Traiettorie, non destinazioni
Terzo millennio: appunti di cinema, psichiatria e mass-media
di Massimo Lanzaro

Simbolismo e ipotesi neuro-quantistiche nel film “The Tale Of Tales”, Di Matteo Garrone

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31 maggio, 2015 - 22:19
di Massimo Lanzaro
Introduzione (attenzione ***spoilers****)
 
Per andare a vedere “Il racconto dei racconti” , il film diretto e adattato da Matteo Garrone con Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, in concorso al festival del cinema di Cannes e attualmente nelle sale, bisogna prepararsi ad entrare in un mondo fantastico. Un universo che ci ricorda quello dell’infanzia, quando i nostri genitori ci raccontavano delle favole prima di andare a dormire. Orchi, fate, streghe, castelli, principesse, re e regine popolano lo schermo per tutta la durata del film, reso autentico dai costumi, dalle location e dalle scenografie utilizzate. Quello narrato è il mondo descritto dal napoletano Giambattista Basile agli inizi del Seicento, il quale ha raccolto in un volume cinquanta fiabe dell’antica tradizione orale popolare. Si tratta di “Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille”, nota anche con il titolo di “Pentamerone”, ed è la più antica del genere fiabesco, anzi diciamo che lo ha proprio creato. Dal capolavoro di Basile hanno attinto autori europei quali Charles Perrault, i fratelli Grimm e Hans Christian Andersen. Favole famosissime come “Cenerentola”, “Il gatto con gli stivali” e “La bella addormentata nel bosco” sono state tratte dal “Cunto de li cunti”, che pubblicato postumo tra il 1634 e il 1636 dalla sorella di Basile, cadde presto nel dimenticatoio. Garrone, che ha il merito di averlo riportato all’attenzione del grande pubblico (prima era appannaggio soltanto di pochi studiosi o di chi era interessato all’argomento) per realizzarlo ha dovuto fare sforzi enormi, sia dal punto di vista economico (ha dovuto chiedere i finanziamenti alle banche estere, perché quelle italiane non glieli hanno concessi), sia da quello narrativo e scenografico.  Non è stato facile per lui e gli sceneggiatori scegliere quali delle cinquanta storie raccontare. Alla fine hanno deciso per tre di esse (La regina, La pulce, Le due vecchie) dove sono protagoniste le donne, colte in tre fasi diverse della vita: una giovane principessa, una madre troppo attaccata a suo figlio, una vecchia povera ed ingenua. Il film  si apre con la storia della regina di Selvascura, interpretata da Salma Hayek, ossessionata dall’idea di voler avere un figlio. Una notte, un negromante suggerisce a lei e al marito di far uccidere un drago marino. Mangiando il cuore della bestia, cotto da una vergine, la regina sarebbe rimasta incinta. E così avviene. Ma anche la sguattera che ha preparato il pasto, aspirando i vapori della pentola, ha lo stesso effetto. Si ritova ad aspettare un bambino che, una volta nato, si scopre essere identico a quello della nobildonna. I due bambini crescono come gemelli molto legati tra loro, ma la regina, gelosa in modo viscerale del figlio, li farà allontanare. L’altra storia parla del lussurioso re di Roccaforte (Vincent Cassel) che, sempre alla ricerca di nuove prede, s’invaghisce di una voce di donna che sente dall’alto del suo castello. Pensando che si tratti di un belllissima ragazza, la va a cercare nella poverissima casa dove l’ha vista entrare. In realtà, non si tratta di una giovane, ma di una vecchia lavandaia che, pensando di approfittare dell’infatuazione del sovrano, escogita un trucco per trarlo in inganno. Una fata l’aiuterà nel suo intento. La terza protagonista del film è Viola (Bebe Cave), la figlia del re di Altomonte (Toby Jones). In età da marito, chiede al padre di farle conoscere un pretendente. Curiosa di conoscere il mondo, vuole sposarsi per lasciare il castello. Il sovrano, che vuole trattenere la figlia al suo fianco, propone ai probabili futuri sposi un’indovinello irrisolvibile. Ed infatti, nessuno riesce ad indovinare il quesito posto, tranne un orco. L’editto del re non ammette deroghe e così Viola, al colmo della disperazione, sarà costretta a partire con il mostro. Il libro di Basile è ambientato in Basilicata e in Campania, Garrone invece ha ambientato il film in location altamente evocative, come Castel del Monte e le gole di Alcantara, utilizzando scenografie dalla vegetazione lussuraggiante, rocce e acqua. I colori usati per i costumi consistono in tutte le variazioni del rosso, del verde e del bianco. Una bellissima e valida trasposizione che apre le porte dell’universo magico e alchemico, al quale Giambattista Basile era probabilmente appartenuto, anche soltanto come messaggero, e la cui opera è pregna. Effettuando una piccola indagine si scopre che l’autore apparteneva all’Accademia degli Oziosi, fondata nientemeno che dal napoletano Giambattista Della Porta, scienziato, filosofo, alchimista, commediografo, già noto per l’aver creato l’Accademia dei Segreti, fatta chiudere dall’Inquisizione perché sospettata di occuparsi di argomenti occulti. Inoltre, i racconti non erano destinati ai bambini, nonostante il titolo li menzionasse, ma era formulato per un pubblico adulto ed era pensato per essere rappresentato nelle corti di quel periodo. I temi dominanti sono la trasformazione anche fisica di tutti i protagonisti e il viaggio che li inserisce in una realtà dinamica e attiva, in continua evoluzione. Un percorso, un’esperienza di crescita o meglio un processo di liberazione spiritualera come trasmutazione alchemica. Tutti, prima del termine di ogni racconto cambiano sempre la propria condizione, il proprio status. Passano dalla povertà alla ricchezza, dalla solitudine al matrimonio, dalla bruttezza alla bellezza. Lo stesso lo ritroviamo nel film di Garrone che, come lui stesso ammette di “aver lasciato intatti i temi e i sentimenti fondamentali del libro”. Il regista ha sempre dimostrato un interesse profondo verso le possibilità di trasformazione dell’essere umano sia fisica che psicologica nei suoi lavori precedenti. Si ricordano “Primo amore”, dove la protagonista diventa anoressica per amore del suo uomo, e “Reality”, nel quale un pescivendolo viene risucchiato dal vortice dell’universo fantastico della sua follia. Garrone, mentre era alle prese con la sceneggiatura di questo film, leggeva le “Metamorfosi” di Ovidio. Cerchiamo dunque di individuare alcuni dei possibili temi simbolici e alchemici di queste fiabe, tenendo presente l’idea di Jung: il materiale delle fiabe è compensatorio alle idee e ai valori del conscio collettivo nel momento storico in cui la fiaba è stata prodotta. Può pertanto offrire un nuovo punto di vista su problemi che magari la cultura dominante non sa come affrontare.
 
