Traiettorie, non destinazioni
Terzo millennio: appunti di cinema, psichiatria e mass-media
di Massimo Lanzaro

ALLEGORIE, ASTRAZIONI, CONCRETISMI E FUMISTERIE VERBALI

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27 novembre, 2014 - 14:33
di Massimo Lanzaro

Auspici preliminari per una terapia pragmatica della cultura e del linguaggio

 

 

 

Il mio mestiere è scrivere. Tutto qui. Sentir parlare dei miei libri non mi interessa. Dopotutto il linguaggio non serve più a niente in questo mondo.. serve agli interrogatori di polizia

(Lo scrittore Onoff -J. Depardieu- nel film “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore, 1994)

 

 

 

L’idea per queste note preliminari è nata anni or sono, o forse meglio durante gli anni. Hanno a che vedere con la comprensione del linguaggio naturale, concreto, simbolico e metaforico e con le relative conseguenze pragmatiche: analizzando alcune possibili confusioni postula le possibili conseguenze delle medesime per l’individuo, per la cultura e per il setting terapeutico. 

 

L’origine di questo scritto va però tenuta presente per intenderne i limiti. Uno è dato dal suo tono colloquiale e divulgativo. L’altro è che risulterà evidente il suo carattere introduttivo e sintetico, frammentario, sommario, non sistematico. Il testo nasce da letture ed idee talora rielaborate con l’intento di fornire non un senso unitario ex novo, bensì ulteriori, aperti spunti di riflessione e di ricerca. Comincerò citando alcuni esempi.

 

La Jihād

 

All’epoca in cui lavoravo come Consultant al Royal Free Hospital di Londra fu ricoverato in regime coatto (Section 2 MHA nella legislazione anglosassone, l’equivalente del Trattamento sanitario obbligatorio in Italia) un giovane studente musulmano, affetto da quella che la nosologia definirebbe una grave forma di schizofrenia ebefrenica. La forma ebefrenica o psicosi della giovinezza è tipicamente caratterizzata da comportamenti e discorsi confusionali e incoerenti. Eppure durante uno dei nostri lunghi colloqui ebbe a spiegarmi che “Jihād, parola araba (ab)usata dai media che significa "esercitare il massimo sforzo connota un ampio spettro di significati, il cui principale sarebbe la lotta interiore spirituale per l’integrazione degli aspetti ombra della personalità piuttosto che ad una violenta guerra santa. E che in qualche modo – mi fece capire – un simile conflitto si stava combattendo nella sua psiche fatta di angoscia e frammentazione”.

 

La corrida

 

Quello stesso anno mi capitò di assistere ad una corrida, a Malaga, un tipo di tauromachia inutilmente brutale secondo le associazioni animaliste. Mi sono chiesto se l’origine di questa pratica non sia da ricercare nel mitraismo o mithraismo, un'antica religione ellenistica, basata sul culto di un dio chiamato Meithras che apparentemente deriva dal dio persiano Mitra. In ogni tempio mitraico, il posto d'onore era occupato da una rappresentazione del dio Mitra, in genere raffigurato nell'atto di uccidere un toro sacro: questa scena rappresenterebbe un episodio mitologico, più che un sacrificio animale. Anche nelle antiche comunità con riti Dionisiaci si sacrificava un toro facendolo a pezzi e mangiando le sue carni e bevendo il suo sangue.

 

Dice la Jacobi: "Le più astratte relazioni, situazioni o idee di natura archetipica e mitologica sono visualizzate dalla psiche come immagini, forme, figure... È stata questa capacità umana di formare immagini che ha dato all'archetipo del conflitto fra luce e tenebre o bene e male, la forma della lotta dell'eroe contro il drago (o il toro nel nostro caso), o ha tradotto l'archetipo della morte e rinascita in immagini della vita dell'eroe o nel simbolo del labirinto e in genere ha creato lo sconfinato regno dei miti, dei racconti, delle fiabe, dei poemi epici, delle ballate, dei drammi..."6

 

Per ciò che riguarda il mito scrive Joseph Campbell5: "La mitologia è stata interpretata come uno sforzo primitivo e maldestro di spiegare il mondo della natura, come un prodotto della fantasia poetica, dei tempi preistorici, come una raccolta di insegnamenti allegorici per uniformare l'individuo al suo gruppo, come un sogno collettivo sintomatico delle aspirazioni archetipiche delle profondità della psiche.

 

Jung presuppone l'irriducibilità del simbolo a segno e quindi si può affermare che, nella schizofrenia, si assiste a un ipersimbolismo. Si potrebbe anche dire che, nella schizofrenia, l'attivazione di un archetipo determina la tendenza ad attribuire un certo significato anche nei casi, in cui una coscienza normale riconoscerebbe puramente un segno e che, parallelamente, vi è una perdita della capacità di usare i simboli comuni e sociali. Nel mondo schizofrenico si osserva un'abnorme diffusione del simbolismo, ma il paziente non comprende il simbolo, che resta dissociato dal suo lo e agisce come corpo estraneo, come frammento autonomo, che si manifesta come idea delirante, allucinazione, etc. 

