Sulla sublimazione di Rossella Valdrè. Presentazione di Francesco Conrotto

Share this
3 maggio, 2015 - 19:30
Autore: Rossella Valdrè
Editore: Mimesis
Anno: 2015
Pagine: 162
Costo: €16.00
E’ certamente vero che oggi la sublimazione non è di moda. Non lo è nelle teorizzazioni psicoanalitiche e non lo è nel funzionamento della collettività.
Forse è proprio per questo che si deve rendere omaggio a R. Valdré per il coraggio che ha mostrato nell’aver osato di affrontare questo concetto tanto complesso quanto “inattuale” in un testo che si propone alla più vasta comunità psicoanalitica oggi esistente, quale è quella anglofona.
Ma come sorprendersi! Non è la psicoanalisi stessa ad essere “inattuale” non certo perché sia passata di moda o sia stata superata, come da più parti viene continuamente ripetuto, ma perché, prendendo a prestito una formulazione di  Nietzsche nelle sue “Considerazioni Inattuali” essa ha una radicale attitudine a “dare nome” a cose che ancora non lo hanno? E la sublimazione non è forse il più complesso concetto della metapsicologia freudiana? Non a caso, esso sembra essere sparito ma R. Valdré con pervicacia e acume si domanda: E’ davvero scomparsa la sublimazione o si tratta solo di una scomparsa apparente?
L’autrice, in virtù della sua vastissima conoscenza della teoria psicoanalitica, ripercorre l’origine e la storia di questo concetto, dalla sua nascita alle vicissitudini alle quali esso è andato incontro, sia nel pensiero di Freud che negli sviluppi della psicoanalisi post-freudiana. In questo modo, la Valdré ci mostra come il concetto di sublimazione sia derivato, in sequenza, dalle nozioni di “formazione reattiva”, di “rivolgimento nel contrario” e di “inibizione della meta” fino ad essere definito da Freud il “terzo e più compiuto destino della pulsione”.