La funzione e una possibile interpretazione delle fiabe
 
Attraverso I secoli (con le successive rielaborazioni) le fiabe trasmettono significati nascosti e palesi, comunicandoli in modo tale da raggiungere la mente "ineducata" del bambino e quella "sofisticata" dell'adulto. In effetti vari autori, da Marie Louise Von Franz a Bruno Bettelheim, hanno mostrato come le fiabe popolari parlino il "linguaggio inconscio" di problem comuni a tutti gli uomini, con I conflitti, le crisi e le trasformazioni tipiche dello sviluppo dell'individuo e della collettività, al di là dell'intento narrativo contingente. E talora forniscono "soluzioni" e punti di vista "illuminanti", che possono sfuggire, per così dire, alla mente conscia.
 
L’INCONSCIO COLLETTIVO IN TRE REGNI E TRE CASTELLI
 
Magma caotico o paradigma  simbolico?
 
Si allude alle figure parentali disfunzionali (arche)tipiche e al loro superamento in ciascuna delle tre fiabe, laddove cui ciascun “eroe” porta a compimento un processo di maturazione tramite atti apparentemente barocchi e violenti, per lo più rivolti contro i genitori regnanti (anche quando virtualmente assenti).
 
Fiaba 1. L’uccisione del genitore invischiato e sadico (la regina osessionata, “forte”, script: “obbedisci o sono guai”)
 
Fiaba 2. Il parricidio simbolico del genitore narcisista e infantile, “debole” (script: “diventa quello che non sono riuscito a diventare”)

Fiaba 3. Lussuria, apparenze e seduzione di Eco (genitore apparentemente assente, libertinaggio)
 
(Il desiderio inteso come lussuria aveva già un re, e precisament un “piccolo re” come simbolo: il Basilisco, rettile leggendario che si modifica fino alla bruttezza e all’orrore fin dai bestiari medioevali, fino al punto che la sifilide che si diffuse nel secolo XV fu denominata "morbo del basilisco". Questo spostamento sulle funzioni inferiori, sul desiderio come istinto o pulsione sessuale primordiale porta ai vari fraintendimenti nella comprensione della teoria junghiana e della stessa formulazione freudiana che usa il termine latino libido, per indicare l'energia connessa alla spinta che proviene dal corpo).
 
