SocialMente inter(net)connessi
Per una psicodinamica dei Social Media
di Giuliano Castigliego

Noi siamo un colloquio... ipertestuale

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19 ottobre, 2014 - 12:21
di Giuliano Castigliego

In un bellissimo e documentatissimo articolo di qualche tempo fa Francesco Bollorino sanciva la fine dell' ipertesto. In omaggio alla sua tesi non linko ovviamente il suo articolo. Dopo la morte di Dio, delle ideologie e la caduta dei valori non vi sarebbe certo da scandalizzarsi per la prematura scomparsa dell'ipertesto. D'altro canto anche il romanzo e la psicanalisi, dichiarati morti svariate volte, sono puntualmente risorti e sembrano godere di discreta salute. L'interesse dell'articolo di Bollorino sta però anche nel fatto che nelle sue approfondite e critiche riflessioni su narcisismo sociale e nuove strutture della comunicazione egli non infoltisce le sempre più ampie schiere dei profeti di sventura di Internet ma invita piuttosto a esercitare attivamente i nostri diritti di consumatori ed utenti per contrastare omologazione e obbedienza acritica ai grandi player:

"non lasciamo che i server ci colonizzino la mente e proviamo ad usare al meglio le nostre potenzialità di client: a volte accade e ce ne stupiamo disabituati quali siamo ad essere REALMENTE gli artefici dei nostri futuri virtuali o reali che siano anche perché questa “natura” la stiamo lasciando in mano ai nuovi padroni del mondo senza pensare al potere che potrebbe essere ancora nelle nostre mani se solo lo volessimo usare".

La tendenza di grandi players all'omologazione e al controllo di quella stessa libertà da cui noi, come già ci ammoniva Fromm, tendiamo a fuggire è tema quanto mai attuale. Basti ricordare le recenti riflessioni di Fabio Chiusi sui limiti della democrazia digitale e i sobri ed appassionati insieme post di Luca De Biase sull'importanza di difendere e preservare la net-neutrality (ho linkato).
Al di là di questi indiscutibili dati strutturali, nel mio forse ingenuo sguardo alla comunicazione ipertestuale e digitale in genere, tendo a considerare aspetti più (intra)personali e interpersonali. Mi aiuto - spero - con un film, credo di Scola, forse La terrazza. Non linko, (ma forse solo perché non ho trovato il film e la scena in questione). Un Gassman in gran forma dopo essersi fatto prestare il pied-à-terre romano da un amico deputato e avervi trascorso il fine settimana con l'amante, la congeda goffamente alla stazione ferroviaria. Di fronte a lei che dal finestrino del treno gli chiede non promesse impossibili ma semplicemente un po' di affetto, di sincera empatia, Gassman risponde dicendo di aver "esposto il problema a pagina nove della lettera".  (Cito a memoria, notoriamente fallace) È il topos per eccellenza, filmico e letterario, del mancato/finito incontro, se non addirittura del rapporto stesso uomo/donna, una scena che conosciamo, direttamente o indirettamente, tutti.
Ma può essere letta, a me pare, anche come indicativa del rapporto tra lettore/scrittore, mittente/destinatario account/account in epoca digitale. Di fronte ad una richiesta di apertura  emozionale la chiusura si manifesta in un eccesso di informazioni razionalizzanti, un Information Overload. Che rinvia però ad una sottostante chiusura emozionale, a un autoriferimento incapace di ogni apertura relazionale. Un problema che può però riguardare entrambi i capi della relazione comunicativa. Se il riferimento ipertestuale, l'Hyperlink, ha per lo scrivente mera funzione di riconferma della propria autorità (se non addirittura identità) anziché di apertura allo scambio con altre opinioni, persone, dimensioni, dunque significato più di porta - anti scasso - che di finestra, è difficile immaginare che il lettore di un tale ipertesto sia davvero invogliato ad aprirla. Al tempo stesso se la disponibilità all'apertura, al nuovo del lettore è tale da non consentirgli di attendere 30 secondi per visualizzare l'ipertesto linkato è verosimile immaginare una pregiudiziale difficoltà all'incontro con il contenuto razionale ed emotivo di ogni testo di approfondimento. Ben altro mi è successo quando ad es ho ricevuto via Twitter il link di questo breve splendido filmato sulla storia della melanconia, divulgazione scientifica che si fa poesia. E qui linko di sicuro Ma in tal caso -  mi si può  obiettare - si tratta di una comunicazione diretta, che mi ha sintimicamente colto per di più in una fase malinconica, acuita dai melanconici colori autunnali. E se linkassi allora questo?