 

E’ dunque possibile postulare alla luce di queste considerazioni che la corrida sia un fenomeno di psicosi collettiva che nasce dalla mancata simbolizzazione di un archetipo? Come nel caso del drago in ultima analisi, qualunque realtà sia all'origine del mito, ai più apparirà senza dubbio più realistico dire che il mito si basa sempre su un'istanza umana, una necessità non cruenta di produzione della mente. Va da sé, dunque, che la mitopoiesi sia un veicolo d'elezione - e da ciò parte del suo grande fascino - per lo studio e la comprensione dell'uomo stesso.

 

Questa sequenza compare con una certa frequenza anche in altre forme dell'esperienza umana, nelle manifestazioni religiose antiche, nei miti, nei rituali. La forma del mito che più vi si avvicina la si può ritrovare come rito centrale del cerimoniale della monarchia sacra che sorse in Oriente, dove si svolgeva una festa annuale per il rinnovamento dell'anno, del mondo, del regno. Questa cerimonia iniziava con la confessione della colpa da parte del re e si svolgeva in uno scenario che raffigurava l'asse cosmico. Il re veniva sopraffatto dalle forze della morte, si aveva un ritorno alle origini, quando il mondo nacque dalle acque primordiali conseguenza di una lotta rituale fra le forze dell'ordine e quelle del caos (miti di creazione). Avevano luogo feste in cui le leggi venivano controvertite. Il re veniva poi di nuovo reinvestito e la sua regalità riconfermata come figlio o reincarnazione del dio. Il re si univa a nozze sacre (concretizzazione del concetto allegorico e alchemico di coniunctio) con la regina o la grande sacerdotessa e si aveva un rinnovamento del regno, della virilità. Comprendere il lavoro di una psicosi significa comprendere le immagini primordiali che non sembrano essere anormali, poichè l'Io o il collettivo si identifica con queste o ne rimane sopraffatto, e ne deriva un'inflazione che verosimilmente causa i deliri di grandezza e i timori e gli agiti paranoicali.

 

 

Jung e Jodorowsky

 

Nel suo “Psicomagia” durante una intervista Alejandro Jodorowsky dice: “il linguaggio è prima di tutto una attività del corpo, è in consonanza con la natura del sistema nervoso. Dal mio punto di vista, dobbiamo essere in grado di produrre un linguaggio bello e poetico. Un linguaggio sano. Le cosiddette malattie mentali, come quelle fisiche, si riverberano nel modo di parlare. Ci sono parole dementi, malate, tubercolotiche o tumorali; parole che non sono naturali, ma violente e criminali. La malattia e il linguaggio malato si influenzano reciprocamente e risultano distruttivi. Attraverso il linguaggio, inoltre, ci trasmettiamo malattie a vicenda e raggiungiamo livelli di coscienza inferiori. I livelli di coscienza del linguaggio coincidono con quelli dell’essere umano. Come il corpo umano è andato trasformandosi, così ha fatto la lingua. Se facciamo uso di un vocabolario malato che non è il nostro, ci logorerà a poco a poco”.

 

Jodorowsky si spinge al punto di fare alcuni esempi di espressioni che dovrebbero essere cambiate per essere intellettualmente corrette:

 

Mai con assai poche volte.

Sempre con spesso.

Infinito con estensione sconosciuta.

Eterno con dal termine impensabile.

Dammi con permettimi di prendere.

Il mio con ciò che adesso possiedo.

Mia moglie con la persona con la quale giorno per giorno condivido la vita.

Morire con cambiare forma.

 

E suggerisce definizioni che rompono con quelle esistenti:

 

Felicità è essere ogni giorno meno angosciato.

Decisione è essere ogni giorno meno confuso.

Intelligenza è essere sempre meno stupido. 

Coraggio è essere ogni giorno meno codardo.

 

E continua: “stiamo pensando male, ecco perché dobbiamo sostituire il nostro linguaggio”:

 

Inizio con continuazione di.

Bella giornata con oggi mi sento bene.

Fallire con cambiare attività.

Sono colpevole con sono responsabile.

 

Anche Jung intravide i pericoli del concretismo nel linguaggio: forma di pensiero che si fonda su fatti concreti, sull'esperienza diretta personale, senza ricorrere al pensiero astratto. C. G. Jung (Tipi psicologici, 1921) ha rilevato che il concretismo è una forma arcaica del pensare, tipica del pensiero primitivo, nel quale il sentire e il pensare non si differenziano.