 
L’AMORE FRATERNO DEI GEMELLI IN ENTANGLEMENT
 
Sembra incredibile che una minima azione su una particella abbia immediatamente effetto sulla particella gemella anche se questa è stata spedita a miliardi di anni luce (non è questo che accade ai due fratelli della fiaba?). Questa straordinaria proprietà sembrerebbe una caratteristica ineliminabile di una teoria della fisica accreditata di cui oggi disponiamo: la meccanica quantistica.
In pratica e ipersemplificando, il fenomeno coinvolge due o più particelle generate da uno stesso processo (cibarsi del cuore di un drago, nel racconto) o che si siano trovate in interazione reciproca per un certo periodo. Tali particelle rimangono in qualche modo legate indissolubilmente (entangled), nel senso che quello che accade a una di esse si ripercuote immediatamente anche sull'altra, indipendentemente dalla distanza che le separa.
 
La possibilità teorica di questo fenomeno venne ipotizzata da Schrodinger nel lontano 1926, anche se egli utilizzò per la prima volta il termine entanglement nel 1935, nella recensione dell'articolo di Einstein, Podolsky e Rosen (EPR). La definizione che ne diede Schrödinger a suo tempo è la seguente:
 
«Quando due sistemi, dei quali conosciamo gli stati sulla base della loro rispettiva rappresentazione, subiscono una interazione fisica temporanea dovuta a forze note che agiscono tra di loro, e quando, dopo un certo periodo di mutua interazione, i sistemi si separano nuovamente, non possiamo più descriverli come prima dell'interazione, cioè dotando ognuno di loro di una propria rappresentazione».
 
Einstein, sebbene egli stesso avesse dato importanti contributi alla teoria quantistica, non ne accettò mai le conseguenze più estreme, in particolar modo il fenomeno dell'entanglement, che resta una questione aperta.
 
Ma, da un punto di vista delle dinamiche psicologiche non è esattamente questo misterioso fenomeno che viene in mente quando si pensa alla narrazione relativa ai due gemelli albini?

Spunti di approfondimento
 
Che Garrone abbia scelto le tre fiabe perchè riassumono le tipologie di dinamiche principali e disfunzionali proprie di molte famiglie contemporanee?

Il fatto che tali narrazioni si tramandino dai tempi di Basile contribuisce a corroborare l'idea di una universalità di significato dei motivi archetipici. I vari personaggi infatti non devono essere intesi come ego, come persone, bensì simboli di strutture archetipiche: le fiabe non sono racconti delle esperienze personali, bensì prodotti delle comunità e della loro psiche collettiva e profonda. Le immagini di una fiaba, come quelle di un sogno, contengono spesso molti messaggi, che non si esauriscono in un'unica chiave di lettura e che a volte lo stesso autore potrebbe coscientemente aver ignorato (forse non è il caso di Garrone).

Jung affermava che studiare le fiabe è un buon modo per studiare l'anatomia comparata dell'inconscio collettivo, ovvero di quelli che si pensa siano gli strati più profondi e arcaici della psiche. Questo della comparazione meriterebbe un lungo approfondimento a parte, cui sto lavorando.

Di solito le favole mostrano le tappe del processo di maturazione della personalità (nel caso specifico, dei tre personaggi principali): I modelli di comportamento fondamentali della psiche e le situazioni tipiche della vita si presentano nelle fiabe "allo stato puro", non contaminate dalla storia personale e dai contenuti dell'inconscio personale.
 
Sarei davvero grato a chiunque commentasse, confutando, anche dileggiando o fornendo magari nuovi spunti di dibattito su questi argomenti che, mi rendo conto, sono al confine tra la psicanalisi, la psicologia analitica, la fisica quantistica e la non-ortodossia.

Si ringrazia la Dottoressa Clara Martinelli per il suo prezioso e sostanziale contributo alla stesura del presente scritto.

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Commenti

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Grazie per ciò che farete, grazie dell’attenzione.

Concordo con la notazione di Massimo Lanzaro, allorquando scrive: "I vari personaggi infatti non devono essere intesi come ego, come persone, bensì simboli di strutture archetipiche: le fiabe non sono racconti delle esperienze personali, bensì prodotti delle comunità e della loro psiche collettiva e profonda." Certamente il film di Garrone si apre a molteplici letture 'colte'... ma perchè confezionare un film per 'pochi'...?
Mi domando se - soprattutto negli ultimi anni - il nostro cinema non sia diventato anche il territorio di esibizione delle (autopresunte...?) dotte conoscenze del regista. Credo invece che il prodotto filmico debba consentire la fruizione anche del pubblico 'non addetto ai lavori; ciò non toglie che il regista possa inserire frammenti dialogici ed immagini simboliche che potranno poi diventare oggetto di riflessione per un pubblico meno vasto.


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