Mente ad arte
Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

Magazzino 18

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20 dicembre, 2014 - 14:25
di Matteo Balestrieri

  Non c’è nulla di psichiatrico nella storia raccontata dal bravo Simone Cristicchi nel suo spettacolo-monologo “Magazzino 18”. Si tratta del racconto degli esuli istriani negli anni ’46-‘54 dalla madrepatria all’Italia, ma anche del destino di chi ha scelto di restare in Istria (i cosiddetti “rimasti”), ed infine di chi ha invece tragicamente deciso – come 2000 operai monfalconesi nel dopo-guerra hanno fatto – di emigrare in Istria alla ricerca del Paese dell’avvenire.
  Nulla di singolarmente psichiatrico, ma tutto sulla follia della guerra e di quella finta pace che ne è seguita nelle zone coinvolte. E la follia della gente, dai fascisti italiani durante la guerra, ai manifestanti delle città italiane che hanno osteggiato l’arrivo degli esuli accusandoli di essere fascisti, agli jugoslavi di Tito che hanno perpetrato una feroce pulizia etnica in Istria. Non ci sono sconti per nessuno, non è un discorso di parte, molti da una parte e dall’altra sono stati i colpevoli. E si capisce che non tutto è ancora tranquillo – gli animi non sono ancora pacificati – dal piccolo numero di macchine di polizia presenti fuori dal teatro: non si sa mai, qualcuno potrebbe ancora contestare, o ancor peggio, la verità della storia!
  Lo spunto nasce dalla visita che Simone Cristicchi ha fatto alle masserizie accumulate dagli esuli, raccolte alla rinfusa nel magazzino 18 del porto di Trieste. Quelle masserizie – mobili, libri, arnesi, ma soprattutto sedie, tante sedie che rappresentano individualmente le molte persone che si sono sedute su di esse – tutti questi oggetti esprimono un pensiero, un’idea, una speranza di un ritorno degli ex-proprietari, e possiedono perciò un’anima che Cristicchi fa rievocare. Tante le storie di brutalità, dalla ragazzina sadicamente violentata dai militari e poi gettata nella foiba, dai rastrellamenti di persone egualmente fatti inghiottire – chi morto e chi vivo – nelle foibe, alle stragi di civili (a Vergarolla), ai lager italiani (la “Risiera” triestina e l’isola di Arbe) e jugoslavi (l’isola di Ogi Otok), alle tante morti per stenti, ai suicidi per vergogna o per nostalgia, al clima di persecuzione, alle restrizioni delle libertà da una parte e dall’altra.
  Il pregio dello spettacolo di Cristicchi è di alternare la tragicità degli avvenimenti storici raccontati da uno “Spirito delle masserizie” alle vicende umane un po’ comiche di un archivista che molti anni dopo è stato mandato dal Ministero a catalogare gli oggetti del Magazzino 18. Questo archivista comppare all’inizio come un ingenuo impiegato dal forte accento romano, che non conosce assolutamente niente del luogo che è destinato ad esplorare. E’ meravigliato della quantità di “robba” accumulata, proprio come sarebbe la maggior parte degli italiani che si fosse introdotta nel magazzino. E’ una figura un po’ kafkiana, un po’ ridicola e un po’ tenera. Poco alla volta si appassiona ai documenti che ritrova infilati nei cassetti e prende coscienza della Storia, quella con la S maiuscola. Ed allora cerca di comunicare il suo stato d’animo mutato, la sua nuova coscienza, al dirigente del Ministero seduto su una poltrona da qualche parte a Roma. Cerca di fargli capire cosa è successo veramente, ma con scarso successo.
  Un altro pregio di questo spettacolo un po’ monologo e un po’ musical, diretto da Antonio Calenda e scritto con Jan Bernas, è la presenza di un significativo pathos grazie alla musiche elaborate per l’occasione, con la direzione d’orchestra di Valter Sivilotti. Che Cristicchi sia un bravo e sensibile cantante è noto, e ne dà prova interpretando composizioni inedite e qualche canzone dei tempi andati come una di Sergio Endrigo (anch’egli esule istriano), ma un elemento in più è la presenza di un coro di ragazzi (il coro StarTS Lab) che amplia le potenzialità musicali del racconto e suggerisce l’elemento della moltitudine delle persone coinvolte nelle vicende narrate.
  In conclusione, un esempio di teatro civile che fa conoscere, commuovere ed indignare per ciò che è successo all’epoca e anche successivamente, quando di foibe e di colpevoli dall’una e dall’altra parte non si poteva parlare. Ci sono posizioni anche molto contrarie sullo spettacolo, le si trovano sparse sul web, che accusano Cristicchi di avere fatto uno spettacolo politico di parte, ma a mio avviso l’elemento significativo è di avere evocato un passato non lontano che non dobbiamo dimenticare, in un’epoca come la nostra attuale che ci propone continuamente i temi delle emigrazioni volontarie e forzate.

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