 

 

 

L’esempio del sacrificio

 

Jung fin dai tempi di “Simboli della trasformazione”2 ha considerato con particolare attenzione il motivo archetipico del sacrificio presente nei rituali di tutte le religioni. Già tale ultima circostanza è sufficiente per far comprendere che l'immagine del sacrificio allude simbolicamente a un processo di importanza centrale nella psiche. Spesso nell'antichità classica il rito sacrificale comportava l'uccisione di un animale: ciò ben poteva simbolizzare la scomparsa di un aspetto «inferiore» della personalità. Alcune parti della vittima, cotte, costituivano la base del successivo banchetto, mentre altre parti erano bruciate in offerta al Dio. Come dire che l'animale ucciso, dopo aver subito una trasformazione col fuoco che lo rendesse commestibile, veniva incorporato dai partecipanti (integrazione di parti dell’ombra) a un rito, il cui fine era quello di stabilire un contatto col divino (il sol niger, il divino oscuro).. Oggi si parla di sacrificio in maniera distorta. Invece di rendere omaggio agli dei (interiori, quelli che secondo Hillman se non onorati, riconosciuti, diventano sintomi), si intende “sopportare, sottomettersi” ai nuovi dei: la crisi, il denaro, la prepotenza, il sopruso etc. Cosa ha a che vedere la forzata rinuncia imposta dalle circostanze avverse con il compiere azioni sacre? 

Epilogo

Confucio sosteneva che “la terapia della cultura parte dalla rettificazione del linguaggio” e James Hillman sostiene che la psicologia alchemica, ad esempio, offre spunti per questa possibilità di rettificazione. Secondo Hillman infatti le nostre nevrosi e la nostra cultura sono inseparabili: “Dopo le fumisterie verbali della politica, i gergalismi e il pentagonese, dopo lo scientismo sociologico ed economico, l’abuso mediatico della parola e tutte le altre violenze inflitte al linguaggio si son prosciugate le parole del loro sangue e  chi lavora nel campo della psicologia ha sovente smarrito la fede nella potenza della parola. Per “guarire” il nostro linguaggio bisogna perorare il ritorno alla parola piena di senso e di materia, un pò come accadeva nei testi alchemici”.  Quando invece si riferisce al disturbo mentale dell’individuo concorda con Thomas Szasz: esso può essere prevenuto con una semplice ed importante misura: sbarazziamoci di coloro che trasformano la follia in infermità mentale secondo il paradigma medico della letteralizzazione, spiegando cioè in termini clinici e positivistici ciò che avviene all’anima1.

 

 

 

Aperture

 

Il nostro scopo iniziale come terapeuti potrebbe dunque essere:

 

1. Utilizzare la psicologia alchemica e archetipica come terapia della cultura, analizzandone il linguaggio e I concetti che, come dice Hillman sono scomparsi dalla comunicazione di massa;

2. Spiegare le nevrosi e le psicosi individuali in termini di psicologia alchemica e psicologia archetipica e postulare una mediazione tra l’attuale positivismo scientifico/nosografico categoriale e l’approccio hillmaniano;

3. Tentare di comprendere quando nei confronti del mondo interno di un individuo o di una collettività vi è un'inversione dei normali rapporti fra conscio e inconscio. 

 

Termino con una citazione da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”,  la testimonianza di otto anni di lavoro di Pëtr Dem'janovič Uspenskij, filosofo russo, come discepolo del mistico armeno Georges Ivanovič Gurdjieff: ogni ramo della scienza cerca di elaborare e stabilire un linguaggio esatto per se stesso. Non vi è però un linguaggio universale. Per una comprensione esatta è necessario un linguaggio esatto…. Questo nuovo linguaggio si basa sul principio della relatività; vale a dire che introduce la relatività in tutti i concetti e perciò rende possibile un’accurata determinazione dell’angolatura di pensiero – rendendo possibile stabilire immediatamente ciò che si sta dicendo, da quale punto di vista ed in relazione a che cosa. In questo nuovo linguaggio, tutte le idee sono concentrate attorno ad una sola idea. Quest’idea centrale è l’idea di evoluzione…. e l’evoluzione dell’uomo è l’evoluzione della sua coscienza3.

 

Bibliografia e note

1. James Hillman, Psicologia Alchemica, Adelphi, 2013

2. Paolo Francesco Pieri, Dizionario junghiano, Bollati Boringhieri, Torino, 1998

3. Piotr Demianovich Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio, 1978

4. The Mental Health Act 1983 (c.20), UK Parliament

5. Joseph Campbell, Il potere del mito, 1 ed., TEA, 1994

6. Jolande Jacobi, Symbols in an Individual Analysis, in C. G. Jung ed, Man and his Symbols (1978 [1964]) Part 5
Nella foto: James Hillman

 

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