Traiettorie, non destinazioni
Terzo millennio: appunti di cinema, psichiatria e mass-media
di Massimo Lanzaro

Under the Skin

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29 agosto, 2014 - 13:31
di Massimo Lanzaro

Rispetto alla produzione di significati simbolici, possono essere schematicamente distinte tre classi di film:
 
- Alcuni deliberatamente richiedono una interpretazione che non potrebbe limitarsi al senso letterale;
- altri invece (i confini sono comunque lontani dall’essere netti) pur costruendo un mondo plausibile si distaccano dall’estetica pienamente realista con più o meno ampie deroghe alla verosimiglianza;
- infine ci sono opere che si offrono ad una apprensione semplice e letterale.
 
Under the skin, diretto da Jonathan Glazer e basato sul romanzo Sotto la pelle di Michel Faber non solo tende ostinatamente a sfuggire a questa classificazione, ma, tanto per complicare ulteriormente le cose deborda verso il formalismo visivo e il rigore dell'arte programmata.
 
Diciamo che da quello che ho sentito in giro esistono almeno tre scuole di pensiero:
 
1.    Questo film è un tributo al corpo di Scarlett Johansson e nulla più. “Lei” di Spike Jonze era analogamente un tributo alla sua voce e non ci resta che aspettare “Lucy” di Luc Besson per completare la trilogia. Punto.
2.    La pellicola è una noiosa e ripetitiva, estenuante perdita di tempo. Punto.
3.    Glazer è un genio (seguono spiegazioni e analisi varie).
 
Tra le varie suggestioni quella che muove in me piccole onde di senso è quella del cannibalismo alieno, che nella storia ricorda simbolicamente quello psicopatologico (di solito agito da persone devianti, spesso in forma seriale. La matrice è in genere sessuale e relazionale. I soggetti, incapaci di rapportarsi con il sesso desiderato, uccidono e divorano le parti desiderate compiendo spesso anche atti sessuali sul cadavere). In termini psicoanalitici cioè mangiare un proprio simile significa possederlo affettivamente...

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