungere sulla scena della coscienza per due motivi: perché manca il copione per recitarlo, le parole per dirlo, e perché si ha paura del fallimento. Si preferisce allora non giocare per non perdere. È significativo che le coppie di conviventi, che non intendono certificare la loro unione, tendano costantemente ad aumentare e che, nello stesso tempo, chiedano di essere socialmente riconosciute e parificate nei diritti e nei doveri. Ciò che rifiutano è allora l’atto istituzionale, la cerimonia delle nozze, vista come una formalità esibizionista e consumistica.
In realtà, nonostante l’apparenza, cercano, nel rito religioso o civile che sia, di rispondere all’esigenza, tipicamente umana, di elevarsi sopra la contingenza del presente, di uscire dalle strettoie del qui e ora per acquisire il respiro ampio della perennità.
Come osservavo ne Il romanzo della famiglia, nel momento del «sì» e dello scambio degli anelli persino la coppia più scettica, quella convinta di «sposarsi per allegria», colta da un nodo di commozione, avverte il desiderio di superare la caducità dell’esistenza conferendo continuità alla spinta vitale che anima l’amore. «L’amore per la vita — scrive Erich Fromm — è il nocciolo di ogni tipo di amore».
Ma come dicevo, i modelli imposti dalla dimensione spettacolare della tarda modernità non confermano questo anelito, anzi sostituiscono l’erotismo all’amore, la sessualità ai sentimenti, la superficialità alla profondità, il corpo all’anima.
Walter Siti, nel suo ultimo disperato romanzo constata con rammarico: «L’umanità non vuole accettare quello che lei stessa ha scoperto: che la vita non dipende dall’amore, che i sentimenti sono essudati della biologia, che l’individuo non è più laboratorio di nulla e che il mercato è in grado di fornire l’intero kit per una individualità fai-da-te». Ma è vero che l’Eros si è ridotto a secrezione ormonale e il desiderio è diventato una merce di scambio? No, non è vero, non può essere vero, altrimenti non saremmo più umani.
Ben lo sanno gli adolescenti, a ogni generazione pronti a rivivere, come canta d’Annunzio, la «favola bella che ieri ti illuse, che oggi mi illude». Ma, mentre nella scena profonda della mente tutto si ripete, è mutata la rappresentazione delle passioni, il lessico dell’amore, la musica delle emozioni.
Calato il sipario sul teatro della tragedia, finiti i romanzi d’amore, ridotta a puro spettacolo l’opera lirica, soffocata la poesia, non resta che raccontarci da soli, cercando, più che di raggiungere la felicità, di evitare il dolore. L’amore viene considerato una pretesa assurda, un gioco pericoloso da lasciare all’incoscienza degli adolescenti, prima che rinsaviscano occupandosi di ciò che conta davvero: il fare e l’avere.
L’amore ci spaventa perché non è un sentimento tenero e delicato ma una passione, con tutta la complessità e il rischio che questa esperienza comporta. Come dice l’etimo stesso, vi è pathos, cioè dolore, nella passione. Rinunciando alla passione amorosa impoveriamo la nostra vita, rendiamo più piatta e banale la nostra storia. In compenso evitiamo, almeno si spera, di soffrire, di affrontare stati d’animo penosi, come il riconoscimento della dipendenza, le ferite dell’incomprensione, il gelo della solitudine, lo sconforto dell’abbandono. Senza una narrazione della relazione, senza il sostegno di un’autobiografia, alla prima difficoltà si reagisce con la svalorizzazione del rapporto: «non ci siamo mai capiti», «non siamo mai andati d’accordo», «ti voglio bene ma non ti amo». Ma una volta recisi i legami affettivi, la barca della nostra vita procede priva di ormeggi, col rischio di ricominciare una nuova storia senza aver fatto i conti con la precedente, o di lasciarsi trascinare verso il nulla dalla corrente del tempo. Eppure tutto sembra meglio che riflettere sulla relazione, ammettere le proprie responsabilità, recuperare il senso di responsabilità che il «fare famiglia» comporta e soprattutto affrontare il dolore della separazione.
Nella società delle assicurazioni, dove la sicurezza è un bene inestimabile e il dolore sembra aver perso senso e valore, si vorrebbe barattare l’amore con una supposta autonomia narcisistica, con la pretesa di bastare a se stessi e di sostituire il partner difettoso. So bene che esistono separazioni necessarie, che talora è meglio dividersi che procedere nello sconforto. Che si deve stare insieme per convinzione e non per convenienza, ma ciò che mi preoccupa è la meccanicità di questa decisione, il fatto che la si dia per scontata, che la divisione incrini sin dall’inizio l’unione, che non se ne valutino le conseguenze per sé e per gli altri.
Membri anonimi di una folla solitaria, di una «società degli individui» dove si è sempre insieme e sempre soli, ci si avvicina e ci si allontana come in discoteca, seguendo un ritmo personale che non cerca l’unisono. Ma i sentimenti non detti e le emozioni soffocate permangono nell’anima come un potenziale energetico che, buttato fuori dalla porta della coscienza, rientra dalla finestra dell’inconscio. All’incapacità di vivere l’amore fa seguito la difficoltà di accettarne la fine, di elaborarne il lutto. Nella indistinzione tra il bene e il male, la sofferenza viene sostituita dalla insofferenza. «È l’indifferenza — scrive Fromm — il nuovo disumano». Una disumanità che si esprime, nel modo più tragico, nel «femminicidio», nella strage delle donne uccise, come sostengono i loro assassini, per «amore», dove il farmaco si traduce in veleno e la vita precipita nella morte. Se quegli uomini avessero saputo amare, sarebbero stati capaci di sopportare il dolore della perdita, la ferita inflitta dal «non più». Invece quell’esperienza mancata ha esasperato le componenti più pericolose della relazione tra i sessi, il possesso e il potere, sino a farla esplodere nell’omicidio e talora nel suicidio. In questi casi, che costituiscono un’angosciante epidemia, la passione vitale dell’amore è stata sconfitta dalla coazione mortale dell’odio. Sono certamente gesti estremi, ma che dovrebbero farci riflettere sulla potenza insita nei legami di coppia, sulla complessità delle nostre relazioni, sull’afasia delle nostre interazioni, sulla solitudine che ci opprime.
Come insegna la psicoanalisi, la violenza nasce dalla morte del pensiero, dalla negazione del dolore mentale, sulla incapacità di esprimere e condividere le nostre emozioni. Nella vita quotidiana, nella cosiddetta normalità, possiamo riconoscere la fuga dalla sofferenza, la pretesa di vivere schivando il dolore, nella indifferenza che permea i nostri rapporti. La maggior parte delle persone finge di essere felice perché l’infelicità è un fallimento e dichiararla è inopportuno, sembra di trasgredire a una regola di galateo. Incontrando un conoscente è opportuno chiedere «tutto bene?», un modo per prevenire discorsi inopportuni, eventuali confidenze incresciose. Si accetta che vengano pubblicizzati i mali fisici (ora di «tumore» si può parlare), mentre vengono messi a tacere quelli morali. In questo contesto la separazione coniugale (più o meno certificata) diventa un evento irrilevante, un caso della vita come un altro, paragonabile a un furto in casa, allo smarrimento di un oggetto prezioso, a una vacanza mancata.
 
