Traiettorie, non destinazioni
Terzo millennio: appunti di cinema, psichiatria e mass-media
di Massimo Lanzaro

Timbuktu verso l'Oscar come miglior film straniero: l'odio distruttivo riscattato dai colori della vita.

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17 febbraio, 2015 - 08:43
di Massimo Lanzaro
Il 29 luglio del 2012 ad Aguelok, una piccola città nel nord del Mali, un crimine inspiegabile ebbe luogo. Un crimine sul quale i mezzi di comunicazione di tutto il mondo chiusero gli occhi. Una coppia di due trentenni, genitori di due figli, sono morti lapidati. La loro unica colpa era di non essere sposati. Il video del loro assassinio, che è reperibile sul web, è mostruoso.

"Aguelok non è Damasco o Tehran. Non è trapelato niente di questa storia. Tutto quello che racconto è orribile lo so, non voglio usare un fatto così atroce per promuovere il film. Ma non posso dire che non sapevo e testimonio quello che è accaduto, nella speranza che nessun bambino debba mai più imparare che i propri genitori sono stati uccisi perché si amavano”. Sono le parole del regista mauritano Abderrahmane Sissako, 53enne, che con “Timbuktu” al cinema porta unna frammento della tragica storia della jihad. Il titolo ha il nome dell’antica città del Mali (nell’Africa Sahariana) dove sono avvenuti gli episodi cruenti. “Mi hanno colpito l’assurdità e la violenza degli atti che i jihadisti hanno commesso quando sono entrati a Timbuktu e soprattutto la lapidazione di quella coppia che è avvenuta proprio a Timbuktu – racconta Sissako -. Ho voluto raccontare subito quella storia per mostrare che in quel luogo e in quel momento quello che stava capitando era assolutamente paradossale. Tutte le cose anomale, non normali vengono spesso taciute, non menzionate. Restiamo in silenzio quando le vittime sembrano così lontane e diverse da noi”.

 
TRAMA - Non lontano da Timbuktu, occupata dai fondamentalisti religiosi, in una tenda tra le dune sabbiose vive Kidane, in pace con la moglie Satima, la figlia Toya e il dodicenne Issan, il giovanissimo guardiano della loro mandria di buoi. In paese le persone soffrono sottomesse al regime di terrore imposto dai jihadisti determinati a controllare le loro vite. Musica, risate, sigarette e addirittura il calcio  sono stati (ipocritamente) vietati. A proposito: la scena in cui i giovani, senza pallone, “vivono” una partita vale da sola il biglietto. Le donne sono state obbligate a mettere il velo ma conservano la propria dignità. Ogni giorno una nuova corte improvvisata emette tragiche e assurde sentenze. Kidane e la sua famiglia riescono inizialmente a sottrarsi al caos che incombe su Timbuktu. Ma il loro destino muta improvvisamente quando Kidane uccide accidentalmente Amadou, il pastore che aveva massacrato la mucca fattrice della sua mandria. Kidane sa che dovrà affrontare la corte e la nuova legge che hanno portato gli invasori.
 
Nominato come miglior film straniero agli Oscar e vincitore del premio della giuria ecumenica al Festival di Cannes 2014, il film ha immagini forti che arrivano dritte allo stomaco. Il contrasto tra l’umanità e la crudeltà è resa con i giusti tempi e ritmi e lascia il pubblico sgomento. È un film, ma si vede ciò che è accaduto e continua ad accadere in più parti del mondo. Naturalezza, spontaneità e buon senso oppresse da un potere ed un’accidia in nome di divinità la cui Legge viene letta in maniera diversa a seconda del sentire degli uomini.

In 97 minuti Sissako fa sentire al pubblico quanto odio inutile e distruttivo esiste. C’è una scena in cui ad una donna che vende il pesce le viene imposto di usare guanti di lana spessi. Lei li guarda e li sfida. Prende il coltello che le serve per pulire il pesce e dice loro: “Tagliatemi le mani perché una volta messi i guanti che mi obbligate ad indossare, comunque non riuscirò a lavorare”.

“Timbuktu – ha detto ancora Sissako - è un luogo mitologico, tutti ci sentiamo feriti dalla sua occupazione durata un anno. Un anno durante il quale tutta la popolazione è stata presa in ostaggio. Un anno durante il quale i media si sono soprattutto focalizzati sugli ostaggi occidentali rapiti in questa parte del mondo”.
C’è tanto da riflettere.

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