Mente ad arte
Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

Come ci vedono? I servizi psichiatrici territoriali al cinema

Share this
29 marzo, 2014 - 19:26
di Matteo Balestrieri

  L’osservazione dei contesti di cura psichiatrici ha una lunga tradizione nel cinema. Numerosi film hanno puntato l’attenzione sulle tremende condizioni di vita presenti negli ospedali psichiatrici. Lo sguardo del cinema sui contesti di cura psichiatrici più recenti è d’altra parte più complessa e articolata.
 
  Ci sono film che narrano il passaggio dalla fase manicomiale a quella delle prime esperienze di liberazione dei “matti” all’esterno. Alcuni di queste opere riguardano direttamente la figura di Franco Basaglia, come La seconda ombra (2000) di Silvano Agosti e C’era una volta la Città dei matti (2010) di Marco Turco, dove viene narrata la vicenda dell’arrivo di Basaglia a Gorizia, l’osservazione del degrado esistente, l’abbattimento del muro esterno del manicomio e l’inizio dell’esperienza triestina. I due film descrivono in modo celebrativo ma corretto la drammaticità degli eventi e la dirompente forza innovativa di Basaglia e dei suoi ed anche i rischi che si sono accollati prima del riconoscimento ufficiale del percorso intrapreso. Su un tono diverso si muove il film di Manfredonia Si può fare (2008), che riprende la vicenda realmente accaduta della costituzione nel 1983 della cooperativa sociale “Noncello” i cui soci sono ex degenti manicomiali (la 'cooperativa 180’) nel pordenonese. La vicenda, narrata alternando toni umoristici a toni drammatici, evidenzia le contraddizioni di un entusiasmo libertario non adeguatamente sostenuto da una conoscenza della malattia mentale. Se da una parte c’è l’“ignorante” Nello che non vede i rischi della fragilità dei suoi adepti («quello che fa stare bene me, farà stare meglio anche loro»), ma li vuole emancipare attraverso il lavoro sul libero mercato, dall’altro c’è lo psichiatra Del Vecchio, che pur impegnato in un processo di fuoriuscita dalla realtà istituzionale, è eccessivamente cauto e ancora collegato a logiche manicomiali. Il film propone – in modo un pò semplicistico – alcune questioni fondamentali. Il messaggio più positivo è il “si può fare”, vincendo i pessimismi sulle potenzialità dei pazienti psichiatrici. Quello negativo è il tono lieve e scanzonato che fa apparire tutto semplice, che cioè basta lo spirito d’iniziativa per superare la disabilità. Nella realtà comunque, la cooperativa era composta sia da ex-pazienti sia da operatori della salute mentale, aspetto non secondario ai fini di un ragionamento sull’integrazione necessaria. Il dramma della morte di uno dei ragazzi del gruppo bilancia in ogni caso il tono della vicenda, mettendo in luce l’impossibilità a schematizzare eccessivamente in modo manicheo un cammino che è comunque costellato di ostacoli.
  Un’altra pellicola che si riferisce a pratiche di salute mentale pioneristiche è La ragazza di Trieste (1982) di Pasquale Festa Campanile. Il film narra la storia tra Dino e Nicole, ragazza multiproblematica con sintomatologia assimilabile ad un disturbo istrionico-borderline non scevro da occasionali sintomi allucinatori. Nicole è seguita in modo piuttosto maldestro all’interno degli edifici dell’ex-ospedale psichiatrico di Trieste, dove il cancello esterno non esiste più e Nicole può uscire (quasi) liberamente, ma permangono logiche manicomiali come la divisione in padiglioni, lo stupro di gruppo da parte di ricoverate, l’ignoranza di ciò che accade all’interno delle mura da parte dei curanti. Lo psichiatra che segue Nicole passa disinvoltamente da atteggiamenti seduttivi, all’uso brutale dello shock insulinico, fino all’abbandonare Dino a se stesso senza alcun suggerimento (e difatti Dino decide di fuggire, per poi ripensarci). Un bel guazzabuglio davvero.