http://www.zeroviolenzadonne.it/rassegna/pdfs/08Sep2013/08Sep201390550a46e96bd0515c049a0fd2022ca3.pdf

La psicoanalisi ai tempi di Skype

di Luciana Sica repubblica.it, 8 settembre 2013
 
Internet sta cambiando anche la psicoanalisi, e molto più di quanto si creda. Ormai non sono le correnti che vogliono “storicizzare” Freud, ma è il cyberspazio a rivoluzionare il cuore della psicoanalisi: la sua clinica, la relazione inconscia tra analista e paziente… A meno che non si voglia sostenere che il setting con il divano e le analisi via Skype siano la stessa cosa.
Tutta la materia è incandescente, però tanto più interessante delle stucchevoli diatribe tra analisti di orientamenti diversi.
Ne parla – in modo approfondito – un bel libro a più voci, curato da Andrea Marzi e introdotto da Antonino Ferro. In bilico tra una iniziale presa di distanza e una sorta di entusiasmo anche un po’ ingenuo, la psicoanalisi non poteva rimanere estranea al cambio di marcia ancora caotico e confuso rappresentato dalla Rete, all’influenza che le nuove tecnologie hanno sulla vita reale dei soggetti e sul loro funzionamento mentale. La dimensione virtuale non cambia radicalmente soltanto i ritmi e i modi di vivere, ma anche quelli di pensare e di esprimere gli affetti. Di fronte a un fenomeno di questa portata, quanto appaiono datati e ridicoli certi anatemi che ancora vengono scagliati in nome della “vera” psicoanalisi.
PSICOANALISI, IDENTITÀ E INTERNET a cura di Andrea Marzi, Franco Angeli, prefazione di A. Ferro, pagg. 251, euro 30
 
