Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

L'amicizia è il sentimento di appartenenza.

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30 giugno, 2014 - 11:58
di Sarantis Thanopulos
È tempo di mondiali di calcio: si rispolverano le bandiere nazionali e torna forte il richiamo alle "potenze oscure" del sentimento di appartenenza come le ha definite Freud in occasione di un suo discorso in un'importante associazione ebraica viennese.
Tifare per una squadra che non è quella del proprio paese è inconcepibile ancor più che inammissibile perfino per i più convinti "cittadini del mondo". Il sentimento di appartenenza non era un valore scontato per Hanna Arendt che in circostanze emotivamente molto difficili non ha rinunciato all'indipendenza dei suoi sentimenti nel formulare un giudizio che le fu aspramente rimproverato come espressione di orgoglio intellettuale.
Nel 1961 Arendt seguì il processo Eichmann a Gerusalemme come corrispondente di "The New Yorker". Alcune sue affermazioni alimentarono grandi polemiche e critiche che la seguirono per il resto della sua vita. In particolare non le fu mai perdonato l'aver affermato che, data la collaborazione (ignara delle conseguenze) delle autorità ebraiche con gli sterminatori nazisti, una metà delle vittime dello sterminio si sarebbe salvata se quello ebraico fosse stato un popolo disorganizzato. Né servi certo a migliorare la sua posizione l'opinione da lei espressa (riprendendo il punto di vista di Karl Jaspers) che un tribunale israeliano non era legittimato a giudicare un crimine che, benché perpetrato sul corpo del popolo ebraico, era un attentato contro la diversità umana e di conseguenza un crimine contro l'umanità che poteva essere giudicato solo da un tribunale internazionale.
Il tempo non ha cancellato lo scandalo: il bellissimo film che Margarethe Von Trotta ha dedicato alla faccenda è passato quasi sotto silenzio (in Italia la sua distribuzione è stata clandestina) eppure le questioni che Arendt allora sollevò sono di un'attualità sconvolgente. La collaborazione preterintenzionale (la schiavitù volontaria) degli oppressi con la tirannia (la norma che si fa eccezione dalla vita) e il carattere impersonale (banale) di quest'ultima, che aumenta a dismisura il suo potenziale distruttivo, stanno mantenendo aperta la strada a un gigantesco fallimento della civiltà di cui lo sterminio fu il primo (e in parte inascoltato) allarme. E l'omologazione dei vissuti e dei sentimenti (la deriva più pericolosa del conformismo culturale) è un attacco alla differenza non meno insidioso (per il futuro dell'umanità) del genocidio dei diversi.

L'accusa più ingenerosa rivolta a Arendt fu di aver ferito i sentimenti del suo popolo, sacrificandoli al suo narcisismo. In una delle più intense scene del film di Von Trotta la protagonista è a Gerusalemme al capezzale di un suo vecchio amico morente. L'amico le rinfaccia di non amare il loro comune popolo. Lei gli risponde: "Ma tu sai che non amo i popoli, amo i miei amici".
 Alle sue radici l'appartenenza non riconosce la differenza e non contempla l'esistenza dell'altro. L'amore ispirato dalla comunanza delle origini è amore di sé: sentimento narcisistico che rifugge il senso di mancanza, riflesso della moltitudine in una matrice indifferenziante. L'amore per gli amici sostituisce l'appartenenza con l'affinità, la sensibilità condivisa che rende accessibili le differenze. L'amicizia è l'incontro tra il medesimo e la diversità, il luogo in cui la tensione tra la condivisione e la rivalità trasforma l'estraneità in territorio di espansione della nostra esperienza. Gli amici trascendono l'appartenenza a un paese, a un popolo, a una tifoseria: non portano bandiere, non cantano inni nazionali, sono compagni nell'esilio che ci rivela il mondo.

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