  Una prova d’autore importante, perché non banale o a senso unico, è quella del film La meglio gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana, dove viene raccontata in 6 ore di proiezione la storia dei fratelli Nicola e Matteo e delle persone che ruotano loro attorno, in un percorso che attraversa gli avvenimenti principali e tragici della storia d’Italia da poco prima dell’alluvione di Firenze nel 1966 fino al 2003. Nicola ha la vocazione di psichiatra basagliano, che lo porta dalle prime esperienze personali della realtà manicomiale all’impegno professionale nei servizi territoriali. I due fratelli conoscono dapprima una giovane schizofrenica, Giorgia, che rapiscono dall’istituzione manicomiale dove è rinchiusa, e che ritroveranno successivamente. Nicola diventerà uno psichiatra basagliano impegnato in campo riabilitativo e impegnato nella vita privata a curarsi della figlia, dopo la fuga della moglie nella clandestinità della lotta armata. Matteo, invece, dopo una serie di vicende disordinate, si suiciderà impulsivamente. Ma la famiglia, e Nicola tra di loro, saprà continuare ed anche trovare una propria coerente dimensione salvifica nel tempo. Alcune scene del film sono ambientate nei luoghi di lavoro di Nicola, che illustra in modo compiaciuto a suo fratello Matteo il superamento della logica manicomiale e la positività della psichiatria territoriale.
 
  Un'altra tipologia di film si riferisce alla più recente pratica terapeutica nei servizi territoriali per la salute mentale. In Controvento (2000) di Peter Del Monte, Clara fa la psichiatra in un CSM di Torino. Nella vita e nel lavoro ha un approccio razionale alle cose e si è costruita un universo protetto di rigore esistenziale. Un giorno Clara incontra Leonardo, un infermiere amico di Nina che comincia, a suo modo, a corteggiarla. Questo la porterà ad abbandonarsi maggiormente alle emozioni della vita. Nel film-documentario Un silenzio particolare (2004) di Stefano Rulli, sceneggiatore che in passato realizzò, con Marco Bellocchio e Sandro Petraglia, un documentario che è diventato un classico del pensiero dell’“antipsichiatria” (Matti da slegare), viene narrata la storia del proprio figlio Matteo, affetto da problemi mentali, e delle cure che Stefano stesso assieme a sua moglie Clara prodigano nei suoi confronti, con la decisione di creare “La città del Sole”, un agriturismo dove ognuno trova la sua collocazione e tutti hanno il diritto di sostare e convivere. Il film concilia egregiamente lo sguardo e l’affetto personale del padre con una riflessione generale sulla sofferenza umana e sulle possibilità di essere accolta.
  Nel film Amorfù (2003) di Emanuela Piovano, Elena, una specializzanda in psichiatria che lavora in una comunità terapeutica, si impegna in un rapporto con il suo paziente Fausto oltrepassando i limiti della professionalità per “liberarlo” dai vincoli della malattia mentale attraverso l’amore. Peccato che Fausto alla fine non ne possa più di cotanta pervicace protettività. L’opera non convince per l’ennesima riproposizione dell’amore che dovrebbe guarire ogni cosa e per l’irrealtà dell’agire psichiatrico (c’è lo psichiatra che riceve i genitori di un paziente suonando il flauto), ma è utile per mettere in guardia gli specializzandi dai vortici sentimentali con i pazienti.

  Di valore assoluto è Senza pelle (1994) di Alessandro D’Alatri, che narra di Gina, un’impiegata delle poste sposata con un autista di tram romano, che accetta un po’ ingenuamente il corteggiamento poetico di un giovane ragazzo schizofrenico, Saverio, tanto compromesso quanto affettivamente bisognoso. La vicenda, affrontata all’inizio con leggerezza da Gina, incrina il rapporto con il marito Riccardo che, non comprendendo la natura del problema di Saverio, diventa geloso e aggressivo. Le spinte sessuali del ragazzo, non gestibili per eccessiva condiscendenza da parte di Gina, porteranno ad un occasionale contatto sessuale tra i due cui seguirà, complice la sospensione della terapia farmacologia, una grave regressione psicotica. Il ragazzo finirà alla fine in una comunità riabilitativa dove forse potrà trovare un amore possibile. Il film è molto preciso nel descrivere i sintomi (deliri, allucinazioni visive, furia pantoclastica, interpretatività) e la sofferenza di Saverio (ottimamente interpretato da Kim Rossi Stuart) e l’incomprensibilità della malattia agli occhi degli altri, con tutto quello che c’è di assecondamento ingenuo, o al contrario di stigma. Rilevante è il camino che deve percorrere Riccardo, che passa dalla reazione di un “normale” marito geloso e focoso con un forte pregiudizio rispetto alla malattia mentale, per poi mettersi in discussione cercando di comprendere cosa succede a Saverio. In questo percorso Riccardo si consulta con una psichiatra di una comunità riabilitativa che cerca di spiegargli la natura del problema. Tale comunità esemplifica la realtà dei servizi territoriali, con l’accentuazione dell’aspetto volontaristico. Ed è qui che Saverio si trova al termine del film, con un finale risolto in modo un po’ banale e consolatorio.
  Un piccolo accenno a una realtà dell’assistenza territoriale la troviamo poi nel godibile Viva la libertà (2013) di Roberto Andò, dove Toni Servillo interpreta due gemelli, Enrico tendenzialmente depresso e Giovanni ipomaniacale. Il primo è un navigato politico di centrosinistra il cui declino sembra ormai inesorabile. Tutte le proiezioni lo indicano perdente alle imminenti elezioni e lui decide di scomparire, scappando a Parigi. Il suo braccio destro cerca allora il suo fratello gemello. La sostituzione è problematica da gestire, ma è rivitalizzante per il partito e permette un riavvicinamento tra i due fratelli. In questa pellicola è piacevole la scena di canti e balli che avviene in una comunità siglata come RSA, ma che potrebbe essere assimilata a una qualunque comunità terapeutica o CSM, dove Giovanni ha tutte le sue vere amicizie, potendosi esprimere nella pienezza del suo spirito. Il suo braccio destro, rigidamente chiuso in una compostezza priva di emozioni, ne è stupito ma forse accetta il suo gioco.
 