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/09/08/la-psicoanalisi-ai-tempi-di-skype.html?ref=search
 
 

Senza differenze sessuali l’umanità non ha futuro. La filosofa belga Luce Irigaray contro chi vuole annullare identità maschile e femminile: “Chi parla di genitore 1 e genitore 2” mi fa piangere… Meglio rafforzare i Pacs che i matrimoni gay”

di Bruno Giurato, ilgiornale.it, 10 settembre 2013
 
È una maestra del pensiero femminista, Luce Irigaray. La filosofa, psicanalista e linguista belga classe 1930, tra l’altro, si permise il lusso di attaccare Jacques Lacan e Sigmund Freud, con il saggio Speculumdel 1974, diventato un classico del pensiero della differenza sessuale, e che le costò l’espulsione dall’università di Vincennes.
Una dura e pura (dolcissima, a incontrarla di persona) che tutt’ora difende con le unghie e coi denti la sua autonomia dal pensiero dominante. Il Giornale l’ha incontrata al Festivaletteratura di Mantova, dove domenica ha tenuto una lezione rileggendo quel caposaldo della riflessione politica che è l’Antigone di Sofocle: non più eroina della trasgressione e del potere, ma testimone incarnata dell’amore che rispetta le relazioni fra esseri umani. «Antigone, a rischio della sua vita difende tre leggi – precisa Irigaray – Il rispetto dell’ordine cosmico, l’ordine della generazione contro quello della fabbricazione, l’ordine della sessuazione. Antigone dice: “Non posso sposarmi prima di aver rispettato la differenza sessuata fra mio fratello e me stessa, onorandone la memoria col seppellimento».
L’identità sessuale è un qualcosa di costruito o di naturale?
«Dobbiamo tornare alla nostra natura e alla nostra identità, che, vorrei sottolineare, è sempre sessuata».
Cosa vuol dire «tornare alla nostra identità»?
«Che, come Ulisse, restiamo in una condizione di esilio esistenziale, abbiamo perso l’autoaffezione. E, invece abbiamo il dovere di tornare al nostro vero sé».
Ma tutta la cultura contemporanea, invece, è basata sull’abbandono delle identità, anche sessuali. Uomini femminilizzati, donne seduttrici. Cosa ne pensa?
«Ho una risposta semplice: se andiamo per questa strada non ci sarà un futuro per l’umanità. L’annullamento delle differenze tra uomo e donna risponde al fenomeno della tecnicizzazione, cioè un fenomeno contrario alla vita. Solo il mondo della tecnica è neutrale».
Mentre uomo e donna, nella loro finitezza, sono definiti anche dal punto di vista sessuale…
«Solo se sono in grado di ritornare al proprio sé. La differenza uomo-donna è basilare per arrivare a costruire un modello democratico, che regoli tutte la altre differenze».
In Italia il ministro Kyenge, si è detta favorevole ad abolire i termini «madre» e «padre» e a sostituirli con le espressioni «genitore 1» e «genitore 2».
«Anche in Francia è lo stesso. Le dirò, è una cosa da piangere. Mi viene la voglia di rispondere in modo radicale, ma mi trattengo: stiamo diventando un numero, la nostra identità naturale e storica viene riassunta in un numero, in una definizione neutra».
È bene quindi che ci sia una differenza linguistica e culturale tra la figura del padre e quella della madre?
«Dirò di più. In Francia c’è stato un grosso dibattito sulla questione del matrimonio gay. A mio parere è un peccato distinguere in maniera rigida tra omosessualità e eterosessualità: in tutti i percorsi di vita può capitare un momento in cui qualcuno è attratto da una persona dello stesso sesso. Non bisogna interrompere un percorso con una definizione, bisogna lasciare un po’ di fluidità.
Il matrimonio omosessuale è dunque una gabbia culturale?
«A mio giudizio sì. Il dibattito a riguardo in Francia ha diviso, anche profondamente, la stessa comunità gay. Una parte di essa non voleva questo matrimonio, anche perché in Francia abbiamo i Pacs. E allora, al limite, meglio potenziare i Pacs, che creare questo conflitto, che ha finito per dividere tutta la cultura francese? Ne valeva la pena? Secondo me no».
Cosa ne pensa di gruppi come le Femen, che protestano scrivendosi sul seno, tecnica bondage e sadomaso ferocemente maschilista?
«Direi a queste ragazze di coltivare la propria identità prima di andare a fare lezione alle altre culture. Da una parte le donne col velo, dall’altra quelle che usano un modello sadomaso, ma dov’è il modello di identità sessuale?».

