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Terzo millennio: appunti di cinema, psichiatria e mass-media
di Massimo Lanzaro

NEL MONDO LIQUIDO: AMORE E ALTRI DISTURBI

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17 settembre, 2014 - 04:54
di Massimo Lanzaro
Il termine borderline (BPD) deriva da un ampliamento della classificazione psicoanalitica classica dei disturbi mentali, raggruppati in nevrosi e psicosi, e significa letteralmente “linea di confine”. L’idea originaria era riferita a pazienti con personalità che funzionano “al limite” della psicosi pur non giungendo agli estremi delle vere psicosi (come ad esempio la schizofrenia). Questa definizione è oggi considerata più appropriata al concetto teorico di “Organizzazione Borderline”, che è comune ad altri disturbi di personalità, mentre il disturbo borderline è un quadro particolare. Le formulazioni del manuale DSM IV e le versioni successive, come pure le classificazioni più moderne internazionali (ICD-10) hanno ristretto la denominazione di disturbo borderline fino a indicare, più precisamente, quella patologia i cui sintomi sono la disregolazione emozionale e l’instabilità del soggetto. È stato proposto perciò anche un cambio di nome del disturbo. Il disturbo borderline di personalità è definito oggi come disturbo caratterizzato da vissuto emozionale eccessivo e variabile, e da instabilità riguardanti l’identità dell’individuo. Uno dei sintomi più tipici di questo disturbo è la paura dell’abbandono. I soggetti borderline tendono a soffrire di crolli della fiducia in se stessi e dell’umore, ed allora cadere in comportamenti autodistruttivi e distruttivi delle loro relazioni interpersonali. Alcuni soggetti possono soffrire di momenti depressivi acuti anche estremamente brevi, ad esempio pochissime ore, ed alternare comportamenti normali. Si osserva talvolta in questi pazienti la tendenza all’oscillazione del giudizio tra polarità opposte, un pensiero cioè in “bianco o nero”, oppure alla “separazione” cognitiva (“sentire” o credere che una cosa o una situazione si debba classificare solo tra possibilità opposte; ad esempio la classificazione “amico” o “nemico”, “amore” o “odio”, etc.). Questa separazione non è pensata bensì è immediatamente percepita da una struttura di personalità che mantiene e amplifica certi meccanismi primitivi di difesa. La caratteristica del disturbo borderline è, inoltre, una generale instabilità esistenziale, caratterizzata da relazioni affettive intense e turbolente che terminano bruscamente, provocando “crolli” nella vita lavorativa e di relazione dell’individuo. Il disturbo compare nell’adolescenza e concettualmente ha aspetti in comune con le comuni crisi di identità e di umore che caratterizzano il passaggio all’età adulta, ma avviene su una scala maggiore, estesa e prolungata determinando un funzionamento che interessa totalmente anche la personalità adulta dell’individuo. Diagnosi secondo il DSM IV-TR Il disturbo di personalità borderline è un disturbo delle aree affettivo, cognitivo e comportamentale. Le caratteristiche essenziali di questo disturbo sono una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:
1. sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono;
2. un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione;
3. alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili;
4. impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto (quali spendere oltre misura, sessualità promiscua, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate etc.);
5. ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante;
6. instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (es. episodica intensa disforia o irritabilità e ansia, che di solito durano poche ore e, soltanto più raramente più di pochi giorni);
7. sentimenti cronici di vuoto;
8. rabbia immotivata ed intensa o difficoltà a controllare la rabbia (es. frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici etc.);
9. ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.
Secondo alcuni autori i soggetti con un numero sufficiente di fattori di rischio che hanno sviluppato un BPD nella nostra cultura, avrebbero potuto avere uno sviluppo diverso se fossero stati educati in un differente ambiente socio-culturale, magari sviluppando altri e diversi quadri psicopatologici. In questo breve scritto tento di mostrare che alcuni dei fattori socio ambientali suddetti sono stati minuziosamente descritti nei suoi lavori dal sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, il quale ha inteso spiegare la postmodernità usando le metafore di modernità liquida e solida. “Lo smantellamento delle sicurezze caratterizza una vita liquida sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi esclusa”. Sostanzialmente, Bauman ritiene che l’uomo di oggi non abbia più certezze né punti di riferimento stabili. È diventato tutto più fluido, liquido appunto. Nel nostro mondo fuggevole, fatto di cambiamenti imprevisti e talora insensati, quei sommi obiettivi dell’educazione tradizionale quali le consuetudini radicate e le scale stabili di valori diventano degli ostacoli. Quanto meno come tali vengono presentati dal mercato della conoscenza, per il quale lealtà, vincoli indistruttibili e impegni a lungo termine sono considerati (come ogni merce, in ogni mercato) anathema, e visti come altrettanti impedimenti da eliminare. Ci siamo spostati in un libero mercato in cui tutto può accadere in qualunque momento, e tuttavia nulla si può fare una volta per tutte. Il settore in cui è più evidente questa trasformazione è quello lavorativo: «In un’epoca in cui [...] i luoghi di lavoro scompaiono con poco o punto preavviso e il corso della vita è suddiviso in una serie di progetti una tantum sempre più a breve termine, le prospettive di vita appaiono sempre più [...] accidentali.» Ma la liquidità è riscontrabile anche nelle relazioni sentimentali, ed è proprio questo è il tema centrale del saggio Amore liquido. In particolare, le riflessioni in esso contenute riguardano l’uomo senza legami fissi. Insomma la cultura dominante ci esporrebbe ad una vulnerabilità nei rapporti interpersonali e nel lavoro e in generale ad una serie di esperienze negative con conseguenti possibili vissuti di paura, vergogna, solitudine e abbandono (Adler, 1985; Kohut, 1974), che in varia misura si riscontrano nella psicologia del BPD. Più di un autore quindi ha cominciato a domandarsi se questa cultura può seriamente contribuire se non allo sviluppo di un disturbo mentale conclamato, almeno a dei tratti di personalità disfunzionali, che causano sofferenza. E forse sarebbe anche lecito domandarsi se le neuroscienze sociali e le discipline che interfacciano sociologia, filosofia e psicopatologia dovrebbero in qualche modo cominciare ad occuparsi di questi temi (magari anche con approcci più originali e innovativi?).
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Commenti