  Vi sono infine film ambientati in contesti di assistenza psichiatrica territoriale fuori dell’Italia. Tra questi vi sono opere molto interessanti e assolutamente non banali. Shine (1996) di Scott Hicks narra in modo piuttosto romanzato la vita del pianista David Helfgott, nato in Australia da una modesta famiglia e ossessionato da un padre padrone. La promettente carriera di David fu stroncata da una crisi psicotica dopo l’esecuzione di un difficile concerto di Rachmaninov. Ricoverato dapprima in ospedale psichiatrico e sottoposto ad elettroshock, viene poi accolto in manicomio, ma in seguito all’aiuto di una sua vecchia fan, venne ospitato in famiglia. Qui lo vediamo cimentarsi nuovamente con il suo adorato pianoforte in un clima di accettazione, recuperando abilità perdute e arrivando a sposarsi con chi lo aiuta in questo difficile cammino di rinascita. Anche se la realtà della vita di Helfgott, pianista tuttora vivente, è un po’ diversa (le sue capacità musicali sono minori rispetto a quelle trionfalmente illustrate nel finale del film), quest’opera è molto suggestiva per la potenza con cui si esprimono i personaggi e per l’esemplificazione di come un contesto accogliente possa recuperare la vita di un individuo fino ad allora vessato dal sadismo paterno e delle istituzioni.
  In Spider (2002) David Cronenberg opera un completo rovesciamento della sua estetica centrata su una raffigurazione metaforica della psicosi attraverso complesse e orrorifiche trasformazioni corporee, per rappresentare in modo realistico Spider, uno schizofrenico regredito, che viene dimesso dall’ospedale psichiatrico per essere accolto in una casa di accoglienza per soggetti fuoriusciti dall’istituzione ospedaliera. Spider, all’interno della sua camera, si ritrova a compiere un viaggio interiore di ricostruzione di una verità psicologica diversa dalla realtà oggettiva esterna. Un’angoscia sottile trasuda dallo schermo, dalle tappezzerie sbrecciate, dalle parole borbottate di Spider adulto e dagli appunti incomprensibili sulla sua agendina feticcio-oggetto Sé, dallo sguardo smarrito di Spider bambino, dalle ragnatele di fili e di vetro scheggiato, dal ghigno beffardo della madre “sgualdrina” (vedi Riccardo Dalle Luche in “Vero come la Finzione”: http://www.ibs.it/code/9788847015395/balestrieri-matteo/vero-come-finzione.html). Il racconto si svolge in una realtà di pseudo-liberazione dalla coercizione manicomiale, in cui le stesse logiche sono solo un poco attenuate.
  Nel film australiano Angel Baby (1995) di Michael Rymer due giovani schizofrenici, Harry e Kate, si conoscono nel corso di una terapia di gruppo, si innamorano e decidono di sganciarsi dal centro di salute mentale per andare a vivere per conto proprio. Kate, che è più fragile di Harry, quando rimane incinta cessa di curarsi poiché i medicinali potrebbero compromettere la salute del feto. C’è una scena significativa, che può assomigliare a quelle che si svolgono nei nostri contesti di cura, in cui lei e Harry affermano a familiari e curanti la propria volontà di proseguire la gravidanza, a dispetto del loro consiglio di abortire. Kate non intende perdere suo figlio, anche perché crede che sia l'incarnazione di un angelo che le appare frequentemente e con cui parla. La sospensione dell’antipsicotico libera inevitabilmente i suoi demoni interni, con la ricomparsa del delirio e delle allucinazioni. Nonostante la cura amorevole di Harry, deciso a salvare ad ogni costo il loro amore, Kate va incontro alla propria distruzione con un atto liberatorio e mortifero. Nel film viene rappresentata la dinamica tra dipendenza dal centro di salute mentale e autonomia personale, dove si esemplifica come l’irrompere dell’amore se da un lato può fornire capacità di autonomia superiori, dall’altro può causare un rapido scompenso della salute mentale dei soggetti più fragili, se il loro cammino  non è adeguatamente accompagnato dai curanti.