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/senza-differenze-sessuali-lumanit-non-ha-futuro-948992.html
 
 


È violenza di genere
di Giuliana Campanaro, Rosanna Marcodoppido, Sarantis Thanopulos, ilmanifesto.it, 11 settembre 2013
 
Sconcerto e incredulità ha suscitato in noi donne dell’Udi Romana «La Goccia» la lettura dell’articolo «Non è violenza di genere» di SarantisThanopulos apparso su il manifesto del 31 agosto. Riteniamo che nel suo ragionare Thanopulos non tenga conto affatto del lungo e sapiente lavoro che le donne hanno fatto negli ultimi decenni per analizzare e capire il significato della violenza maschile sulle donne. Noi non riteniamo affatto naturale e «genetico» come lui sostiene il desiderio sessuale maschile legato al possesso della donna, ma frutto di una cultura patriarcale che ha pervaso di sé tutta la struttura e cultura sociale, alterando le soggettività di donne e uomini (i due generi, appunto) e falsando le relazioni tra loro. Secondo lui la violenza sulle donne «danneggia egualmente uomini e donne come soggetti sessuali… danneggia più l’uomo che la donna perché l’uomo violento perde il suo oggetto del desiderio e subisce una deprivazione psichica devastante. Una donna può essere sopraffatta dalla violenza ma restare internamente viva». Noi sappiamo invece per esperienza che il danno di un atto di violenza di genere riguarda innanzitutto l’integrità psicofisica della donna umiliata e offesa in quanto donna da un uomo in quanto uomo, perciò è violenza di genere. Ed è anche un problema sociale che chiama alla responsabilità tutto il genere maschile perché prenda definitivamente le distanze da quel maschilismo devastante che tanti danni procura. Sosteniamo da tempo che la sessualità è per noi modalità di scambio e di incontro nel reciproco riconoscimento del desiderio e del piacere. Questo non può accadere se il coinvolgimento sessuale come sostiene Thanopulos è «intimamente connesso, sul versante maschile del desiderio, con la passione di appropriazione che rischia se non è adeguatamente modulata di distruggere ciò che ha tra le mani». Noi non siamo degli oggetti, ma pienamente soggetti pensanti e desideranti, anche nel rapporto sessuale.
Giuliana Campanaro e Rosanna Marcodoppido, Udi Roma
 