L'ipertesto è, secondo me, (anche) apertura ad un'altra dimensione interiore prima ancora che esteriore, dialogo tra diverse parti di noi e dell'altro. Un'apertura che si realizza "onlife" quando decido (attivamente) di lasciarmi ("passivamente") andare e farmi emotivamente coinvolgere in qualcosa che (ancora) non conosco, per la strada, sul divano o sui social media.
Personalmente non credo che per recuperare, mantenere questa dimensione empatica sia necessario ritornare al villaggio anche perché l'ossitocina viaggia anche online
Certo in un'epoca di frammentazione e mascheramento - dietro la maschera della vergogna/svergognatezza - dell'io, il dialogo ipertestuale, tra account e parti di sé è difficile - e forse trascurata - opera integrazione.
Una difficoltà che rinvia forse al più generale paradosso di una società digitale che da un lato richiede una immediatezza emotiva - resa possibile dalla tecnologia - e dall'altra parte implica un substrato informativo talmente articolato ed invadente da divenire minaccioso
Con il conseguente duplice rischio: da un lato di cadere nel superficiale e acritico se non addirittura pericoloso contagio emotivo on-line della condivisione per la condivisione, che giunge talvolta a stimolare gli istinti più abietti . E dall'altra dell' Overload informativo, che porta inevitabilmente alla rassegnata se non cinica chiusura emotiva e sociale. Ci si potrebbe domandare se tale contraddizione non segni anche la soglia del rapporto tra migranti e nativi digitali. O fino a che punto sia indicativa del difficile instaurarsi di un nuovo equilibrio tra i nostri due vecchi sistemi: quello limbico-emotivo-veloce e quello corticale-razionale-lento, secondo l'efficace distinzione ripresa anche da Kahnemann 
 
Noi siamo un colloquio scriveva nel Hölderlin
 
Molto ha esperito l'uomo
Molti celesti ha nominato
da quando siamo un colloquio
e possiamo ascoltarci l'un l'altro
 
E Heidegger chiosava che lo siamo "dal tempo in cui vi è il tempo". Voglio sperare che continuiamo a rimanerlo anche in epoca digitale, nonostante i social media, perfino grazie a loro e a un ipertesto che ci rende più consapevoli delle nostre vecchie risorse
 
PS Il link dell'articolo di Bollorino è qui

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Commenti

Già nel 2003, a proposito degli scambi comunicativi online, scrivevo: "Il dialogo che si attua attraverso lo scambio delle comunicazioni via internet – proprio in quanto presuppone un pensare, uno scrivere, un inviare - può veicolare un movimento che possiamo ascrivere all'anima e alla sua irrinunciabile tensione al rapporto.
La parola scritta dall’altro ha un effetto su di noi, contribuisce a costruire un contesto comunicativo condiviso e una storia comune." A distanza di oltre 10 anni posso dire che confermo la mia lettura positiva, pur valutando sempre rischi e svantaggi possibili...

Credo che un'altra utile lettura sia la storia di THE WELL uno dei primo newsgroup "sociali" nati agli albori di internet in California...
The Epic Saga of The Well By Katie Hafner - The World's Most Influential Online Community (And It's Not AOL) http://archive.wired.com/wired/archive/5.05/ff_well.html

Grazie per questo interessante spunto di riflessione. L'ipertesto, a mio avviso, rappresenta bene il pensiero complesso, o critico che dir si voglia; il modo di pensare di chi non si ferma alla superficie delle cose. Non è da tutti, e c’è da osservare che il nostro sistema educativo mira prevalentemente al mero indottrinamento nozionistico, e non a generare pensiero critico. C'è chi lo possiede per una vorace curiosità innata; c'è chi lo sviluppa se educato all'amore per la conoscenza e al pensiero complesso.