  Per finire segnalo Il solista, film del 2009 diretto da Joe Wright e basato sulla vera storia dell'incontro tra Nathaniel Ayers, un musicista senza-tetto affetto da schizofrenia e Steve Lopez, un giornalista del Los Angeles Times. Steve è alla ricerca di un argomento sul quale scrivere il suo prossimo articolo. Casualmente incontra per strada Nathaniel, che suona un violino con solo due corde sotto una statua di Beethoven e parla con un linguaggio bizzarro, caratterizzato da neologismi, deragliamenti e tangenzialità. Incuriosito dal personaggio, scopre – anche con il contributo di Jennifer, sorella di Nathaniel – che era un talentuoso studente di violoncello, che aveva però interrotto gli studi per l’insorgere dei sintomi schizofrenici. Nel corso della storia, Steve riesce a convincere Nathaniel a farsi aiutare in un centro di assistenza per senza-tetto e successivamente ad andare a stare in un piccolo appartamento. In seguito all'articolo Steve Lopez acquisisce fama, tanto da essere anche premiato. A Nathaniel viene data l'opportunità di esibirsi con il suo violoncello davanti ad un pubblico, ma purtroppo si spaventa e scappa. Nonostante i suoi sforzi, Steve non riesce a cambiare la vita di Nathaniel che resta a vivere nel centro di assistenza. Il film si chiude in modo consolatorio con Nathaniel, Jennifer, Steve e la sua ex moglie Mary che assistono ad un concerto. In quest’opera osserviamo un incontro-scontro tra Steve, animato da una volontà di recupero del suo protetto che non è mai del tutto priva da un interesse personale, e Nathaniel che è impaurito e si oppone in modo anche aggressivo al cambiamento. I servizi socio-assistenziali americani sono esemplificati dal centro per senza-tetto dove Nathaniel viene accolto. E’ una realtà metropolitana estremamente degradata, priva di possibilità concrete di tipo riabilitativo e dove anche gli operatori hanno difficoltà a raccordarsi con il mondo della sanità pubblica. Esemplificativo è il confronto tra un operatore del centro e Steve, dove il primo sostiene l’impossibilità a consultare uno psichiatra senza la volontà di Nathaniel e il secondo, esasperato, vuole forzare l’invio ad un curante riportando aspetti di pericolosità mai accaduti.
 
  In conclusione, si può dire che lo sguardo del cinema sui servizi territoriali e in generale sulle agenzie socio-sanitarie dedicate alla salute mentale afferra solo in parte la realtà degli interventi possibili. Se si prescinde dal trionfalismo di alcune pellicole iniziali, giustificato dalla potenza del cambiamento post-manicomiale, lo sguardo più recente è concentrato su singole esperienze o singoli tasselli del sistema. Spesso emerge l’elemento della volontarietà dell’intervento, affidato a persone di buona intenzione in condizioni di scarsezza di risorse economiche e di personale. A volte vi è confusione tra intervento sanitario e intervento sociale, altre volte l’amore irrompe con risultati assai incerti, altre volte ancora l’impegno di singoli operatori fa la differenza. Certo su questi temi il cinema recente deve affrontare problemi più complessi della facile denuncia delle istituzioni manicomiali presente nei film degli anni quaranta e cinquanta, poiché il territorio è più articolato e diversificato rispetto alle mura ospedaliere. Le vicende sceneggiate nei film si svolgono d’altra parte in luoghi singoli di assistenza, ed è all’interno di questi che esse trovano il loro significato. In fondo i film trattano di incontri tra le persone, mentre la descrizione dei sistemi organizzativi e della rete dei servizi appartiene più al genere del documentario e del film-inchiesta. Se accettiamo questo ragionamento, possiamo anche essere soddisfatti dello sguardo tutto sommato benevolo che il cinema recente riserva ai nostri servizi.
 

> Lascia un commento



Totale visualizzazioni: 657