Care Giuliana e Rosanna,
spero sempre che sia possibile quando qualcuno espone delle idee sforzandosi a non restare nel campo della condivisione consuetudinaria del pensiero, che ci sia nei suoi confronti un’attenzione critica certamente ma unita a una certa curiosità, un desiderio di dialogare. Mi spiace di conseguenza che abbiate letto la mia rubrica con un certo pregiudizio attribuendomi cose che non dico.
Dal momento che non mi riconosco affatto nella collocazione che mi avete riservato credo siano utili alcune precisazioni:
1) Non ho parlato in alcun modo di un desiderio sessuale maschile naturale e «genetico» legato al possesso della donna, e la vostra attribuzione a me di una simile affermazione se soddisfa l’intento polemico resta sempre un arbitrio bello e buono.
2) Avete isolato una mia frase dal suo contesto alterando il suo significato. Ecco il pezzo nella sua interezza:
«Il coinvolgimento fa paura perché comporta l’esposizione al desiderio dell’altro ma anche perché è intimamente connesso – sul versante maschile del desiderio – con la passione di appropriazione che rischia se non è adeguatamente modulata di distruggere ciò che ha tra le mani. L’intero edificio sociale si basa sulla complementarità dei sessi che incastra tra di loro (nella relazione degli amanti e nel mondo interno di ciascuno di loro) il concedersi all’altro (e alla vita) e la brama di possesso. L’equilibrio è vulnerabile perché è esposto a incomprensioni e fraintendimenti e perché il sottile lavoro di contrattazione costante subisce le difficoltà di mediazione tra la necessità di regolamentazione dell’elemento maschile della sessualità, che implica il ricorso a convenzioni e norme, e l’anticonformismo costitutivo dell’elemento femminile».
Se si legge questo pezzo in modo non precostituito si capisce che sto parlando dell’incastro tra il concedersi all’altro (aprendosi alla vita), che corrisponde all’elemento femminile del desiderio, e la brama di possesso e di appropriazione, che corrisponde all’elemento maschile. Questo incastro che rende possibile il coinvolgimento sia nell’uomo sia nella donna (che sono fatti entrambi di questi di due elementi anche se in combinazioni, declinazioni diverse) non è facile perché non solo non è facile concedersi all’altro (è sempre un rischio per tutti) ma anche perché la brama di possesso se eccede i giusti limiti (nell’uomo e nella donna) rischia di distruggere (dentro di sé in primo luogo) ciò che si ama. La relazione di desiderio è soggetta a contrattazioni, non si stabilisce in modo automatico, e le convenzioni e le regole possono sostituire il piacere dell’incontro spostandolo verso i rapporti di potere (il che purtroppo è pane quotidiano della nostra esistenza).
Che c’entra tutto questo con la vostra dichiarazione polemica che non siete oggetti di nessuno ma soggetti desideranti? Chi l’ha messo in discussione?
3) Perché vi scandalizza la mia affermazione che la violenza maschile nei confronti della donna danneggia di più l’uomo come soggetto desiderante che la donna? La donna violata nella sua autodeterminazione e nel suo desiderio è ovviamente danneggiata sul piano psichico ma non è morta dentro. Può prendere cura (anche con mille difficoltà) del suo dolore e della ferita che sanguina perché resta una persona psichicamente viva. L’uomo che abusa del suo oggetto di desiderio e addirittura lo uccide è morto psichicamente. Quando egli varca la soglia insuperabile è un’impresa inimmaginabile recuperarlo. Quando la morte ha preso il sopravvento dentro di noi è tardi per recuperare il senso della nostra esistenza. Si può ben dire «Chi se ne frega di queste bestie, è alle loro vittime che bisogna pensare». Questo è comprensibile e perfino legittimo se pensiamo al singolo caso ma se allarghiamo lo sguardo le cose cambiano.
Sul piano del desiderio gli uomini rischiano di ammalarsi e morire come soggetti desideranti più delle donne. Questo significa che la violenza nei confronti dell’oggetto desiderato che vede tipicamente (ma non esclusivamente) l’uomo nel ruolo del carnefice e la donna in quello della vittima, non è un per l’uomo un problema delle donne ma soprattutto suo. E la sua solidarietà nei loro confronti non può essere costruita sulle basi della compassione e dell’amore nei confronti del prossimo (l’ultima cosa di cui avrebbero bisogno le donne): è innanzitutto una cosa necessaria per la sua salute psichica.
4) La mia posizione è, molto schematicamente, questa: il femminicidio e la violenza dell’uomo contro la donna in generale non è la malattia ma il sintomo. La malattia vera e propria è la violenza dell’ordinamento sociale nei confronti della sessualità che aspira a trasformare le relazioni di desiderio in relazioni di dominio e di potere. Il bersaglio è l’elemento femminile della sessualità (non è superfluo ripeterlo: nella donna e nell’uomo) perché è questo elemento (il desiderio di lasciar che la presenza desiderante dell’altro destrutturi la nostra organizzazione psicocorporea aprendola all’esperienza del mondo e al suo godimento), il punto insieme più coraggioso e vulnerabile della nostra relazione con la vita, che si oppone alla trasformazione della sessualità in eccitazione permanente non finalizzata all’incontro; questa eccitazione in cui tutti siamo immersi è il veicolo di una «servitù volontaria» a un potere sempre più impersonale e sempre più incline al totalitarismo.
La posta in gioco è enorme per gestirla in termini di divisione tra generi. Donne e uomini sono esseri umani in nulla diversi tra di loro se non per la diversità dell’organizzazione psicosessuale che ci predispone tutti all’incontro e alla socializzazione della nostra esperienza (con tutti i conflitti che ne fanno parte). Possiamo declinare come vogliamo la nostra complessità ma senza perdere di vista la sua ragione di fondo.
L’indifferenziazione (deriva autarchica/autistica che annulla l’incontro) con cui le forze di conservazione sociale (l’espressione di un’inerzia mortifera che caratterizza la pietrificazione dei rapporti di potere) reagiscono all’emancipazione della donna (che dove è reale e non imitazione di modelli maschili difensivi, rimette potentemente in movimento il desiderio nelle relazioni sociali), è una malattia della civiltà che colpisce più gli uomini (la cui sessualità ha un’organizzazione tendenzialmente più compatta) che le donne (più libere e profonde nella loro sessualità, in circostanze non inibenti). Se anche le donne venissero colpite in egual misura la frittata sarebbe fatta.
Il femminicidio è un campanello d’allarme. Possiamo concentrare tutta la nostra attenzione per vedere come farlo smettere di suonare (speranza illusoria) per continuare a dormire; ma possiamo anche decidere di svegliarci dal lungo sonno e cercare di capire cosa sta succedendo.
L’inasprimento forte delle pene è una cosa giusta e necessaria perché ha un effetto catartico: stabilisce che l’uccisione dell’oggetto del desiderio è un delitto contro l’umanità, contro il nostro futuro. Se questa percezione si consolidasse nella coscienza collettiva ci porterebbe anche a comprendere che il rispetto dell’altro come oggetto di desiderio (a tutti i livelli delle relazioni sociali) è il valore etico fondamentale (che ci protegge, tra l’altro, dai giudizi puramente morali). Il rischio che corriamo è puntare tutto sulla repressione di un fenomeno (basata sulla punizione e sulla rieducazione dei singoli individui a rischio di violenza: la seconda funziona come prevenzione meglio della prima) allontanandosi dal vero problema: il pericolo mortale che corriamo tutti come soggetti desideranti (attualmente più gli uomini che le donne) in una società che si regge (per quanto?) sull’eccitazione.
Sarantis Thanopulos 

