Traiettorie, non destinazioni
Terzo millennio: appunti di cinema, psichiatria e mass-media
di Massimo Lanzaro

Interstellar chiama.. auspicando che un lacaniano risponda!

Share this
6 novembre, 2014 - 17:26
di Massimo Lanzaro
Quando ho visto Interstellar (2014) in anteprima ero a Roma, e ho avuto la fortuna di sedere accanto ad uno spettatore ideale del film, che infatti uscito dalla sala (pur essendo un “addetto ai lavori”) pronunciava frasi ad alta voce come “adesso fuori saranno passati venti anni” oppure che esprimeva il suo rammarico all’aver capito ben poco delle basi della sceneggiatura. Se devo essere sincero lo preferisco a chi chiede il fastididiosissimo “ti è piaciuto?” oppure a chi tenta interpretazioni intellettualistiche o pseudo-sofisticate a caldo. (Sarà discutibile, lo so, ma preferisco il mio più fedele amico quando si esce da una proiezione: il silenzio, magari di matrice riflessiva, stupita o ignorante-consapevole, dipende. A proposito: nel bel mezzo di questo film ci sono le più inquietanti e affascinanti tremende pause di silenzio che ricordi: bianco, nero, vuoto, sordo, cosmico, ineluttabile, assoluto).

Dunque Christopher Nolan (noto per la serie di “The Dark Knight” e “Inception”) ci racconta di quando i nostri giorni sulla Terra stanno per giungere al termine e un team di esploratori dà il via alla missione più ardua ed importante della storia: un viaggio attraverso la galassia per scoprire se l’uomo potrà avere un posto altrove, tra le stelle.

Non ho una formazione lacaniana per quanto mi affascinino molti dei suoi scritti. E per qualche strano motivo a me non del tutto noto ho la sensazione che per comprendere meglio alcuni risvolti di  Interstellar ci vorrebbe l'aiuto di qualcuno addentro a quella scuola.

(---------------possibili spoilers--------)

Il “Grande Altro” di Lacan è l’ordine simbolico virtuale, in breve è il nome della sostanza sociale, di tutto ciò per cui il soggetto non controlla mai pienamente gli effetti delle sue azioni, ma di cui il consenso collettivo è l’ideale regolativo. La rete informatica, la degenerazione della morale o il caos del mercato sono esempi costututivi. Ed è questo “grande altro” che progressivamente scompare nel film, cedendo il passo ad una radicale scissione: da una parte il linguaggio oggettivato e specialistico di specialisti e scienziati, presentato come oggettivo e che non si può mettere in discussione ma che è al tempo stesso divenuto intraducibile nella nostra esperienza comune. La distanza tra conoscenza scientifica e senso comune sta effettivamente diventando come quella tra la terra e il primo pianeta abitabile della galassia. E mentre questo ordine simbolico si è sgretolato e qualsiasi ideologia apparentemente si disgrega, emergono visivamente la potenza annientatrice dei pianeti senza vita, gli spazi a perdita d’occhio e i misteriosi, inquietanti meandri infiniti del cosmo, di fronte ai quali l’uomo non solo prende coscienza del limite kantiano ma si deve arrendere al completo smarrimento. In Matrix il “Grande Altro” è un mega computer realmente esistente che struttura un’altra realtà reale dietro la nostra realtà quotidiana. In Interstellar potrebbe essere “Loro” (misteriose entità pseudosalvifiche, quelle che Jung ascriverebbe all’archetipo del grande saggio ed altri magari una qualsivoglia forma di numinoso), ma questa interpretazione non convince fino in fondo lo stesso protagonista. Nolan riesce comunque a rendere l’incommensurabilità una Cosa mostruosa, un Altro in quanto Cosa (direbbe Lacan), non identificabile, di cui è quasi impossibile concepire l’esistenza. Dunque è questo che avviene: la Cosa lacaniana e il Grande Altro si suturano lasciando lo spettatore solo con lo spazio buio infinito, l’abisso silenzioso e minaccioso dell’universo, l’horror vacui che deriva dall’osservare l’enorme ed eccessiva inaccessibile inospitalità dello spazio cosmico. Lacan rende plasticamente “la Cosa” attraverso il celebre riferimento heideggeriano alla “brocca”. La brocca è la metafora utilizzata per descrivere l’incisione del «Reale» dal quale tutto ciò che c’è emerge. Questo sembra dirci Lacan analizzando le riflessioni poste da Heidegger nel saggio «Das Ding», laddove mette in questione «l’essere della cosa». La caratteristica ontologica del vaso è prodotta dalla sua particolare forma, il vuoto al centro, il mancante di essa è ciò che le consente di svolgere la funzione di contenitore. Il vasaio plasmando la brocca, modellandola, istituisce al centro di essa uno spazio vuoto che sarà la condizione della forma dell’ente in essa contenuto: «Il vuoto, questo nulla nella brocca, è ciò che la brocca è come recipiente che contiene. […] Il vuoto della brocca determina ogni movimento della produzione. La cosalità del recipiente non risiede affatto nel materiale di cui essa consiste, ma nel vuoto che contiene».
Un’assenza generatrice d’essere costituisce la paradossale caratteristica ontologica della brocca. Il vuoto dei buchi neri è tuttavia troppo schiacciante (o quasi) per essere plasmato. La “mancanza” apparirebbe assoluta e incolmabile, eppure il nostro astronauta si trova in una tetradimensionalità i cui canoni spaziotemporali gli consentono di assurgere a ruolo di “salvatore”. Il vuoto contiene l’agonata perla che darà la svolta decisiva alla vicenda. Non so. La plausibilità di questa parte del film scricchiola.
Comunque se consideriamo ancora la tesi lacaniana dell'opera d'arte come bordatura del vuoto di Das Ding questo ci sospinge a rivedere l'opera cinematografica di Interstellar e il vuoto cosmico che essa organizza e circoscrive con lo schermo e la macchina da presa (che funge da brocca) almeno con occhi diversi, e con animo almeno un po’ risollevato. Il vasaio Nolan decide di liberarci da quello che stava diventando un parossismo claustrofobico dai toni angosciosi quasi intollerabili.
Sarei grato se qualcuno potesse commentare.

Vedi il video
> Lascia un commento



Totale visualizzazioni: 772