Traiettorie, non destinazioni
Terzo millennio: appunti di cinema, psichiatria e mass-media
di Massimo Lanzaro

MIA MADRE di Nanni Moretti o il proclama della disperanza

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21 aprile, 2015 - 08:10
di Massimo Lanzaro

Dopo quattro anni Nanni Moretti torna nelle sale con un film “onesto” in cui è protagonista Margherita Buy. Brava? No. Bravissima. I suoi occhi riescono a spezzare il linguaggio per toccare la vita, tanto per citare Artaud.
 
Ma pensi: se questo è il regista, il maestro “con cui in molti sono cresciuti”, cosa fare ora che ci ripete per bocca altrui (come in Habemus Papam), più volte e a gran voce “sono confuso e non capisco più”? Intanto la Buy recita come se fosse Moretti, Michele Apicella è diventato Turturro, mentre uno splendido quarantenne si è dissolto nella disperanza.

Poi ci ripensi. E comprendi che forse questa sintesi disgiuntiva di varie alterità non è casuale. Fino a supporre che questa possa essere la grande opera del Maestro.
 
Detto per inciso, la disperanza è un attivismo rassegnato alla condizione umana. Secondo Álvaro Mutis eternamente avvolge il destino degli uomini e il loro cammino. Secondo Mario Galzigna è la principale "patologia" contemporanea.
 
Trovate? Alcune geniali (da Turturro ubriaco al “mettiti al lato del personaggio” fino al “non ti fermare al primo significato di un verbo che trovi sul vocabolario” ma soprattutto, secondo me, “rompi uno dei tuoi duecento schemi, almeno uno!”). Punti di vista nuovi ed antichi in una pellicola intimista e un pò comica, piena di amore e leggerezza.
 
Dove si racconta lo scontro di classe tra gli operai di una fabbrica e la nuova proprietà in realtà non si racconta e non si dice: si paventa ma non c'è approfondimento (politico). E come questa altre cose sono sottese ma ho come la sensazione che "non ci siano", o forse, in quella ottica di relazioni umane,  semplicemente non hanno spazio per esistere.
 
Allora forse è proprio così che deve essere un film in cui ci spiazza con tutta la sua naturalezza la disperanza. E sulle sue ali delicatamente Nanni approda dalla mancanza, attraverso la dispercezione, a quel sentimento perduto, non nominabile, pudico ma osceno, che la corrode. Invero che corrode lei, mentre lui (il “vero” Moretti) sta saggiamente in disparte. Animus e anima: altra sintesi disgiuntiva di alterità inconciliabili, eppure così vicine.
 

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Commenti

Massimo Lanzaro legge questo film come 'una pellicola intimista e un pò comica, piena di amore e leggerezza', pur avendone colto il tema sotteso... la disperanza.. Personalmente sono uscita dalla visione con un sentimento misto: apprezzamento formale per la regia e per gli attori, pesantezza per le modalità di esistenza rappresentate. Il 'fratello' che ho percepito come uomo devitalizzato, che arranca su schemi arcaico-femminili quali il sacrifico; la sorella che non è capace di contattare la realtà e davanti alla morte annunciata (ed evidentemente prossima) della madre, reagisce con la negazione e l'evitamento. Lui rinuncia alla propria attività professionale... Lei la porta avanti con rigidità. Se vogliamo scorgere in questo quadro anche le dinamiche di Anima ed Animus... diciamo che qui si esprime una dis-locazione.... Allora la disperanza è nella non integrazione, nella difficoltà di mediare e di 'fare nonostante'...


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