http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20130911/manip2pg/14/manip2pz/345667/manip2r1/thanopulos
 

Quel che conta nell’eredità è la trasmissione del desiderio

di Massimo Recalcati, repubblica.it, 13 settembre 2013
 
Un sintomo sociale dell’attuale difficoltà che caratterizza il rapporto tra le generazioni è l’assottigliarsi dell’eredità materiale: sempre meno i figli ereditano ricchezze accumulate dai propri genitori o dai propri nonni. La crisi economica oltre a rendere più fosco il futuro dei nostri figli sembra che li abbia spogliati anche del loro passato rendendoli più poveri, meno garantiti dalla possibilità di contare su chi li ha preceduti. Tuttavia la psicoanalisi insegna che l’eredità che più conta non è fatta tanto di beni, di geni, di rendite o di patrimoni. Essa concerne le parole, i gesti, gli atti e la memoria di chi ci ha preceduti. Riguarda il modo in cui quello che abbiamo ricevuto viene interiorizzato e trasformato dal soggetto. Nell’ereditare non si tratta dunque di un movimento semplicemente acquisitivo, passivo, come quello di ricevere una donazione. I nostri figli ereditano ciò che hanno respirato nelle loro famiglie e nel mondo e che hanno fatto proprio.
La più autentica eredità consiste di come abbiamo fatto tesoro delle testimonianze che abbiamo potuto riconoscere dai nostri avi. Da questo punto di vista ogni figlio deve accogliere che il suo destino di erede è quello di essere anche orfano – come l’etimologia greca, mostra: erede viene dal latino heres che ha la stessa radice di cheros, che significa deserto, spoglio, mancante e che rinvia a sua volta al termine orphanos.
Cosa illustra questa convergenza dell’erede con l’orfano? Diverse cose, tra le quali il fatto che il giusto erede non si limita a ricevere ciò che gli avi gli anno lasciato, ma deve compiere, come direbbe Freud attraverso Goethe, un movimento di riconquista della sua stessa eredità: “ciò che hai ereditato dai padri riconquistalo se lo vuoi possedere”. In questo senso l’eredità autentica implica un movimento attivo del soggetto più che una acquisizione passiva. Ma cosa si eredita se non si eredita un Regno, se non si è figli di Re? Quello che conta nell’eredità è la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra. È il modo con il quale i nostri padri hanno saputo vivere su questa terra provando a dare un senso alla loro esistenza; è il modo con il quale i nostri padri hanno dato testimonianza del loro desiderio, ovvero che si può vivere con slancio, con soddisfazione, dando senso alla nostra presenza nel mondo.
Ne troviamo un esempio formidabile in un film dedicato interamente al rapporto tra le generazioni e al tema dell’eredità come è Gran Torino di Clint Eastwood. I legittimi eredi restano a bocca asciutta di fronte al giovane Tao che viene riconosciuto, al di là della stirpe e del sangue, cioè al di là di un diritto stabilito, come giusto erede.
A dimostrazione che l’eredità più che una acquisizione o, peggio, una clonazione è un movimento di “riconquista”, è un fare originalmente nostro ciò che è stato fatto di noi dagli altri. Tao, diversamente dai figli biologici, è il giusto erede perché ha accolto la testimonianza di Walt, ha accolto la Legge della sua parola, come quando gli intima di non rubare la Gran Torino, o come quando, più teneramente, lo inizia all’incanto dell’incontro amoroso. Tao accoglie la Legge del padre – non si può vivere rubando, non si può vivere dissipando la propria vita – non grazie ad una eredità di sangue ma da una eredità simbolica, riconoscendo il valore della parola del padre “adottivo”. Solo attraverso questo riconoscimento può decidere di essere nel mondo in modo diverso dalla banda omicida dei suoi cugini. In questo senso il giusto erede è colui che può ricevere qualcosa dai suo padri proprio perché non si limita a riprodurlo passivamente. Non è questo il destino di ogni figlio? Lo statuto orfano di ogni figlio non significa anche questo? Non significa che siamo obbligati ad inventare la nostra eredità? In un processo positivo di filiazione non è forse sempre in gioco l’eredità come eresia, come una deviazione creativa del solco tracciato da chi ci ha preceduto?