Più tardi, con il subentrare di modelli teorici e clinici differenti da quello della metapsicologia freudiana, l’autrice ci mostra che esso, benché abbia continuato ad operare nella realtà clinica degli individui e della collettività, spesso lo ha fatto sotto mentite spoglie e all’interno di differenti teorizzazioni.
Certamente, l’affermarsi nel pensiero psicoanalitico del modello teorico della Relazione d’Oggetto ha favorito uno spostamento dell’accento.
Intanto, una serie di processi psichici, in precedenza, definiti come sublimatori sono stati illustrati come effetto di un processo di “riparazione” dell’oggetto, concetto, quest’ultimo elaborato da M. Klein. Sempre in ambito kleiniano è stato notato, peraltro a mio avviso con grande acutezza, il legame tra sublimazione e simbolizzazione e con Winnnicott la sublimazione è andata pressoché a coincidere con la formazione dell’esperienza culturale, che, come nota l’autrice, indica uno slittamento dal pulsionale all’oggettuale. A. Green, benché in ossequio alla impostazione di Freud non manchi di mettere in relazione la sublimazione con le pulsioni dell’Io e, quindi, secondo la seconda topica, con le pulsioni di morte, nella formulazione del concetto di “funzione oggettualizzante” implicitamente, tocca, qualcosa che è attinente al processo di sublimazione. La stessa nozione di figurabilità elaborata da S. e C. Botella non potrebbe essere stata concepita senza un riferimento, più o meno implicito,  alla sublimazione. Ma questo, come ci fa notare Valdré, significa che la sublimazione non è tanto attinente ad una vera desessualizzazione e quindi a Tanatos ma piuttosto ad Eros  inteso come “funzione oggettualizzante” e, quindi, come funzione rappresentazionale. In ogni caso, il legame tra sublimazione e simbolizzazione rimane evidente in tutte queste teorizzazioni compresa la lettura di Matte Blanco che lega la sublimazione ad un processo di formalizzazione. Infine, Lacan, sulla scorta della definizione di Freud che la definisce il “terzo e più compiuto destino della pulsione”, la ritiene manifestazione della “elevazione della rappresentazione alla Cosa”. Insomma, appare chiaro il legame tra sublimazione e creatività sulla base della prossimità tra la sessualità e l’esperienza artistica, intesa anche come curiosità realizzata. Pertanto, alla luce delle teorizzazioni più recenti bisogna pensare che per una piena comprensione dei fenomeni sublimatori è necessario avere la capacità teorica di oscillare tra l’approccio metapsicologico e l’approccio oggettualistico.
Se, per quanto riguarda le manifestazioni della psicopatologia e della psicologia dell’individuo la scomparsa della sublimazione, come sostiene l’autrice, risulta essere più apparente che reale, come stanno le cose a livello del funzionamento collettivo?
Qui non possiamo che riconoscere una profonda trasformazione del funzionamento del sociale. Con le parole di J. F. Lyotard dobbiamo dire che, con il transito dalla Modernità alla Post-Modernità o, alla Modernità Radicale, siamo fuorusciti dai Grands Recits, cioè dalle ideologie che hanno caratterizzato la modernità filosofica e politica e siamo, per dirla con Z. Bauman, in una sorta di “società liquida”. La psicoanalisi, soprattutto quella di derivazione lacaniana, ma non solo quella, parla di caduta del “Nome del Padre” (Le Nom du Père) cioè dell’Ordine Edipico. Il che implica una regressione ad un funzionamento più prossimo a quello dell’Orda Primitiva in cui non è la Legge a dominare il campo ma si è piuttosto in un contesto caratterizzato da una sorta di Homo Homini Lupus in cui è il più forte, che in base alla sua stessa forza, comanda e stabilisce la legge.
Con le parole di R. Kaës, la caduta dei “garanti metasociali” comporta la correlativa caduta di “garanti metapsichici”, cioè del funzionamento secondo il registro edipico
Questo a livello della psicologia dell’individuo comporta una regressione, se non una scomparsa della dimensione soggettuale, cioè della possibilità di divenire un “soggetto”, cioè di una organizzazione psichica fondata sul conflitto tra desiderio e divieto, processo quest’ultimo su cui si è costituita la Kultur.
Pertanto, in questa situazione il processo della sublimazione viene meno ed è sostituito dall’Ordine del Godimento. Qui l’ingiunzione del Super-Io, paradossalmente, viene ribaltata e diventa “devi godere”. Ovviamente l’oggetto è più interscambiabile che mai e deve essere sempre a disposizione, quindi, il suo, sarà uno statuto assolutamente narcisistico.    
Alla luce di queste trasformazioni culturali, a quale destino andrà incontro il processo di civilizzazione e il conseguente “disagio” che esso comporta a causa della repressione pulsionale necessaria? Quello che osserviamo nelle società post-moderne è che, la riduzione della repressione pulsionale e della correlativa spinta alla sublimazione, fa si che il guadagno, che quest’ultima permette, in termini di una parziale libertà dalla coazione pulsionale, viene meno lasciando gli uomini completamente sottomessi all’imperativo delle pulsioni.
Pertanto, quello che per ora ci sembra di poter vedere è che al disagio per la repressione della pulsione che caratterizzava le società borghesi si è sostituito un più grande disagio causato dalla difficoltà di reprimere-rimuovere la pressione stessa della pulsione. Infatti, se il processo della rimozione, comporta necessariamente l’attivazione del processo di simbolizzazione del contenuto rimosso, in uno stato di carenza della rimozione, sono i meccanismi di difesa più arcaici e patologici che si attivano; tra questi principalmente la scissione, il diniego e più di tutti il rigetto (Verwrfung) e la trasformazione in allucinosi, il che sposta le organizzazioni psicopatologiche prevalentemente nella direzione delle patologie non-nevrotiche, quindi verso i casi-limite (borderlines), verso le perversioni e le psicosi. Lo stesso processo dell’”appoggio” (Anlehnung) per cui il sessuale (sexual) emerge dal funzionamento fisiologico dell’organismo, aprendo la strada alla vita psichica umana, subisce una sorta di inversione. Ma, poiché geneticamente è impossibile per l’uomo regredire al livello dell’animale pre-umano, non sarà il registro autoconservativo a dominare il campo ma una pulsionalità slegata, quindi una sorte di “pulsione di morte”. Le tossicodipendenze e le psicosomatosi domineranno il campo della patologia degli individui e della collettività.
Sebbene nelle società post-moderne siamo a contatto con questo tipo di funzionamento psichico collettivo, pure dobbiamo ammettere che poiché, in qualche modo un funzionamento sociale ancora in parte civilizzato permane, una sorta di sublimazione rimane necessariamente presente e attiva. Le conquiste culturali, certamente prevalentemente scientifiche, ma non solo, che caratterizzano le società post-moderne non sarebbero state possibili senza un robusto funzionamento della sublimazione. Ora, soprattutto alla luce del riconoscimento assai diffuso che la sublimazione si incrocia con il processo della simbolizzazione, dobbiamo riconoscere che, se vi è comunque una organizzazione del sociale e del culturale, vi è anche un processo di sublimazione. Paradossalmente, potremmo dire che è proprio la maggiore traumaticità di certi funzionamenti del sociale post-moderno che, se non esita in comportamenti patologici e dissociali, stimola i processi sublimatori. In sostanza, come ben sappiamo da Freud in poi, la sublimazione nasce da una tendenza traumatofilica.
E’ per questi motivi che accogliamo il suggerimento di Zizek, fatto proprio dall’autrice del presente volume, che paradossalmente, proprio perché la psicoanalisi “non si include” ma rimane attiva nella sua condizione di “inattualità”, questo sia proprio il suo tempo.

> Lascia un commento



Totale visualizzazioni: 928