Un intervento molto critico e degno di ammirazione. Più che di "Organizzazione Borderline" parlarei di "DisOrganizzazione Borderline" :-)
Interessanti e stimolanti le sue riflessioni riguardo il sottile legame tra moderno sistema societario ed evoluzione psicopatologica, che tanto sottile, in fondo, non è se si riflette criticamente: chissà se in un futuro cambierà anche la nosografia di riferimento.
C'è una grave crisi, in toto: economica, politica, sociale e affettiva e non è poi così impensabile l'idea che la crescita dell'uomo moderno - soprattutto quello occidentale - evolva in problematiche anche molto serie.
Ne è un esempio la depressione: se ne parla ovunque, si parla ormai quotdianamente di "sintomi depressivi", piccoli focolai, campanelli d'allarme non strutturati in un vero e proprio disturbo; allo stesso modo non è difficile riscontrare tratti borderline sottotraccia, non rilevabili dai più, a differenza dei ben più evidenti sintomi depressivi.
Concordo anche con Miriam e aggiungo: un sapere multidisciplinare da destinare a tutti, che ci educhi e ci prepari all'imprevedibilità e paradossalmente all'insicurezza. Ciò, unitamente alla nostra naturale tendenza a stare insieme, a ricercarci - intesi come bisogni primari - e alla condivisione potrà aprire qualche spiraglio di luce nell'oscuro tunnel di questa crisi umana.

Salve dottor Lanzaro, e grazie per questo contributo. Lo trovo di grande importanza attuale. Dalla psicopatologia al funzionamento sociale, come ben osserva, questo modello di funzionamento relazionale sembra essere rinforzato da un modello di funzionamento sociale che come il terrore liquido, descritto da Bauman, scorre ai nostri piedi in quest'epoca precaria, sfaldando ogni punto di riferimento. La nostra società sempre più bisognosa sembra essere il luogo o il non-luogo, dati gli esiti, delle domande senza risposta. Quanti bisogni emergono in un contesto siffatto, e quanti non vengono accolti da un sistema sociale, sempre meno capace di welfare e sempre più insidioso?

Condivido la sua disamina, soprattutto la conclusione, e sono convinta che l'unica soluzione immaginabile sia quella di muoversi nella direzione del fare comunità ad ogni livello, ivi inclusi non solo gli studi muldisciplinari, osservatori sempre più necessari in un'ottica sistemica tanto complessa, ma anche una collaborazione tra professionisti improntata alla costituzione di "comunità terapeutiche" (secondo la definizione di Pontalti, 1998) in un'ottica di lavoro d'equipe multidisciplinare.


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