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/09/13/quel-che-conta-nelleredita-la-trasmissione-del.html?ref=search
 
 

Sms ai lettori italiani. Un viaggio affascinante nella depressione e nella melanconia. Anticipiamo l’introduzione al nuovo libro della semiologa francese sull’attualità di questo «sole nero». Certi problemi non sono «solubili». Ma ciascuno può aprire la cicatrice delle sue pene e metterle in discussione. L’unica arma che abbiamo per combatterlo è la cultura

di Julia Kristeva, L’Unità, 14 settembre 2013

Sole nero. Depressione e melanconia, di Julia Kristeva traduz. Alessandro Serra pagine 215 euro 27,50 Donzelli
Due tesi sostengono questo libro: la prima è che la «melanconia» degli antichi, abbia assunto ai giorni nostri il volto di una malattia riconoscibile: la depressione. La seconda è che quest’ultima, proprio perché sperimenta l’inconsistenza del senso delle cose, sia capace di cambiare il pensiero e le forme artistiche.
VENTISEI ANNI DOPO LA PRIMA EDIZIONE FRANCESE DI SOLEIL NOIR. DÉPRESSION ET MÉLANCOLIE (GALLIMARD, PARIS, 1987), il mio amico e editore Carmine Donzelli mi chiede se ho qualcosa da aggiungere. Io lo ringrazio, e senza deprimermi mi interrogo.
Per la verità, non avevo mai chiuso questo libro. I miei pazienti di oggi hanno una bella voglia di essere iperconnessi dai vari smart-phone e skype: il web non impedisce il suicidio; può capitare al contrario che lo incoraggi. La logica della loro depressione segue le stesse figure alle prese con un «passato che non passa», con una «lingua morta», o con una «Cosa sepolta viva». I disturbi bipolari sono più che mai alla moda, e la bellezza resta immancabilmente l’altra faccia del depresso. Il matrimonio per tutti e le famiglie ricomposte stanno diventando la norma, ma l’amore incorpora sempre il dolore, e la psicoanalisi rimane il solo spazio che la modernità riserva alla sofferenza per ottenere quella forma lucida del perdono che è l’interpretazione. Le conferenze che ho tenuto in Europa, in America o in Asia, le traduzioni in numerose lingue, mi persuadono dell’attualità persistente di questo «sole nero», e io continuo ad affinare la spiegazione che ne propongo a coloro che ne sono scottati. Cosa posso aggiungere ancora, e per di più all’indirizzo del lettore italiano, della lettrice italiana?
Non è dunque senza «paura e tremore» che affido oggi al mare questa bottiglia.
Essendo cambiato, rispetto a un quarto di secolo fa, il ritmo della comunicazione, provo ad arrischiare, in questa introduzione, una contrazione, una sorta di sms al tempo stesso denso e serrato, che la lettura del libro permetterà spero di distendere e sviluppare.
Sì, la depressione e la malinconia sono più che mai le compagne della globalizzazione. Il Prozac, l’Anafranil o il Seroxat hanno invaso l’armadietto dei medicinali di ogni famiglia, e gli antidepressivi sono in grado di regolare efficacemente il flusso nervoso. Tuttavia, con o senza di essi, la vita e la morte della parola si giocano nella caverna sensoriale dei traumi infantili, ed è il transfert sul terapeuta dell’odio indicibile e dell’eccitazione innominabile che fa rinascere il suicida o la suicida: dentro nuovi legami, per realtà da reinventare.
Sì, la sindrome depressiva non è più soltanto un malessere personale. Le nazioni stesse oggi sono depresse, sotto lo choc della crisi endemica e dell’inevitabile austerità. L’Europa stessa è minacciata in prima persona da un malinconico pensionamento, con relativa perdita di identità, di valori e di fierezza. Avevo scritto Contre la dépression nationale (Textuel, Paris 1998), analizzando la Francia tentata già allora dal Fronte nazionale e gettata nel panico dall’ondata degli immigrati. Nation Without Nationalism, suona così la traduzione inglese di un mio lavoro precedente (Columbia University Press, New York 1993). Siamo ancora, e più che mai, a quello stesso punto: perché l’identità è il nostro anti-depressivo sociopolitico, ma perché non si traduca in una fonte di regressioni identitarie, di