Ma, come sottolinea, è vero anche che l'attuale pervasività dell'uso di internet - come ormai ben documentato da diversi studi - supera le capacità del nostro cervello, con un bombardamento di stimoli che genera sovraccarico cognitivo. Queste conseguenze generano una fruibilità delle informazioni che varia sui social network rispetto ai siti o ai blog. In genere, sui social, mantiene la capacità di approfondire chi già la possiede; prevale mediamente la componente emotiva; il condividere senza leggere, spesso per apparire.

Ma, spesso, si dimentica che saper comunicare sta anche a chi i contenuti li propone, e suscitare curiosità, così come saper dialogare all'insegna della socialità, della co-costruzione di significati, e non di quel narcisismo sociale, che spesso vedo perpetrare dalle stesse persone che si ergono su un pulpito a denunciarlo. Magari perché nessuno ha aperto i suoi iper-iper-link divulgati generosamente. E però, queste persone talvolta pretendono ma non ricambiano; sono appunto portatrici di quel narcisismo che proiettano sugli altri. Chiedono dialogo, ma poi non rispondono. O rispondono sulla base di quanto l'interlocutore sia o meno importante e famoso.

Da psicologa esperta in comunicazione quale sono, di falle comunicative e di contraddizioni ne osservo a iosa in rete. E so distinguere a colpo d'occhio pagine gestite da persone capaci di comunicare e persone che non lo sono. Un social caratterizzato da una comunicazione a-social è un fallimento. Dovremmo riflettere un po’ tutti sul nostro comportamento in rete, a mio avviso.

E’ straordinaria la metafora dell’ipertesto come relazione, e sono convinta che – come già detto da illustri filosofi e come riporta – la dimensione della conoscenza sia colloquio e relazione. Siamo nati da condivisione e non possiamo morirne privi. Vivere ergo convivere – è questo che ci fa divenire, ma dobbiamo anche riflettere sulle dinamiche di questa peculiare relazione che connota la comunicazione digitale, a mio avviso.

Grazie per l’ipertesto che ha linkato in questo articolo. Alcuni li ho apprezzati in maniera particolare, colonna sonora compresa.

La ringrazio molto per il suo commento che coglie l'essenza del problema, l'asocialità narcisistica (individuale o collettiva) n nel social. Mi fa molto piacere che gli ipertesti linkati siano stati di suo gradimento! Un dialogo riuscito di cui la ringrazio.!

Grazie anche a lei per averlo elicitato. E' un argomento che apre tante riflessioni, data l'attuale pervasività dell'uso di internet. E' stato semplice uscire dal mio leggere in silenzio e narcisisticamente per aprirmi al dialogo.

Credo sia utile leggere il contributo che Mario Galzigna ha inseito nel saggio "Psichiatria online" disponibile in versione anastatica sul sito..
Riporto un passo:
"Vorrei definire questa posizione non terapeutica (o pre-terapeutica) come approccio antropologico-formativo
alla rete, funzionale a un arricchimento esperienziale: e quindi a un accesso all’esperienza (degli altri e del mondo) prima che questa venga filtrata e concettualizzata a partire da griglie teoriche precostituite. Sarà più facile, in questo modo, allargare la base antropologica del riscontro empirico, uti-
lizzato come strumento di controllo e come stimolo alla costruzione di qualche nuova teoria, adeguata alla qualità e alla varietà dei dati osservativi emergenti. Un approccio antropologico – formativo alla rete, come si è det-
to, ci consente di accedere all’altro e al mondo a partire da una messa tra parentesi dei nostri apriori mentali e delle nostre teorie"e rimando tramite link alla lettura del capitolo:
http://www.psychiatryonline.it/sites/default/files/Risorse/galzigna.pdf