fronte allo stallo economico politico dell’Europa che ci lascia impotenti, non abbiamo che una sola arma: la cultura. Riguardiamo il Cristo morto di Holbein, rileggiamo El Desdichado di Gérard de Nerval, il carnevale dei Demoni in Dostoevskij, la Malattia della morte secondo Duras… E parliamone: esiste una cultura europea. Cos’è? Ieri, oggi, domani? No, io non sono né depressa né depressiva. Certi lettori me lo chiedono, e approfitto dell’occasione per rispondere. Ho visto la tempesta passarmi vicinissima, e l’ho vista sconfitta dalla persistenza del pensiero, che mia madre (cui ho reso omaggio nel mio La testa senza il corpo, Donzelli, Roma 2010) considerava come il mezzo migliore per spostarsi: da un luogo, da sé, da tutto… Più tardi ho voluto fare compagnia alla sofferenza dei malati all’Hôpital de la Salpetrière a Parigi, ma anche immergermi nelle «idee», di cui Marcel Proust scrive che sono «i succedanei dei dolori». Non sono lontana dal pensare, con Aristotele e Heidegger, che la malinconia è coestensiva all’inquietudine dell’uomo nell’Essere.
E poi ho esplorato il genio femminile. E ho aggiunto l’erotismo della reliance materna (cfr. il mio Pulsions du temps, Fayard, Paris 2013); e oggi penso, con Colette, che «rinascere non è mai superiore alle nostre forze». Può darsi che sia più facile a dirsi che a farsi, se siete una donna che ha analizzato le sue ferite e i suoi limiti, i suoi bisogni di credere e i suoi desideri di sapere. E preferisco di gran lunga l’éclosion della natura, degli altri e di sé, piuttosto che compiangersi nel mal-être alla faccia della «tribù malinconica dei filosofi», di cui rideva Hannah Arendt.
«La malinconia non è francese», mi avevano detto all’epoca dei critici che pensavano a Rabelais, a Sade, alla Rivoluzione, e nascondevano le loro lacrime, degne al massimo di brume tedesche o nordiche. È italiana, la malinconia? Sì o no? Amo il blu di Giotto, la Santa Teresa di Bernini, le estasi del Tiepolo, la voce di Cecilia Bartoli… Il mondo intero viene da voi a fare il turista per dimenticare la propria miseria e per divertirsi; e la barocca Venezia non fu essa stessa eretta come culto della malinconia? L’Italia dunque come negazione delle realtà dolorose? O piuttosto come scrigno globalizzato della depressione nazionale, inmancanza di alternativa, in assenza di avvenire? Oppure chissà in anticipo sul désêtre mondiale, e pronta ad analizzare, a rivoltarsi, a rinascere?
Mi piacerebbe che quelli che leggeranno questo libro potessero ritrovarvisi. Non propongo soluzioni. Per la prima volta nella storia, dopo tante guerre, tanti crimini, tante speranze più o meno rivoluzionarie o paradisiache, stiamo capendo che i problemi essenziali non sono «solubili». Ma che ciascuno, ciascuna, può aprire la cicatrice o la piaga delle sue pene, per metterle in questione e cominciare a spiegarle. Il mio augurio è che voi possiate farlo, leggendo queste traversate di «soli neri» che io ho cercato di accompagnare nelle pagine che seguono. E che possiate chiudere questo libro, avendo conquistato qualche lampo, per innescare delle nuove possibilità da dischiudere.
CHI È - Da Genio femminile a Storie d’amore. Julia Kristeva insegna Linguistica e Semiologia all’Università di Parigi. Esponente di spicco della corrente strutturalista francese, ha concentrato i suoi interessi attorno ai temi della psicoanalisi. Di Kristeva, Donzelli ha pubblicato, oltre alla trilogia sul Genio femminile (Colette, 2004; Hannah Arendt, 2005; Melanie Klein, 2006, ripubblicati in cofanetto nel 2010), Bisogno di credere (2006), Teresa mon amour (2008), La testa senza il corpo (2009), Il loro sguardo buca le nostre ombre, con Jean Vanier (2011), Storie d’amore (2012). E da oggi è in libreria Sole nero.
 
http://foglianuova.wordpress.com/2013/09/14/sabato-14-settembre-2013/
http://www.zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_rassegna&rubrica=tutto&data=2013-9-14

Fonte: http://rassegnaflp.wordpress.com


 
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