Caro Francesco, grazie per questo approfondimento. Lo leggerò, ma noto che è datato 1999, anno in cui ancora non esistevano i social. Nelle mie osservazioni - pur se la qualità della comunicazione decreta il successo anche di blog etc. - mi riferivo nella fattispecie al tipo di relazione, e/o ai paradossi comunicativi (potremmo tranquillamente appellarci alle cosiddette "ingiunzioni paradossali") che governano la comunicazione/relazione sui social network come Facebook, le cui potenzialità, a mio avviso, spesso, non vengono sfruttate a causa dell'incapacità comunicativa di chi usa il mezzo. La comunicazione come dimensione relazionale, a cui l'articolo si riferisce, su un social è osservabile in maniera paradigmatica. Il capitolo linkato per quanto molto interessante, ad una prima veloce scorsa, mi pare che proceda in tutt'altra direzione rispetto al mio argomentare. Ad ogni modo, lo leggerò con piacere.

i social esisitono da quando esisite la rete si chiamavano newsgroups la differenza era essenzialmente di interfaccia non di sostanza dell'assunto epistemologico di uso. Occorre fare attenzione e non confondere la forma dalala sostanza.
Lo sviluppo ubiquitario di Facebook è figlio della diffusione delle connessioni e di uan interfaccia utente accativante e furba . In sè per sé Facebook non ha inventato NULLA ha solo ottimizzato ciò che c'era già è un po' come dire che l'automobile non c'era finchè non è uscita la Porsche

Un po' di link giusto per restare IPERSTETUALI:
http://www.socialmediakant.com/social-media/la-nascita-dei-social-network/
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_usenet_italiana

Dunque, a tuo avviso, la forma di Fb, costruita in maniera molto furba o, per meglio dire, narcisista, come osservi, non influisce sulla relazione e sul modo di comunicare? E dunque sulla sostanza? L'impatto emotivo, sottocorticale, o ancora l'architettura cognitiva dei social, non incide sul modo di utilizzare il mezzo? Mi vengono in mente studi sulla neuroretorica che trovo eloquenti a tale riguardo.
Ma mi aggancio alla tua analogia per cercare di essere pertinente e tentare una comunicazione efficace: stare su una semplice utilitaria o su una Porsche non attiva esperienze sia sensoriali che sociali differenti?
Grazie per l'ipertestualità.

Anch'io credo che in questi casi sia (anche) l'abito a fare il monaco. La viralità di Facebook - con tutte le conseguenze che comporta - non può essere per esempio paragonata a quella dei newsgroup. Al tempo stesso rimango convinto che sia possibile usare i social anche "prosocialmente" e addirittura - azzardo - quasi terapeuticamente, come suggerivo qui, Twitter come gruppo Balint, (vabbè è il mio pallino, idea prevalente, se non peggio). http://www.psychiatryonline.it/node/5020

più la comunicazione è insatura maggiori sono le proiezzioni che possono esservi da parte degli utenti coinvolti. La "fortuna" di Facebook e la sua viralità dipendono anche da questo e in questa ottica credo che i newgroups possano rappresenatre un riferimento storico datato forse dal punto di vista e delal diffusione e del modello di comunicazione asincrono ma non per questo privo di analogie su cui meditare

Sono d'accordo, anch'io trovo parziale il paragone. Non si può trascurare la storia di Facebook e di altri social e gli esiti che hanno prodotto. E anch'io sono convinta che sia uno strumento che ha una grande potenzialità prosociale che personalmente sfrutto con una pagina che funziona e crea comunità in rete. Le mie osservazioni partono da basi concrete, al di là della mia formazione teorica, che continuo a sperimentare ponendomi nell'ottica del pensiero complesso, della co-costruzione e del metter-mi-si in discussione. Atteggiamento di apertura interrogante che solo può contenere, a mio avviso, i paradossi insiti in ogni fenomeno. Grazie per il link di twitter, lo leggerò.
Ammetto che twitter non lo uso e lo conosco poco, ma a naso direi che Fb grazie alla possibilità di dilungarsi a trattare contenuti o alla creazione di gruppi, sia uno strumento potenzialmente superiore a twitter nel generare comunità. Ma tra tanti comunicatori autoreferenziali o didascalici che lo popolano affinché ciò avvenga sono necessari moderatori che siano loro per primi comunicatori efficaci, assertivi, autentici ed in grado di favorire comunicazioni prosociali.

Grazie per il prezioso contributo, al cui ipertesto rinvio ;-)


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